Una ventata di libertà e democrazia

Dopo le manifestazioni dell’opposizione per la terza incoronazione dello zar Putin, c’è chi nel suo partito – Russia Unita – ha intenzione di punire chi le ha organizzate tramite social network. E’ il parlamentare Alexander Khinshtein, che ha chiesto «misure» contro chi ha coordinato le «azioni illecite» degli «estremisti» tramite istruzioni dettagliate su Facebook e Twitter. Le accuse? «Chiedere la violenza contro il presidente legittimamente eletto» (a suon di brogli e propaganda), un «violento cambiamento del sistema costituzionale» (che Putin è il primo a ignorare, se comoda) e «l’organizzazione di disordini e atti di disobbedienza» (per esempio, prendere a calci una donna incinta – ah, giusto: quelle erano le forze dell’ordine). Ma Berlusconi, l’amico di sempre, non ha potuto esimersi dal sospirare: «Sono ritornato dalla Russia rinfrancato. Ho respirato una ventata di libertà e democrazia». Con quel modello, non si può che gioire del fallimento della sua fantomatica «rivoluzione liberale».

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Russia, la mappa dei brogli

Ne avevo già scritto per le elezioni della Duma di dicembre. Ma la mappa compilata dagli utenti per denunciare brogli e violazioni alla tornata elettorale odierna che ha incoronato Putin presidente della Russia per la terza volta è di nuovo prepotentemente di attualità. In questo momento, la piattaforma raccoglie oltre 3.500 denunce – di cui oltre mille nella sola Mosca. Ma è in costante aggiornamento.

Segnalazioni cui vanno aggiunti i video già circolanti in Rete che sembrano confermarle. Come argomentato nel dettaglio da un recentissimo studio del Berkman Center rispetto agli ultimi tre anni, il web russo (RuNet) – nonostante gli attacchi degli ‘hacker di regime‘ segnalati da Nicola Lombardozzi di Repubblica – si conferma abbastanza libero e vitale per dare voce all’opposizione a Putin. Anche se, come mi ha rivelato il corrispondente di Global Voices per la Russia, se i dissidenti si stanno organizzando per protestare contro l’esito delle urne non lo stanno facendo online. Almeno, non apertamente:

Non mancano, invece, le critiche alle lacrime del neo-presidente.

Frattini, il putiniano

Altro che brogli. Macché veto sulla risoluzione per spodestare, una buona volta, Assad – e impedirgli di proseguire il massacro in Siria. E che importa che per il rapporto ‘Freedom in the World’ 2012 di Freedom House la Russia sia un Paese «non libero». Per l’ex ministro degli Esteri, Franco Frattini, ci si deve augurare che Vladimir Putin sia rieletto presidente:

Non solo «sicurezza energia antiterrorismo» (sic). La vittoria del «grande amico di Berlusconi» sarebbe «un bene per l’Ue e per l’Italia». Per Frattini le elezioni si svolgeranno regolarmente:

Quanto alla Siria, Putin si è ricreduto – checché ne dica il resto del mondo:

Evviva la democrazia delle intimidazioni e delle sparizioni. Evviva la democrazia degli arresti. Evviva lo «Stato di mafia». Vero, ex ministro?

Usa e Russia, censori del web a confronto.

(Per Libertiamo)

Gli Stati Uniti e la Russia. Il Paese guidato da un premio Nobel e il Paese in mano allo ‘Zar’. Storie diverse, situazioni diverse. Ma accomunate da una polemica: quella sulla limitazione della libertà di espressione online. Non che manchino le differenze. È che si tratta di gradi, sfumature. Ed è importante descriverle, perché rivelano come la censura possa trovare modi diversi per operare in diversi regimi più o meno democratici. Anche sul web.

Nel caso degli Stati Uniti, si tratta dell’ormai tristemente noto caso di una legge (oggi la SOPA, già Protect Ip Act e COICA) che, secondo i proponenti, sarebbe utile a tutelare il diritto d’autore in rete. E che invece, per i detrattori, si traduce nell’impossibilità di accedere a migliaia di siti, dovuta a una «pena di morte» emanata per ordine giudiziario e messa in atto dai provider (i fornitori del servizio). Che sono tutt’altro che consenzienti, se è vero che lo scorso 15 novembre Google, Facebook, Twitter, Yahoo, AOL e altri hanno esplicitamente parlato della norma ‘anti-pirateria’ come di «un serio rischio» per la capacità del settore di continuare a «creare innovazione e posti di lavoro».

Una polemica vista più volte. Per le prime stesure della delibera Agcom in Italia, per esempio, che aveva l’aggravante di affidare l’emissione della condanna a un’autorità amministrativa, saltando quasi per intero il passaggio davanti al giudice. Ma anche per Hadopi in Francia, e in particolare per l’ipotesi di disconnettere i recidivi al terzo illecito. E se recentemente la corte di Giustizia europea ha ribadito l’impossibilità di imporre un obbligo di controllo generalizzato ai provider mediante filtraggio dei contenuti, oltreoceano il dibattito infuria. Con decine di migliaia di utenti che, raccolti intorno alla community di Reddit, immaginano la creazione di «un’altra Rete», incensurabile perché totalmente distribuita. E una petizione su Avaaz.org per «salvare Internet» che viaggia a passo spedito verso il milione di firme. Il culmine di una protesta che il 16 novembre, nel «giorno americano della censura», ha unito oltre 6 mila blogger.

In Russia tira un’aria perfino più pesante. Con le elezioni alle porte, la scure della censura si è abbattuta sui forum online dove, a livello regionale, si incanala il dissenso al partito di Vladimir Putin. Come documenta Owni.eu, è accaduto al forum Kostroma Jedis, 12 mila visitatori al giorno, confiscato dalla polizia. Ma anche a quello della città di Miass, nella Russia centrale, dove invece è bastato il clima intimidatorio per convincere l’amministratore a chiudere i battenti fino al 4 dicembre. Non a caso, il giorno delle elezioni. Più in generale, «Nella prima metà di novembre 2011», scrive ancora Owni.eu, «cinque organi di informazione in differenti regioni della Russia hanno subito forme di censura indiretta o di auto-censura». Con ricadute sostanziali sulla libertà di informazione dato che, come sottolinea comScore, un quarto dei 51 milioni di cittadini digitali del Paese afferma di considerare Internet la principale fonte di notizie.

A questo modo si spiega il tentativo da parte del governo, trapelato grazie alla diffusione di mail riservate, di eliminare le voci critiche dal sito dell’agenzia Ria Novostni. Così come, secondo Reporters Without Borders, i ripetuti attacchi Ddos (Distributed denial-of-service) patiti nell’ultimo anno dalla piattaforma di blogging LiveJournal, l’ultimo dei quali si è verificato il 28 novembre. Bloccando, a questo modo, uno dei principali canali di libera discussione politica in Russia.

Insomma, due modi di esercitare una repressione del libero pensiero. Nel primo caso, con strumenti legali discutibili (a cui si affiancano quelli «extralegali» evidenziati da Yochai Benkler, del Berkman Center di Harvard, per il blocco bancario che ha strangolato nell’ultimo anno WikiLeaks). Nel secondo, intervenendo in modo più o meno diretto per zittire le voci dei dissidenti, fino al punto di creare le condizioni per l’auto-censura. Le differenze restano: perché negli Stati Uniti non si può decretare d’imperio la chiusura di siti «estremisti», per esempio, come avviene in Russia dal 2007. E perché chi «diffonde false notizie» tramite Internet non rischia il carcere. Eppure il caso della detenzione della presunta fonte di WikiLeaks, Bradley Manning, che ha patito oltre 500 giorni di carcere prima di vedere anche solo iniziare il processo a suo carico (al via il 16 dicembre) per aver diffuso notizie vere sfuma i toni, e li confonde. Una profonda delusione, soprattutto dopo le promesse di Obama in tema di trasparenza e trattamento dei whistleblower all’inizio del mandato. Se poi Julian Assange, a tutti gli effetti un giornalista, dovesse essere davvero incriminato per spionaggio per gli scoop pubblicati sui crimini commessi dall’esercito Usa, allora parlare di differenze risulterebbe perfino più complicato.

Come sopravvivere alle prigioni in Russia. Prima di perdere se stessi.

Bastonate e carcere, eccoti la verità e la legge“. Sembra la battuta di un gerarca del Partito Unico di orwelliana memoria, e invece è la realtà. La tragica realtà della Russia di oggi, raccontata attraverso gli occhi e la carne di Grigorij Pas’ko. La sua è la storia di uno dei tanti giornalisti cacciati come prede dal regime di Mosca. Perché non tacciono. Perché non acconsentono. Sono 300 tra morti e scomparsi solamente tra il 1993 e il 2009. Gli incarcerati, come Pas’ko, chissà quanti sono. E incarcerati per cosa, poi.

La storia di Pas’ko è esemplare. Corrispondente della marina militare, prima, e di un giornale ambientalista poi, ha l’ardire di documentare lo smaltimento di rifiuti tossici nel Mar del Giappone da parte di una nave militare russa. Con i suoi articoli, dal 1993 al 1997, Pas’ko testimonia anche casi di corruzione all’interno della Flotta. Troppo per la FSB, i servizi di sicurezza federali eredi del KGB, che lo accusa di spionaggio a vantaggio dei giapponesi. Passerà venti mesi in carcere prima di venire assolto. Solo per poi, nel 2001, venire nuovamente giudicato – questa volta colpevole di “alto tradimento” – “con un verdetto assurdo e dopo un processo ancora più assurdo e tutt’altro che legittimo“, scriverà Thomas Roth. Insomma, come il 99% dei processi che riguardano gli oppositori del regime. Risultato? Quattro anni in un campo di prigionia. Che Pas’ko sconterà solo parzialmente grazie alle pressioni della comunità internazionale e alla buona condotta.

L’esperienza è rimasta tatuata a fuoco nella memoria del giornalista. Che decide così di srotolarne i fili in un manuale per futuri martiri, intitolato Come sopravvivere alle prigioni in Russia e appena pubblicato da Bollati Boringhieri in edizione italiana. E’ un vademecum disperato e lucido, che racconta il terribile retropalco di un Paese di cui in Italia si sente parlare solamente per lo stretto legame affaristico e di amicizia tra il Presidente Berlusconi e Vladimir Putin; e che le cronache hanno menzionato più per le avventure sul famigerato “lettone” che non per i misteriosi omicidi di Anna Politkovskaja e Natalia Estemirova.

Eppure di questo retropalco ci sarebbe molto da raccontare. A partire dalla realtà quasi concentrazionaria del sistema carcerario. Un sistema fatto di regole ferree, immutabili, “come se non fossero state inventate dagli uomini”. E a cui nessuno sfugge se è vero, come ripetuto ossessivamente nelle poche pagine strappate alla sofferenza di Pas’ko, che “il nostro Paese è un’unica grande prigione” e che “gli abitanti della Russia si dividono in due categorie: chi sta in galera e chi si prepara ad andarci“. Pestaggi e soprusi sono all’ordine del giorno, al punto che l’idea stessa dell’inevitabilità della morte “non si trasforma in una mania, ma ti lascia indifferente“. E così il consiglio numero uno, una volta varcata la soglia dell’incubo, è rendersi conto che “ora e per sempre non hai più niente e nessuno”, che “non sei nessuno. E non hai neppure un’identità. Carcerato. Una cosa senza nome. Una bestia”.

E’ una sorta di banalità del male che si ripete, un tentativo di disintegrazione dell’individuo in quanto tale che prosegue logicamente la trama intessuta dai regimi totalitari di ieri. E che in suolo russo, dietro a una patina democratica, sembrano serbare un nucleo di inestinguibile, assurda forza, capace perfino di rendere i consigli di Pas’ko inutili. Come lo stesso giornalista ammette, rivolgendosi a un ipotetico “biscottino”, e cioè a chi finisca in prigione per la prima volta: “Tanto sopravviverai anche senza i miei consigli. Quasi tutti sopravvivono. E non perché abbiano letto libri intelligenti […] o abbiano ascoltato dei consigli. Ma perché insieme al latte materno hanno succhiato l’odio per la polizia, per lo Stato, per il governo (mentono perché è una patologia cronica), per le loro leggi“. Ecco il paradosso nella sua nudità: si sopravvive perché si è già condannati, già delusi, già inseriti all’interno di una logica di alienazione e violenza. Perché la verità di pochi si paga con la condanna di tutti. A questo modo la Russia sta crescendo una generazione di galeotti: in nome della menzogna.