Lo spot perfetto

(Da un cittadino di domani, a un cittadino di oggi)

A B. H.

E insomma c’è la televisione, e io la guardo. E alla televisione c’è questo: una pubblicità elettorale. La chiamavano così, prima delle pubblicità elettorali. Quelle di adesso, dico. Quella che guardo alla televisione. Ora le chiamano partecipazioni. Non è che ti vendono un prodotto. Tu sei il prodotto. Quindi partecipi. Non che il prodotto sia diventato umano: è viceversa. Almeno, questo dicono i professoroni. Quelli con la parrucca, credo di avere capito, che mai se ne stanno zitti. Prima che li abbiano messi a tacere, ecco. Anzi, prima che tacessero, come io stesso ho taciuto. Non so se lo avete capito, voi che leggete. Qui un tempo c’è stata una serie di professoroni, e io ero uno di loro, che agitavano il dito indice, come a puntare. Giudicare. Scrutare. Cose terribili, insomma. Cose che adesso sono vietate, e grazie al cielo. Noi che ci piace guardare la televisione: noi non li vogliamo, i professoroni. Ecco, quella è una noia che ricordo di quando ero bambino. Sentire la critica. Quella cosa insopportabile per cui tu provi a fare e arriva uno a disfare. Quella cosa terribile che chiamavano, appunto, pubblicità elettorale. Per quanto fosse perfettamente partecipativa non faceva che mettere dubbi. Ci eravamo convinti fosse quel dubbio, l’indubitabile. La fonte di ogni possibilità di gioia, perfino. E invece era la dannazione. Esempio. La pubblicità elettorale diceva: ecco un milione di posti di lavoro, domani. E subito arrivava qualcuno a contraddire. Diceva: ecco un miliardo per le famiglie. E subito il cinguettare insolente dei battutisti, dei polemisti, dei tuttologi. Ora che tutto si partecipa non esistono più questi distinguo: li riassumiamo in una partecipazione. E chi potrebbe negarla. E insomma ora che guardo la televisione e non so perché vi ho detto perché si guarda la televisione posso dirvi che alla televisione c’è un viso di donna. Bello, penetrante. Che mi guarda fisso. Poi, lentamente, la telecamera arretra. Si vedono le spalle, nude. Coralline, vorrei dire, ma non posso. Arretra ancora, e si intravede l’inizio del seno. L’incavo in cui gli uomini perdono le direzioni, avrei scritto quando volevo essere scrittore, quando ancora non mi ero messo alla televisione. Arretra, e ora il seno è tutto in vista. Non che scandalizzi o che. Quella era l’altra epoca, quella prima. Quella in cui si era ipocriti. Si nascondevano i sentimenti, le cose. Ora non si nasconde niente. Ci mancherebbe: immaginate come si possa costruire una convivenza civile, ma civile davvero, sul segreto. Se quello è il fondamento, tutto scompare. Se quello è l’inizio, è anche la fine. Ecco, lo so che lo sapete. Non ha funzionato. Ma non poteva funzionare, è stato inutile attribuire le colpe. Inutile chiedersi come mai le riforme non si facevano. Non c’era niente da riformare: tutto era da distruggere, questo è il punto. Pochi l’avevano capito. Io no di certo. Ma chi l’ha capito, fortunatamente, ha prevalso. E noi siamo qui davanti alla televisione. Non che prima non ci fosse. È che ve l’ho detto: c’era il dubbio, e si sentiva sempre una voce contraria. Era insopportabile. Abbiamo solo dovuto capire che il problema era la dissonanza e, di conseguenza, rimuoverla. Ora niente stona. Le cose, finalmente, si fanno. I seni, ecco: quelli si vedono. Non che prima non si vedessero, è che insomma lo avete capito: sembrava chissà che cosa. E invece qui se si vuole si può guardare un seno prosperoso, provocante, affascinante, lussurioso con la propria compagna, per partecipare alla collettività. Per essere cittadini davvero. Per civismo. E in tutto questo lei vi dirà, come la mia: lo vedi quel seno? È più bello del mio. Se lo vuoi me lo faccio. E lei se lo fa, come lo farebbe qualunque lei. Per compiacervi. Per sembrare la televisione. E per sembrare me, e noi tutti. È questa la sua preferenza. Quel desiderio di rifarsi il seno, a immagine e somiglianza di ogni seno. Quel suo farsi ripetizione, identità. Uguaglianza. Quale concetto è più nobile? Ed ecco, la telecamera arretra ancora. Lei non ha neanche finito di invidiarle le tette che già sono lontane, si punta altrove. Noi si va al sodo, veloci. Mica si ha tempo da perdere, noi. Se le vuole guardare il seno, perfino rimpiangerlo, lo faccia. Ma non lo farà. Quello è un pensiero antico, dell’era prima. Se lo vuole, il seno è suo. Partecipazione, cazzo. Tutto, subito. Ora. La telecamera, dicevo, arretra. E si scopre la pancia, piatta. Perfetta. È un bel corpo, liscio. Lei si accarezza. Squilla il telefono, poi subito smette. Ha capito. È come la mia, dice lei, entusiasta. Siamo uguali, dice ancora, mentre l’obiettivo fissa la pelle. Questa è politica, penso in un lampo. È come una realizzazione, un’epifania, avrei detto. Ora niente si scopre, quindi non è possibile. Ma quello sarebbe, in un’altra era. Una pancia, ma perfetta. La mia, la tua, tutte. La condivisione. Di tutto, ora. La perfezione, ve l’ho detto. Lei dica quello che vuole, aggiunge solo ovvio all’ovvio. Non c’è bisogno di dire. Dicendo ci si espone alla contraddizione. Il silenzio invece è sempre assoluto. Muore in se stesso, e per questo vive per sempre. Per questo non c’è bisogno di parole, nella nuova politica. Ci sono solo gesti, azioni, fatti. Niente parole. Basta linguaggio, basta. Corpi, la politica è fatta di corpi. Quella nuova, che voi non conoscete. Ed eccomi, davanti alla televisione a fissare la perfezione. L’assoluto. E il concreto. La politica, e l’estetica. Lei e tutto. Dopo la pancia c’è un ginocchio, e il ginocchio ci innervosisce. La regia vi indugia per poco, ma è abbastanza da rovinare l’atmosfera. Quel ginocchio è un accidente, e non doveva esserci. Un di più, un inessenziale. Una parola, quasi. È come se quel corpo per un attimo avesse parlato, un ritorno tremendo al passato. Una violenza, inaccettabile. Quel regista sarà licenziato, mi auguro. Lo sarà senz’altro. Lei pensa lo stesso, lo vedo da come subito le si è sbiancato il viso che già aveva preso a indorarsi, prendere il colorito roseo dell’eccitazione e di ciò che vibra. Voglio dire: non serviva, quel ginocchio. E quindi andava rimosso. Anzi: non andava inquadrato. La televisione, oggi, è così: non mostra niente che non sia necessario. Il contingente è confutabile, il necessario mai. E la nuova politica è così: normativa, esatta. Non so perché parlo a questo modo, sarà il retaggio di quand’ero filosofo, di quando dicevamo tutte quelle cose insensate sul senso delle cose. Prima di capire che il senso delle cose sono le cose stesse, nel loro divenire. Soprattutto, nel loro stare per essere. Nel loro innovarsi, continuamente. Poi, in un istante, l’innovazione ha sostituito l’essere. Ed è lì che è morta la filosofia. Quando abbiamo intuito che non serviva nemmeno bandirla, perché era in se stessa superflua. Innecessaria, e quindi non trasmettibile. Non condivisibile. E ciò che non si può condividere non ha senso. E quindi non c’è. Tutto ciò che c’è è passato, ed è quindi errore. Insomma, noi sappiamo tutto, e quello che ancora non sappiamo lo sapremo. Quella fede nel conoscere indubitabilmente tutto, anche ciò che ancora non conosciamo, è la saldatura dei miei occhi allo schermo, il telecomando che non ho bisogno di premere perché sempre inquadra il programma esatto, quello che desidero. Questo è il pensiero: silenzio, e il suo contrario. Del pensiero: azione, voglio dire, e spero mi capiate. Perché non è facile tornare a dire, pur se con uno scritto. Quando hai una pancia così di fronte, tutti i discorsi sono da parrucconi. E io non sono parruccone, né intendo ridiventarlo. Ho dismesso quei panni, e li ho bruciati per sempre. C’è solo da aprire gli occhi, e guardare. E io guardo, e vedo che il ginocchio si sposta, e il petto si rilassa. Guardo lei, e già riprende colore, inarcando un poco la schiena, sul letto, come a offrirsi a se stessa. E quando scompare il ginocchio, ecco apparire l’interno delle cosce, limpido. Fresco, come l’acqua appena sgorgata dalla sorgente. Un fiotto di luce che esce da una porta socchiusa. E la televisione l’apre, e noi vi fiondiamo lo sguardo, e capiamo che lì nel mezzo, dove si dischiude il suo sesso, c’è l’essenza stessa della politica, il senso del nostro vivere. Che è un convivere, sempre, immediatamente. Ora che guardo quel sesso aprirsi davanti ai nostri occhi; ora che sento lei ansimare, toccandosi; ora capisco che non c’è nemmeno bisogno di uno slogan, di un nome per il partito, di un qualunque senso di appartenenza. So già quello che ancora non so: so già che la mia partecipazione è per loro, cioè per me stesso. Per il partito, questo sesso che sento pulsare e subito accordo a lei, in un gemito. La televisione indugia, io divento lei. E la televisione, e il sesso, e la politica. Esprimo la mia preferenza, di getto. Non sono mai stato così felice del mio voto.

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