Nausea politica digitale

Ci sono tutte le premesse perché le prossime elezioni siano le più social di sempre. Speriamo ciò significhi programmi più partecipati, più trasparenza nelle scelte che contano, candidati più disponibili a rispondere alle domande – da chiunque provengano e di qualunque tipo – e, perché no, un po’ di sano divertimento. Ma c’è anche un possibile effetto collaterale, che accompagna il rischio che non accada nulla di tutto questo e che partiti, movimenti e i loro candidati continuino a fare ciò che hanno sempre fatto, soltanto rivestendo la loro usuale propaganda di una patina cool e più socialmente accettabile (segnali in questa direzione sono l’utilizzo dell’ormai insignificante notazione 2.0 nei fantomatici restyling di Lega Nord e Pdl): l’indigestione. La sovraesposizione, cioè, a messaggi di marketing politico. Già ora l’effetto combinato del filtro che personalizza i contenuti del mio news feed su Facebook e delle attività dei miei ‘amici’ – tutti improvvisamente preoccupati di dare l’endorsement a questo o quel progetto politico – è una sorta di nausea, di rigetto per la nuova propaganda politica da status update. Non sono a conoscenza di studi scientifici (o simil-tali) su quella che si potrebbe chiamare a tutti gli effetti nausea politica digitale. Se, cioè, ci sia un livello di esposizione a questo tipo di messaggi sui social network superato il quale si incentiva l’utente a disinteressarsi della politica, piuttosto che il contrario. E magari a stare a casa, piuttosto che a spingerlo verso le urne. Credo sia un campo ancora in gran parte da esplorare, anche se sappiamo che negli Stati Uniti dichiarare di andare a votare su Facebook – lo ha dimostrato uno studio recente – comporta maggiori voti reali. Il che, tuttavia, poco ci dice sulla totalità della popolazione esposta alla campagna elettorale permanente di cui nei prossimi mesi saremo costretti a essere testimoni, e nulla o quasi sulle reazioni della popolazione italiana. Ecco, magari è una sensazione che non trova alcun riscontro statistico. Ma la sensazione rimane. E mi sta allontanando, non avvicinando, alla politica.

Gelmini, ti rompo il «kollo» su Facebook.

“Su Facebook minacce al ministro“, titola il Corriere della Sera a pagina 31. Sono «oltre 400» a volere il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini «legata, mani e piedi, e imbavagliata». Titolo del gruppo: «Uccidiamo la Gelmini».

E’ un film già visto. Ma è ugualmente «Immediata la solidarietà del mondo politico»:  intervengono Valducci, Casellati, Pasquali e molti altri del Pdl, Rusconi del Pd e Reguzzoni della Lega Nord. La Cgil e gli “Studenti per la libertà”. E d’accordo, ricevere minacce di morte non è mai piacevole. Ma quanto gravi sono queste minacce, in particolare?

Per Cicchitto il ministro è «oggetto degli inaccettabili attacchi e delle gravissime minacce diffuse a mezzo internet su Facebook», di «gesti e azioni (!?) vili» che possono «minare l’agibilità democratica». Bonaiuti parla di «pesanti minacce» e di «intimidazioni». Per il vicepresidente del Senato Nania «bisogna tenere alta la guardia e indagare su questi spargitori di odio». E per Roccella i social network diventano per l’ennesima volta «catalizzatori di odio e megafoni per minacce e insulti». Da ultimo, il ministro Prestigiacomo definisce le minacce di «inaudita violenza» (del resto «l’odio per l’avversario dilaga su internet»).

Ne siamo sicuri? Ecco alcune di queste “gravissime” minacce e intimidazioni di possibili futuri attentatori, talmente coraggiosi da avere immediatamente cambiato il nome del gruppo in “x ki odia la gelmini“:

Altri rivelano di essersi iscritti solo per aver sentito parlare del gruppo al Tg5 o su Italia1 (…)

Certo, ci sono gli inviti a «cadere e romperti il kollo» e qualche parola grossa, ma siamo sicuri quotidiani come il Corriere, telegiornali e l’intero mondo politico non abbiano di meglio da fare che occuparsi degli sfoghi di qualche liceale?

Ps: Ecco da dove nasce il tutto:

Aggiungeteci un pizzico di pigrizia e di moralismo e il gioco è fatto.

Pps: Il tenore dei commenti di Aelthas mi costringe a una precisazione. Qui nessuno intende nascondere o tacere il fatto che nel gruppo sopra menzionato ci siano anche commenti come questo

Il punto è un altro: e cioè che anche se tutti i commenti avessero questo tono non ci sarebbe a mio avviso nessuna notizia meritevole di servizi su telegiornali e quotidiani autorevoli come il Corriere. Ho argomentato la mia posizione ripetutamente, ad esempio qui, qui e in questo libro. Gli sfoghi di un centinaio di adolescenti non sono in alcun modo equiparabili ai piani di “brigatisti” futuri, passati o presenti. E se alcuni di loro dovessero diventarlo, non sarebbe certo a causa dell’adesione a una pagina Facebook. Che, di per sé, non significa un bel nulla.

Pansa, il terrorismo su Facebook e la Loreto del Popolo Viola.

Secondo l’editoriale di Giampaolo Pansa su Libero di oggi, i brigatisti che nel 1977 uccisero il vicedirettore de La Stampa Carlo Casalegno sarebbero «i progenitori di quelli che adesso hanno costituito su Facebook il gruppo “Uccidiamo Belpietro”». L’identità viene ribadita poche righe più sotto: «Se all’epoca di Carlo ci fosse già stato Internet, di sicuro sarebbe nato su Facebook il gruppo “Uccidiamo Casalegno”». Anche se lo stessso Pansa aggiunge: «Ma i killer brigatisti non ne avevano bisogno e lo accopparono lo stesso».

Il “revisionista” passa poi a un secondo parallelo: quello con la lista degli ottocento che firmarono contro Luigi Calabresi, convinti che il commissario avesse gettato l’anarchico Pinelli dal famoso balcone: «la loro lista mortuaria era nella sostanza un gruppo di Facebook».

Terza e ultima analogia quella tra il Popolo Viola e chi ha appeso Mussolini: «ad allarmarmi di più è stato il Popolo Viola […] Nel guardare i servizi televisivi, mi ha folgorato un pensiero orrendo: ecco gente marcia verso un nuovo piazzale Loreto, per appenderci un nuovo Mussolini». Soluzione? La Lega spinga al voto. L’unico modo, secondo Pansa, per «esorcizzare gli spiriti maligni che rischiano di portarci tutti nella tomba».

Nonostante nel Paese tiri una brutta aria, le tre identità proposte da Pansa sono profondamente fuorvianti, a mio avviso. E in questo post ne spiego le ragioni. Qui invece mi limito a osservare che quando ho conosciuto Pansa, l’estate scorsa, mi ha rivelato di ritenere internet un luogo dove circolano solo falsità e violenza, che non ha mai aggiunto alcuna informazione a quella disponibile su carta. Il tutto senza averlo sostanzialmente mai usato e, di certo, senza conoscerne minimamente le dinamiche. Che fine ha fatto lo “spaccavetri” che si scagliava contro chi era soltanto capace di giudicare a suon di pregiudizi? Come ha potuto finirne vittima lui stesso?

Cossiga, “devi morire”.

Quando ho letto su Daw che i lettori della pagina Facebook di Repubblica si sono prodotti in commenti tutt’altro che nobili circa le disperate condizioni di salute di Francesco Cossiga non mi sono stupito più di tanto: l’odio, si sa, è bipartisan. Ricordate ad esempio quelli dei lettori del Giornale riguardo a Roberto Saviano, i terremotati o gli omosessuali? Ecco. Devo confessare tuttavia che il numero e la violenza dei commenti un po’ mi ha sorpreso. Ne riporto alcuni, perché quelli ripresi da Daw a mio avviso sono perfino troppo leggeri per essere rappresentativi:

Chissà se tra chi si sta augurando la morte – possibilmente tra mille dolori e solo come anticamera dell’inferno – dell’ex Presidente della Repubblica c’è anche chi si è indignato per gli auspici di morte a Saviano. E chissà se domani sul Giornale leggeremo un pezzo contro la presupposta superiorità morale dei lettori del quotidiano di Ezio Mauro, che magari dimentichi quanto è stato scritto da quelli di Feltri.

Rispetto, onore e dignità agli amici; odio, sofferenza e castigo per i nemici. Gli uni quando sbagliano sono sempre giustificati, gli altri sempre irredimibili. I primi esseri umani, i secondi bestie. Anche questo è il prodotto dei “trattamenti-Boffo” e delle campagne di una informazione che fa politica, e solo per dividere. Anche questo, insomma, è il “Paese reale”. A me non piace. A voi?

PS: I lettori del Fatto non sono da meno. Non ripeto l’elenco, sarebbe troppo lungo. Ma questo commento è abbastanza rappresentativo:

No, Berlusconi non ci sta spiando su Facebook.

Torno sul post di stamane, solo per fare chiarezza su alcuni errori ed equivoci:

1. Silvio Berlusconi non vi sta spiando su Facebook. La pagina di cui si parlava non è altro che una community page o pagina sociale, una recente aggiunta prevista dal social network. Che cosa siano lo spiega il blog di Facebook, mentre in questo e questo articolo vengono sollevati alcuni “legittimi dubbi” circa il loro utilizzo.

2. La pagina Facebook qui discussa non è la pagina ufficiale di Silvio Berlusconi che, secondo il responsabile internet del PDL Antonio Palmieri, verrà creata “entro trenta giorni”. Come rivela Facebook Inside, infatti, “proprio in queste ore è nata su Facebook una pagina sociale (dunque non ufficiale) dedicata al Premier Silvio Berlusconi” il cui scopo è – questa volta è Facebook stesso a scriverlo – “diventi una raccolta il più completa possibile delle informazioni disponibili su questo argomento. Se hai un interesse particolare per Silvio Berlusconi, registrati. Ti faremo sapere quando potrai iniziare a inviare i tuoi commenti. Puoi anche aiutarci consigliando la Pagina Facebook ufficiale.” Appare quindi fuori luogo affermare che “lo sbarco di Berlusconi su Facebook avviene con un illecito“, come fa JulieNews.

3. Non è nemmeno vero, come avevo inizialmente scritto, che sussista un particolare problema di privacy riguardo alla creazione di queste pagine, dato che a comparire sulla bacheca della community page è soltanto quanto le nostre impostazioni di privacy consentono. Dunque, come scrive Mauro Munafò, saranno soltanto le persone che possono abitualmente leggere i vostri contenuti a vedere il vostro commento su Berlusconi (o su D’Alema, o su qualunque altro argomento) nella bacheca della “pagina sociale”. Sulla questione della cancellazione dal social network, invece, qualche dubbio rimane.

Così come rimangono alcuni problemi di fondo: quanti degli utenti di Facebook erano a conoscenza dell’esistenza delle pagine sociali? A giudicare dalle reazioni, pochissimi – e io fino a stamane non ero tra loro. Quanti sono a conoscenza del modo in cui Facebook si relaziona con la propria privacy? Altrettanto pochi, parrebbe. Anche se di recente se ne è discusso moltissimo.

Da ultimo: quanti utenti sono disposti a scagliarsi contro Silvio Berlusconi prima di accendere il cervello? Difficile dare un giudizio. Tuttavia dalle urla al complotto, al regime e alla schedatura che si sono immediatamente levate non sembrerebbero pochi.

Mi scuso dunque con tutti i lettori che fossero stati tratti in inganno dal mio post precedente: era una semplice manifestazione di ignoranza da parte del sottoscritto. L’errore, tuttavia, non è stato solamente nocivo. Ha anche rivelato, una volta di più, il bisogno urgente di formare cittadini digitali consapevoli, che sappiano valutare le enormi potenzialità di uno strumento come Facebook senza ignorare il prezzo da pagare per poterne disporre. Allo stesso tempo, ha rivelato quanto sia difficile portare a termine questo compito. Possibilmente prima che si scateni una ulteriore ondata di “odio politico” fondata sul nulla o qualche giornale “interessato” si appropri di questa vicenda per vendere l’idea – sempre attuale – che la Rete sia solo ed esclusivamente un covo di bufale.

Ringrazio tutti i lettori e bloggers che qui o sulla pagina Facebook mi hanno aiutato a fare chiarezza sulla vicenda.