Gli errori del Tg1, quelli della Rete e le loro differenze.

Devo essere sincero: quando ho letto da qualche amico su Facebook che il Tg1 aveva commesso l’ennesimo atto di manipolazione della realtà, ci ho creduto istintivamente. Anche prima di guardare il video che lo testimoniava. Chissà in quanti, sui social media, lo hanno condiviso senza nemmeno vederlo, per riflesso condizionato.

Poi ho visto il video, e il primo pensiero è stato: il ribelle libico non aveva finito di parlare, stava dicendo ancora qualcosa. Quindi sì, ha ringraziato Obama e Sarkozy, ma forse poi aveva aggiunto ancora qualcosa. Chissà, forse anche quel «thank you Berlusconi» che gli ha messo in bocca il Tg1. Ma ho scacciato quasi subito il pensiero: visti i precedenti di Minzolini, i critici dovevano avere ragione, al ribelle libico doveva essere stato attribuito un «grazie Berlusconi» che non aveva mai pronunciato.

Passata qualche ora, ho condiviso il post di Valigia Blu con l’ennesima paziente richiesta di rettifica sulla mia bacheca Facebook. E, preso dal sacro fuoco dell’indignazione, mi sono lasciato andare al consueto commento tra l’esasperato e il rabbioso nei confronti del principale telegiornale del servizio pubblico: una rettifica? Troppo poco: sarebbe il caso che Minzolini, una buona volta, si dimettesse.

Poco dopo, potenza della rete, uno degli iscritti alla mia pagina ha postato tra i commenti il video integrale, tratto dal sito del Tg1, da cui era stato ricavato il servizio in questione. E, in effetti, nei secondi prima mancanti il ribelle ringrazia anche Berlusconi. Nessuna omissione, dunque, nessuna manipolazione della realtà. Più semplicemente, forse per esigenze di tempistica, quella parte era stata tagliata nel servizio andato in onda.

Morale della storia: Minzolini aveva ragione, i suoi critici in rete torto. Ma c’è un secondo messaggio: se tanti blogger e semplici utenti non si sono insospettiti, molto peggio hanno fatto i giornali online che hanno pubblicato il video della presunta manipolazione ponendosi anche meno dubbi. E un terzo, che testimonia una volta di più quel valore di Internet per il factchecking che Minzolini è tra i primi a non riconoscere: contrariamente al Tg1 per il caso Mills, la rete ha ammesso il suo sbaglio, procedendo a rettifiche più o meno immediate (i giornali colti in fallo, invece, hanno preferito far sparire il video). Il giorno in cui perfino l’ammiraglia del servizio pubblico sarà capace di tanta onestà intellettuale sarà forse più facile non rimanere vittima dei propri pregiudizi nei suoi confronti. E sì, i motivi per augurarsi le dimissioni di Minzolini sono tutti ancora validi.

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I Tg e «l’hacker più pericoloso del mondo».

Lo hanno finalmente preso. Ryan Cleary, 19 anni. «Il pirata informatico considerato il più pericoloso al mondo» (Tg2), «il ‘boss‘ degli hacker» (Tg1):

Naturalmente nessuna menzione a ‘dettagli’ come la replica di LulzSec:

Né a tutti gli altri dubbi sulla vicenda.

La logica è sempre la stessa:

Abbiamo il mostro, sbattiamolo in prima pagina. Sottolineiamo che era «timido, solitario», che «soffre di agorafobia». Mostriamo la foto del «cyber-terrorista» a 13 anni, facciamo parlare la madre, i vicini, mostriamo la sua cameretta. 

I fatti che non concordano con la versione della polizia? Opinioni, trascurabili opinioni. Sarà poi così «pericoloso»? Il suo ruolo decisivo al punto da definirlo ‘boss’? Chissà. Ci sarebbero i tweet e gli attacchi di LulzSec che proseguono. E le agenzie di stampa che lo definiscono il «presunto», «sospetto» capo o solamente membro del collettivo hacker. Quindi forse il contributo del diciannovenne non era così importante, così centrale.

Ma che importa. Abbiamo il mostro, l’abbiamo preso. 

Vai col servizio

La rete si mobilita. E il Tg1, questa volta, rettifica.

Tg1 delle 13.30 del 4 giugno. Il mezzobusto, tra i titoli, sostiene erroneamente che i referendum abrogativi si terranno non il 12 e 13 giugno, ma il 13 e 14.

Manca una settimana alla consultazione, e l’errore (che si tratti di una svista – come credo – o altro) andrebbe rettificato per non ingenerare confusione nei votanti. Oltre che per una elementare questione di deontologia professionale.

Tuttavia, la rettifica non arriva nell’edizione serale, in quella notturna, il mattino del giorno seguente né alle 13.30.

Nel frattempo qualcuno in rete se ne accorge. NonLeggerlo e Lettera Viola iniziano a diffondere il video con l’errore. Per tutto il pomeriggio le condivisioni si moltiplicano sui social media. Valigia Blu, ancora in attesa di una rettifica per il caso Mills e in procinto di inviare una lettera aperta proprio sulle carenze informative sui referendum e proprio alla Rai, decide di aggiungere una ulteriore richiesta di rettifica.

Poi se ne accorgono i siti dei giornali ‘tradizionali’, su tutti Repubblica.it.

E, come per miracolo, nell’edizione delle 20.00 del 5 giugno, la rettifica del Tg1 arriva.

Ora, non vorrei sembrare un tecno-entusiasta, uno di quelli che sostengono che le rivoluzioni si facciano via Twitter e che #morattiquotes e Sucate abbiano consegnato Milano nelle mani di Pisapia. Però credo che, tutti insieme, questi segnali dicano chiaramente che qualcosa sta cambiando. Dal punto di vista politico, certo. Ma perfino la tivù, attraverso la sempre crescente attenzione dei media tradizionali per ciò che accade sul web, sta forse iniziando a capire che «il popolo della rete» è lo stesso che poi, a ignorarlo, cambia canale. O, peggio, ti guarda. E ti «costringe» a rettificare.

Tg1, il manuale di disinformazione.

Notizie che scompaiono, contestazioni zittite, pareri a senso unico, editoriali a orologeria, imprecisioni, errori, rettifiche mai date. E tanta, tanta paccottiglia per distrarre le masse. Delle tecniche di disinformazione messe in atto in modo scientifico dal Tg1 sappiamo già tutto. Ma leggerle una dietro l’altra, come in un manuale, fa comunque un certo effetto. Oggi grazie al libro bianco redatto dal comitato di redazione e diffuso sul sito del Fatto è possibile. Un documento storico di come l’Italia è stata raccontata a milioni di italiani a partire da giugno 2009. Quando Augusto Minzolini disse che il telegiornale si sarebbe occupato «della vita reale della gente».

Una memoria collettiva, per dirla con Eugenio Montale, di ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. Bel risultato, per un giornalista.

[Scarica il libro bianco sulla disinformazione del Tg1 di Minzolini in pdf]

Ferrara al Tg1, «una certa libertà di tono».

Ferrara:

Tutti fanno i guasconi, tutti dicono che sono liberi. Io non faccio guasconate. Io sono un normale giornalista, sono un cittadino di questo Paese. Ho un temperamento e una certa libertà di tono. Sono schierato, direi che sono schierato. Santoro no, Lerner no, la Dandini no, Floris no: gli altri conduttori televisivi sono indipendenti e parlano a nome di tutti. Io invece sono un po’ schierato, lo confesso.

E infatti se ne è dimenticato uno: Minzolini.

Per fortuna che lui, quello di Radio Londra, ha «una certa libertà di tono».