Becchi

Becchi non è un politico, ma un filosofo. Sì, si è affiliato al MoVimento 5 Stelle. Ma non parla a suo nome – come i Cinque Stelle si sono ipocritamente affrettati a precisare. Non ne fa formalmente parte. Quindi non è un politico. E quindi ancora non ha gli obblighi di un politico. Tra cui rientra il non usare metafore coi fucili in un clima sociale surriscaldato come il nostro, specie legando un gesto individuale a un risibile e vergognoso cui prodest. Il filosofo, invece, può farlo. Non ha l’obbligo di essere politically correct: semplicemente, dice quello che gli pare. Che poi è il motivo per cui Becchi ha ottenuto la sua attuale ‘celebrità’: spara. Ai media piace da impazzire, tanto che lo interpellano continuamente. E tra i motivi per cui lo interpellano c’è che si lasci scappare un’immagine troppo forte, e  la cosa crei scandalo e alimenti ancora un poco il circo dell’indignazione. Che poi, dal loro punto di vista, è il circo dei click. Come per i Borghezio e gli Scilipoti, ne discutiamo per qualche ora e poi ci riaddormentiamo nel tepore dello status quo parademocristiano. I problemi sono esattamente dove erano prima, e noi non ne abbiamo nemmeno parlato. Ma almeno ci siamo indignati, per dio! Mica quei cattivi cittadini che vivono nell’indifferenza. Gramsci la odiava: devo odiarla pure io. Che poi, a voler andare fino in fondo, è ipocrisia dire che ci sono cose che non si possono e non si devono dire, pena il linciaggio mediatico. Certo, i nazismi sarebbe meglio lasciarli alla condanna inappellabile della storia, ma quello di Becchi non è un nazismo: è uno scenario che serve a significare che se non si risolve il problema dello scollamento tra cittadini e istituzioni, e la crisi invece di migliorare peggiora (o semplicemente si continua a latitare in questo limbo di promesse e delusioni), allora uno degli sbocchi potrebbe essere la fine della pace sociale. Non solo, aggiungo: potrebbe essere l’alba di nuove e più insidiose forme di totalitarismo. Il Paese, con la sua retorica del popolo che ha sempre ragione, del fare le cose nel nome del popolo e subito, prima che cambi idea; con quella sua dose ineliminabile di immobilismo e conservazione che infastidisce perfino chi ha finito per abituarvisi; con quel perbenismo inaccettabile che è in realtà un desiderio di conformismo e di masse che sono terminali (meglio se incolpevoli). Ecco, questo Paese sembra avere le radici giuste per produrre l’ennesima erbaccia. E noi, becchi appunto, a farci tradire dal divertissement.

Peggio di un sanpietrino.

Violenza è anche quella che si compie sul linguaggio. O che, tramite il linguaggio, si prefigura. E’ un tipo di violenza che non siamo in grado di condannare con la stessa forza con cui condanniamo chi lancia un sanpietrino o un estintore. Ma è una violenza altrettanto pericolosa. Perché anche le parole sono sanpietrini o estintori. E fanno anche più male: perché non colpiscono un bersaglio preciso, ma la cultura in cui tutti possono diventare bersagli.

Dovrebbe saperlo il ministro Sacconi, che invece da giorni va ripetendo la minaccia di un ritorno di gruppi di lotta armata, nonostante le continue smentite dei servizi di intelligence. C’è chi sostiene si tratti di una strategia politica per delegittimare qualunque opposizione alla riforma del mercato del lavoro (in particolare, delle regole di licenziamento) imposta dall’Europa al governo. E’ un’ipotesi da considerare, anche alla luce di quanto ha affermato Berlusconi al Corriere non più tardi di domenica scorsa: le misure presentate dall’esecutivo all’Ue vanno approvate perché solo in quel caso «l’Italia continuerà a essere sostenuta dalla Bce». La violenza insita nelle parole del presidente del Consiglio è la stessa che si legge in quelle del ministro del Welfare: è la violenza di un ricatto. Guai a opporsi alla riforma del lavoro, perché rischia di scapparci il morto, dice Sacconi. Guai a opporsi a tutto l’intero pacchetto di misure predisposto (o meglio, promesso) dal governo, perché rischia di morire l’intero Paese, dice Berlusconi.

Ricatti, insomma. Che in entrambi i casi non hanno niente a che fare con la verità: nel primo, delle minacce terroristiche. Nel secondo, della reale capacità di quelle soluzioni di risolvere i guai finanziari dell’Italia (come stiamo osservando in queste ore). Poi c’è la violenza di Bossi, che da mesi continua ad augurarsi il linciaggio per i giornalisti che, facendo semplicemente il loro lavoro, mettono a nudo le contraddizioni di una Lega dilaniata dalla guerra intestina per la successione al (sempre meno caro) leader. Anche questo è peggio che tirare un sanpietrino o un estintore. Perché anche questo legittima un’intera cultura della violenza.

Questo non significa in alcun modo giustificare chi pratichi direttamente la violenza, quella fisica – quella di Roma, per capirci. Semplicemente, significa sottolineare che «quando i nostri contrasti arrivano a livelli alti possono essere usati, al di là delle nostre intenzioni, come alibi dei violenti». Quel «noi» si riferisce ai politici. E a pronunciare quelle parole è stato Ignazio La Russa, dopo la follia del 15 ottobre. Proprio questa volta, inascoltato da se stesso e dai colleghi del governo.

Vittorino Andreoli e la giungla digitale: quando lo psichiatra diventa etologo.

Forse non lo conoscevate. Ma da oggi, grazie a Vittorino Andreoli, due pagine (30 e 31) sul Corriere della Sera in edicola, avete il privilegio di recuperare il senso profondo dei vostri comportamenti digitali. Ecco tutte le verità dello psichiatra:

  • «Gli adolescenti di oggi sono degli empiristi e quindi agiscono senza progettare l’azione e senza nemmeno chiedersi quali ne siano il senso e le conseguenze».
  • «Ciò li differenzia dalle generazioni razionaliste portate invece a un primum cogitare, deinde agire».
  • Del resto «La digital generation non ha radici».
  • Infatti «vive in un mondo, quello digitale, che c’è quando si accende il computer, finisce quando lo si spegne. Se dopo un attimo lo riaccende, riappare ma ha caratteristiche che non hanno alcun legame né di continuità logica né di vissuto con il precedente, per cui si tratta di un nuovo mondo che però dura la frazione del tempo in cui si mostra e si consuma».
  • «L’adolescente ha quindi un comportamento del tipo stimolo-risposta: se c’è uno stimolo è possibile una risposta, ma se manca egli è nel vuoto».
  • Una conseguenza? Che sono i giovani a essere adatti a un posto di lavoro precario, a desiderarlo: «Stanno scomparendo i lavori fissi, quelli di tutta una vita, le carriere. Ebbene al di là delle ragioni economiche e produttive che possono aver causato questo importante cambiamento rispetto al passato, si deve aggiungere che essi non interessano affatto i giovani. Non ne percepiscono nemmeno il dramma della scomparsa. Hanno la mente «adatta» a lavori di breve durata e possibilmente mutevoli, per mantenere le caratteristiche di stimoli nuovi». Perché sono inadatti all’impegno.
  • Tutto questo ha delle spiacevoli conseguenze sul piano relazionale: «Una delle ricadute di questo scenario la si avverte in maniera notevole sulle relazioni interumane, sui legami».
  • E cioè «Si può affermare che la digital generation vive le emozioni, ma non i sentimenti».
  • «In forma ancora più esplicita si tratta di una generazione incapace di legami sentimentali».
  • «Ne deriva che con il mondo digitale (computer, Internet) sono possibili emozioni e molto forti, non invece le relazioni sentimentali».
  • Altra conseguenza nefasta, queste emozioni molto forti non bastano mai, sono una droga:  «La digital generation ha bisogno di emozioni sempre più forti come producessero una sorta di assuefazione per cui bisogna aumentare la quantità di una droga, onde avere lo stesso effetto che in precedenza si otteneva con una dose inferiore».
  • Il che è un segnale di profonda insicurezza: ma «La violenza della digital generation è legata all’insicurezza. Il livello a cui è giunta, che non è ancora estremo, lo si deve coniugare necessariamente anche alla violenza del mondo digitale».
  • Per esempio «Usando un videogioco del tipo «killer» , si può giungere a uccidere 900 sagome umane nei 3 minuti della sua durata e il punteggio record si lega proprio a quanti morti si sono fatti».
  • Anche se «Il capitolo se il mondo digitale produca più stimoli violenti di quanti non ne sedi meriterebbe una lunga disamina».
  • La conseguenza più grave, tuttavia, è la perdita di significato della morte: «Perdendo il significato del tempo che passa, di conseguenza la morte perde ogni valore escatologico e diventa un gesto. Come se si muovesse la mano per colpire o allontanare una mosca che si è fastidiosamente appoggiata sul proprio naso».
  • «D’altra parte come è possibile dare un senso alla morte per degli empiristi che sanno considerare solo le esperienze?»

Incapaci di andare oltre comportamenti dettati dal binomio stimolo-risposta. Di riflettere, amare o apprezzare la profondità della morte. Violenti, irascibili, drogati di stimoli. E adatti a una simile condizione di precarietà. Chissà se Andreoli, nel suo infinito astrarre, si è reso conto che invece di ritrarre delle persone di fronte a un monitor ha dipinto una giungla di animali. Divisi, per giunta, in predatori e prede. A bordo del dipinto, il cacciatore: lo psichiatra divenuto, per l’occasione, etologo.

Cristiano, la solidarietà e il Far West.

Dopo che su YouReporter è spuntato il video dell’aggressione, su Facebook non si fa altro che parlare dell’aggressore. Cioè di chi ha colpito con un casco da motocicletta Cristiano, il quindicenne che durante gli scontri a Roma del 14 dicembre scorso ha rimediato inspiegabilmente (per il momento) una frattura scomposta del setto nasale, dell’osso temporale e un ematoma sub-epidurale.

Da un lato c’è una iniziativa sensata, quella del padre del ragazzo. Che ha aperto una pagina Facebook per raccogliere più informazioni possibili sull’accaduto direttamente dagli utenti del social network. In particolare, chiedendo di segnalare il nome dell’aggressore all’indirizzo controlaviolenza@gmail.com.

Dall’altro, passando di mano in mano, la cosa è diventata una vera e propria caccia all’uomo in stile Far West, con tanto di manifesti con scritto “wanted“, dopo che il padre di Cristiano ha ricevuto e diffuso la foto del presunto (ma ci sono davvero pochi dubbi) aggressore:

Che è stato tra l’altro subito identificato, in svariati commenti, con un «infiltrato» di «estrema destra» (oltre che con una miriade di prevedibili epiteti), anche se al momento non c’è nulla di certo. Il video è stato acquisito dalla procura di Roma, quindi chiarezza sarà fatta, se possibile. E per chi volesse contribuire alle ricerche, i mezzi non mancano. Ma imbastire una caccia all’uomo di questo tipo, più che una gara di solidarietà, assomiglia tanto a un modo per invocare la giustizia sommaria.

Quando la violenza su minori è legge.

Ficcare le nocche nelle costole e premere con forza, ma senza dare pugni. Strisciare su e giù con le scarpe sugli stinchi, ma senza dare calci. Questo e altro in una “guida brutale” che riassume le tecniche per infliggere deliberatamente dolore e umiliazione a ragazzi di età inferiore ai diciassette anni rinchiusi in carceri private britanniche. Con tanto di visto del ministero della Giustizia. Ne parla oggi The Observer, specificando altre misure di costrizione fisica ritenute utilizzabili nel caso i minori dovessero “creare problemi”:

Il manuale che le contiene, classificato tra i documenti governativi “riservati” (restricted), specifica che alcune punizioni potrebbero provocare “fratture al cranio” oppure “cecità temporanea o permanente a causa del distacco della retina o rottura del bulbo oculare”. E che “quando la respirazione  è compromessa la misura smette di essere costrittiva e diventa una emergenza medica“.

Secondo alcuni si tratta dell’istituzionalizzazione dell’abuso su minori. Il ministero, in sua difesa, rivela che tali tecniche sarebbero state usate “molto raramente”. Peccato abbiano condotto alla morte di diversi adolescenti, tra cui il quindicenne Gareth Myath e Adam Rickwood, di appena 14 anni, entrambi deceduti nel 2004 a seguito di “incidenti” nelle carceri private. Casi tutt’altro che isolati, come spiega questo rapporto della Children’s Rights Alliance for England, intitolato – eloquentemente – We are the boss, we have control. When they send you here you have no control. Una vera e propria cultura della violenza, insomma: lo testimoniano i nomignoli utilizzati dallo staff delle strutture (“crusher”, “mauler”, “clubber”), e i racconti dei “winners”, i “vincitori”, coloro i quali ricevono più botte. Come questi:

Alcune di queste storie parlano di chiare violazioni dei diritti umani. E nonostante questo, la battaglia per ottenere giustizia sembra appena cominciata. Insomma, anche nella civilissima Europa del 2010, certi bambini sono meno bambini di altri.