Modi per far rispettare la par condicio 2.0

La par condicio anche sui social network? «Occorre prima una valutazione quantitativa da parte del Parlamento, ma penso che prima o poi sarà inevitabile intervenire sul tema», ha risposto secondo l’Ansa il presidente Agcom, Marcello Cardani, a margine della celebrazione dei dieci anni del Corecom. Alessio Butti, ex Pdl ora Fratelli d’Italia e già noto per la geniale proposta di istituire il principio ‘un’idea un conduttore‘, «accoglie con soddisfazione». E rilancia: «Da tempo sottolineiamo l’importanza di un tempestivo intervento da parte dell’Agcom» sul tema social network. Del resto, secondo Cardani «da un punto di vista intuitivo è possibile». Il problema è che «non abbiamo gli strumenti per ora per intervenire».

Ecco qualche suggerimento all’Agcom per trasformare l’Italia in un Paese i cui social media siano in perfetta parità politica:

1. Istituire una commissione che controlli che per ogni commento in favore di x ci sia un amico (costretto o meno) a postare un commento contro x. Alla terza violazione (non si trova l’amico in questione), costringere il gestore della piattaforma (Facebook, Twitter, YouTube) a chiudere la pagina che ospita i commenti.

2. Monitorare tramite apposito team di sorveglianti digitali il tempo di permanenza sul sito del partito x, e costringere l’utente a trascorrere altrettanto tempo sul sito del partito rivale y. In caso di violazione, sconnetterlo da Internet (il sito o l’utente, oppure entrambi). Fare altrettanto con le tempistiche dei videomessaggi postati su YouTube dai diversi candidati (devono dare la stessa somma) e, se necessario, con le righe dei post su Facebook (Twitter è già in par condicio, da questo punto di vista: per tutti vale il limite dei 140 caratteri).

3. Stabilire un numero massimo di tweet a contenuto propagandistico per ogni politico. Chi sgarra sarà costretto a scrivere tweet contro se stesso e il suo partito, per riequilibrare (una sorta di tweet-rettifica). Lo stesso si dica per il numero di post e commenti su Facebook e ogni altra piattaforma social, anche disabitata.

4. Limitare la visibilità di ogni post a contenuto propagandistico a un numero x di visualizzazioni, dopo di che al suo posto appare una schermata con una scritta tipo: «Questa pagina è inaccessibile perché è già stata visualizzata un numero di volte pari al numero di volte in cui è stata visualizzata ogni altra pagina a contenuto propagandistico».

5. Vietare non solo ogni tweet, status, videomessaggio, link o menzione di contenuti politici da parte degli staff digitali dei contendenti in periodo di par condicio, ma anche ogni retweet, tag di utenti altrui (potrebbe apparire sulle bacheche degli iscritti!), link e menzioni a contenuti politici da parte di commentatori e semplici utenti (potrebbero condurre a contenuti politici in modi, tempi e quantità difformi alla par condicio!).

Significa trasformare il libero web in una sorta di riedizione grottesca della rete cinese, dove invece di un unico e solo messaggio (quello del regime) devono per forza passare tutti con la stessa importanza? Certo. Ma che importa: all’Agcom garantiscono le comunicazioni, mica la democrazia.

Il contrario di Keynes

Io dico il contrario di Keynes: nel breve periodo saremo tutti morti. Perché sarà il tempo in cui i sintomi della malattia esploderanno, e ci stenderanno al suolo. Saranno gli anni che abbiamo tanto aspettato. E saranno orribili. I lolcats diventeranno pillole di propaganda politica virale imposta dai comunicatori di partito; i vecchi, noiosissimi comizi serie di luccicanti tweet da riprendere a tutta pagina; i programmi elettorali thread di discussione su una qualche piattaforma liquida. Scambieremo la partecipazione col click, il voto con una dichiarazione di voto su Facebook, la credibilità con l’influenza. Oggi ne abbiamo gli assaggi, ma è la retorica incantata dei futuristi che vogliono farsi riconoscere, e glorificare, come tali. Domani, invece, sarà proprio così: il trionfo della retorica, il wishful thinking che diviene realtà, la profezia finto-progressista (dove sta il progresso se stiamo peggio) che si autoavvera.

E non lo sapremo neanche raccontare. Il fact-checking si confonderà con il retweet-istantaneo-a-scopo-di-verifica. I quotidiani perderanno sempre più rilevanza e cercheranno di chiudersi dietro a un paywall, sperando basti confondere giornalista e lettore o fare squadra, serrare i ranghi per ritornare a fasti economici e morali che non potranno raggiungere, non senza rivoluzionare l’offerta. Ma non lo faranno, perché avremo sempre più occasioni per cliccare, interagire, esserci. Giungeremo allo stato in cui avremo le mani libere e il cervello connesso, lo sguardo fisso nel cielo e su Twitter, il pensiero intrappolato tra desideri che, in un istante, si tramuteranno in pubblicità consigliate dai nostri amici. E chi avrà più tempo o modo di stare appeso ai mille dettagli e alle tante diramazioni fattuali di un’inchiesta o di un approfondimento. A chi mai potrà interessare addirittura aprire il portafogli per fermarsi e scendere sulla riva del fiume da cui il resto del mondo, incessante e sempre diverso, scorre. Vorremo tutto, subito, e solo per avere di nuovo tutto, e subito. Ci scoppierà quasi il cuore: a noi che della politica e dell’informazione interessa, per la propaganda e le notizie; agli indifferenti, lo stesso, ma per il decuplicarsi degli stimoli.

Poi, a un certo punto, moriremo. E sarà bellissimo, perché avremo il tempo di capirci. E capire che saremo stufi delle maree di conformismo da social media come di quelle tutte incessantemente anticonformiste, ma allo stesso modo. Che non ne potremo più di morderci la lingua per non rischiare che una parola di troppo ci costi il posto di lavoro oggi o tra trent’anni. Che ciò che stiamo rincorrendo, sia la fama o l’autocelebrazione, è in realtà raggiungibile quanto la vena che apre le porte della percezione all’eroinomane. Come le mura di casa sembrano un’oasi di ristoro dopo una lunga assenza, torneremo a immaginare la solitudine, il distacco, la concentrazione, la bestemmia, il rigetto, la sporcizia come qualcosa di desiderabile.

Alla retorica del social si sostituirà quella dell’anti-social, alla corsa la lentezza, all’immagine levigata, ritoccata, abbellita, stereotipata di noi stessi quella preziosa, preziosissima schifezza che restituisce lo specchio al mattino, gli occhi pesti dopo una notte a guardare la notte sparire, la gola arsa per le sigarette che hai fumato da solo, il cuore gonfio per le emozioni che hai provato tu e tu solamente, e che sei orgoglioso di non poter condividere con nessuno. Cose di cui sei geloso e che ti definiscono perché solamente tue, e non perché messe in piazza. Cose che sanno di passato ma anche di futuro remoto. Tanto remoto da poter esistere solo dopo l’apocalisse, e quindi mai. Ma che forse sono la vera catastrofe, la vera predizione planetaria di cui noi, i contemporanei, dovremmo avere un terrore assoluto.

Ventitré giorni senza social media

Dal primo di agosto a oggi mi sono auto-imposto di stare alla larga da Facebook, Twitter e da questo blog. Ho cercato la concentrazione e il distacco necessari per scrivere un romanzo la cui idea principale mi ossessiona da un paio d’anni; ma la prima stesura è andata a vuoto e la seconda non mi convince abbastanza da mantenere il proposito di restare ‘sconnesso’ fino al primo settembre. Da oggi – a meno di ripensamenti o illuminazioni, che per quanto riguarda la narrativa sono sempre possibili, anche se non nella stessa misura – riprendo a frequentare i social media a tempo pieno (sì, a volte ho violato la regola che mi ero imposto). Tuttavia in queste settimane ho raccolto qualche impressione sparsa su ciò che ho provato in seguito al distacco dallo stato di connessione perenne in cui mi trovo di norma. Sono appunti diaristici, perfino contraddittori a volte, e non hanno alcuna pretesa di scientificità – nemmeno nel senso, ambiguo, delle scienze sociali. Eccoli.

 

Mercoledì 1 agosto

11:06 – Ho staccato per scrivere il mio romanzo. Sono ancora connesso a Internet, ma ho scelto di sparire dai social media per concentrarmi il più possibile. Niente Facebook, niente Twitter. E navigazione limitata allo stretto indispensabile, azzerata nella fase di scrittura. Che conto giunga al più presto, e duri per tutto il mese. Ritorno ai social previsto il primo settembre.

11:37 – Per la prima volta ho l’impulso di controllare Facebook, vedere chi ha risposto al mio arrivederci («The day has come. Ci si legge tra qualche settimana»).

12:07 – Mi sento solo con i miei pensieri.

12:41 – Leggo la home di Repubblica.it e vorrei condividere con qualcuno un pensiero sulla morte di Gore Vidal, sull’apertura di Vendola all’Udc, sull’orribile titolo «Fb, Google e Amazon i grandi del web schierati con i gay». Ma la fruizione, senza social, è tornata unidirezionale: loro producono, io leggo. I commenti restano intrappolati nella mia testa. Ma è come se volessero continuamente uscire. Non riesco a cliccare su nessun articolo. Chiudo Chrome.

12:58 – Il direttore del Messaggero Veneto mi scrive: «Non ci credo che stacchi per così tanto tempo». Neanche io.

13:31 – E se non fosse indispensabile seguire così spasmodicamente le notizie?

13:35 – Se non avessi staccato non avrei mai tenuto un diario, di nulla.

14:34 – C’è come un velo d’ignoranza tra me e il mondo. Pensavo si associasse ad ansia, fretta, smania. Invece la prima reazione è stanchezza, come dopo l’esercizio fisico. Stanchezza per rilassamento delle membra, non per sfinimento.

14:44 – Ripenso all’idea di Nathan Jurgenson che l’online sia sempre presente anche nell’offline, anche quando siamo sconnessi. E a quanto sia vero: non riesco a concepire questo diario come qualcosa di diverso dal post di un blog, a non immaginare le reazioni che susciterà una volta pubblicato, ai retweet e ai like.

14:52 – Ho meno voglia di usare lo smartphone. Senza i social, è meno ‘smart’.

16:00 – Quanto facilmente viene a noia il monitor. Ciò che mi interessa della tecnologia, ciò che non la rende mai stancante, è l’umano che contiene.

16:04 – Sono distratto come prima. Questa volta, per noia. Prima, per troppa curiosità. Interessante come per entrambi gli opposti il risultato sia lo stesso.

16:41 – Ascolto Oshin, dei DIIV. Ma non posso dirlo a nessuno dei miei circa 10 mila amici online. Qualcosa nell’ascolto ne risente.

18:45 – Ho cambiato sfondo al desktop: ora c’è un quadro distopico sulla sorveglianza digitale di Laurie Lipton. Appropriato per quello che sto scrivendo. Mi sembra importantissimo, qualcosa che sento il bisogno di comunicare agli amici.

Giovedì 2 agosto

10:26 – Ieri sera ho dimenticato di essere offline. E ho cercato molto meno del solito l’iPhone nella tasca: all’aperitivo, a cena, dopo. Stamane è molto più difficile. Alla rassegna stampa manca il peso dato dagli amici alle notizie. Mancano le loro segnalazioni. I giornali sembrano carne morta; mentre quella viva, che sanguina, mi è inaccessibile.

11:42 – Mi accorgo che lo stimolo di accedere a Facebook e Twitter è più forte, quasi un automatismo, quando il pensiero si inceppa. La distrazione compensa la difficoltà senza risolverla: resta lì, in attesa che l’attenzione ci ritorni.

12:04 – Sì, iniziano a mancarmi gli ‘amici’. Quelli conosciuti e frequentati principalmente su Facebook.

12:13 – Quindici ore circa che non accedo a Facebook: 44 notifiche, annoto sbirciando rapidamente dopo il log in effettuato in violazione delle regole che mi sono auto-imposto. Esco subito, senza leggerle.

15:31 – Chissà se dopo un mese di inattività qualche ‘studioso’ di Twitter mi catalogherà tra i bot.

16:52 – Immagino un giornalista che non abbia mai frequentato o che non frequenti i social media. E mi chiedo come faccia. Zygmunt Bauman, nella sua conversazione con David Lyon sulla «sorveglianza liquida», dice che la sociologia senza Facebook è «semplicemente inadeguata». Non credo che per il giornalismo possa essere molto diverso.

Venerdì 3 agosto

10:49 – Le singole notizie sui giornali e sui siti mi sembrano meno importanti, ciascuna ricondotta nel suo scenario globale, nel suo contesto. Emergono delle tracce che prima vedevo ma non apprezzavo a fondo. Il distacco ha portato con sé una comprensione meno dettagliata, ma più serena e profonda. «Emotions recollected in tranquility», scriveva Wordsworth per la poesia. A dire: non scrivere di getto, lascia che le sensazioni sedimentino e prendano forma, prima di emergere sulla penna. Sembra valere anche per i fatti, o quantomeno per la loro sistemazione.

10:56 – L’urgenza di condividere ciò che leggo è già affievolita, quasi scomparsa. Sarà perché leggo meno, o è per effetto del distacco? Sentiamo più bisogno di condividere ciò che abbiamo reperito perché condiviso?

11:21 – Il bisogno di social media cresce con il tempo trascorso davanti al monitor. La fortuna è che decresce accorciandolo, o allontanandosene. Tutt’altro che banale, dato che il meccanismo delle dipendenze è esattamente l’inverso.

Sabato 4 agosto

11:01 – Dopo tre giorni di separazione dal magma incessante dell’attualità la politica italiana appare in tutta la sua nuda, insolente inconcludenza. Parole a vuoto, che si riempiono di significato solo nell’orizzonte temporale di un dibattito che si rinnova di mezz’ora in mezz’ora. Con tempi appena più lunghi, da un mattino all’altro, già non ne hanno più. Forse la narrazione e i tempi dei social media nutrono l’incapacità di vedere il nulla delle dichiarazioni, delle interviste, dei retroscena, degli accordi sottobanco; già il distacco tra la carta del giornale di ieri e quello di oggi mette le cose in prospettiva. Vero, senza i social media manca un senso di maggiore partecipazione a quel dibattito; ma, per contribuire davvero alla politica, dovrebbero ricordarci che riguarda anche e soprattutto il medio-lungo periodo. Un orizzonte che nell’esistenza occupata da Facebook e Twitter è, se non scomparso, nascosto.

11:22 – Non avere nulla da dire non è più un problema.

17:25 – Tolti i social media la serendipity non aumenta. Semplicemente, Internet sembra meno seducente.

17:40 – Una impossibilità storica, ma istruttiva: se la parabola di un personaggio come Mussolini si fosse svolta interamente in un’epoca dotata della lente dei social media, oggi sapremmo di più della sua figura? Avremmo forse un giudizio diverso – non nella sostanza, ma nei dettagli – del suo operato? In altre parole: il racconto di una dittatura, e della vicenda umana di un dittatore, è lo stesso prima e dopo la rete sociale?

Domenica 5 agosto

15: 03 – Nathan Jurgenson, su la Lettura, scrive che la rete sociale è uno spazio emotivo ed estetico, dove il presente richiama il passato (Instagram) e il passato rivive nel presente (la Timeline di Facebook). Il che dimostra, conclude Jurgenson, che offline e online sono inestricabili e indistinguibili – ontologicamente, verrebbe da aggiungere. Eppure ora che il mio spazio sociale online è muto da giorni, emotività ed estetica non ne hanno risentito. Anzi, sento ritornare pensieri nella forma libera della riflessione, senza le costrizioni dei 140 caratteri di Twitter, del formato di Facebook o di ogni altra nozione del bello e del sensato standardizzata tramite quello spazio. L’offline reclama la sua qualità su ciò che era diventato nel miscuglio con i media sociali; il suo primato, direbbe un dualista digitale. Il dualismo, insomma, si impone nell’assenza dell’online. È il passato che chiama, e ancora seduce.

23:05 – Serata senza idee. Non mi succedeva da tempo. O meglio: da tempo non me ne accorgevo. Se non fossi nel corso del mio esperimento di distacco, in situazioni come queste starei su Facebook o Twitter, a prendere parte a qualche discussione più o meno utile, a leggere qualche articolo suggerito da chi seguo o dagli ‘amici’, magari a chattare distrattamente con sconosciuti e non. E sentirei meno il vuoto che ho nella testa proprio nel giorno precedente l’inizio della stesura del romanzo. Quel vuoto si sente meno, con i social media. Ma forse è un male: perché ci ritorna a noi stessi, all’umiltà di sentirsi nulla di fronte ai propri stessi progetti. Forse è una solitudine vera del pensiero, dopo tanti mesi di alone, together.

Lunedì 6 agosto

9:50 – Quando inizi ad avere richieste di profondità e riflessione, perché lo sguardo si è allontanato a sufficienza dal flusso incessante e caotico delle notizie, è la carta a non darne – non i social media. La distinzione tiene: ma a sfavore della prima, non dei secondi.

10:04 – Il mio Klout starà scemando, la posizione del mio blog nella classifica di BlogBabel e nei motori di ricerca pure, i follower su Twitter saranno scesi così come i ‘fan’ della mia pagina Facebook – penso ridacchiando tra me e me. La mia presenza online starà diventando più sfumata, lieve, come un’ombra immobile dietro a una tenda. Come qualcosa che lentamente, giorno dopo giorno, scompare. La sensazione di poter ancora sparire, anche se soltanto per poco e per finta, procura sollievo. Con un tocco, leggero e inspiegabile, di comicità.

11:51 – Breve visita di ricognizione su Facebook: le notifiche sono diventate 106. Viene da pensare che, superata una certa soglia di contatti, l’utilizzo diventi o costante o impossibile. I ‘fan’ della pagina del mio blog, in ogni caso, sono aumentati, non diminuiti.

17:12 – Immerso nella scrittura. I dibattiti su cui mi sono infervorato nei mesi e nelle settimane precedenti mi sembrano straordinariamente futili. Ma resto convinto che senza averli affrontati, e senza averli affrontati come fossero ciascuno di vitale importanza, niente di ciò che sto scrivendo avrebbe mai visto la luce. Il quotidiano, vissuto anche tramite le reti sociali, nutre ciò che lo supera. Pensare che lo si possa superare senza esservi rimasti immersi fino al collo mi sembra – pur in questo momento di profondo isolamento – una follia intellettualistica della peggior specie. Quasi quanto il pensiero di poterlo superare rimanendovi costantemente immersi.

Martedì 7 agosto

17:17 – Non: smetto di usare i social media, quindi aumenta il pensiero di usarli. Ma: smetto di usare i social media, quindi smetto di pensare di usarli. Insieme al bisogno, scompare la riflessione su quel bisogno. Chiaramente il discorso sulle dipendenze in questo caso non c’entra un bel nulla. Se questa sensazione si rivelasse esatta, in ogni caso, dubito di riuscire a scriverne per altre tre settimane.

18:55 – C’è voluto qualche giorno, ma ora sono in grado senza sforzo di pensare a questa pagina come alla pagina di un diario, e non di un blog. Forse Jurgenson (vedi 1 agosto, 14:44) ha ragione solo nel breve termine, e in stato di connessione permanente: altrimenti, a un certo punto, l’offline ritorna a liberarsi dell’online. Anche del suo spettro.

21:09 – Stasera che non ho voglia di pensare mi manca un po’ il misto di chiacchiere, indignazione e trolling che si fa di norma con gli amici su Facebook la sera, a quest’ora.

Mercoledì 8 agosto

11:15 – Si fa un gran parlare, spesso a sproposito, delle battaglie condotte «dal popolo della Rete», o direttamente «dalla Rete». E ce ne sono, sia chiaro – anche se c’è soprattutto molto altro. Il punto che non avevo compreso a fondo prima di staccare è quanto questa rappresentazione conflittuale di ciò che accade su Internet e in particolare sui social media sia funzionale alla distrazione dalle battaglie condotte dai giornali. Ciascuno, prima ancora di fare informazione, è una fazione in guerra per l’affermazione della propria weltanschauung. Difficile trovare una simile polarizzazione della potenza di fuoco su Internet, dove la fruizione stessa dell’informazione è per sua natura ibrida, un articolo dalla home di Repubblica.it e uno segnalato da un amico su Facebook, un occhio al feed dei giornalisti su Twitter e un altro alla rassegna stampa della Camera. È una logica antica, morta, quella che separa le due realtà, l’analogica e la digitale. Ma in un certo senso è bene qualche distinzione rimanga: aiuta a dividere un mondo in guerra con eserciti tradizionali da uno in cui, semmai, la logica è del nemico invisibile, degli spauracchi («l’iperconnessione», «la dipendenza da Internet», «Google ci rende stupidi») e della guerriglia, casa per casa. La prima, quasi necessariamente, arruola; la seconda, tutto sommato, consente di saltare da un fronte all’altro, da una prima linea a quella che fino a un attimo prima si colpiva. E anche, se proprio lo si desidera, di ignorare quelle patetiche scaramucce. Proprio questa ultima possibilità costringe gli eserciti del mainstream analogico a conferire alla fantomatica «Rete» e al suo altrettanto fantomatico «popolo» le qualità che in realtà calzano loro così a pennello, e che da decenni sono loro proprie. Devono poter dire: «Noi non stiamo facendo la guerra, la stiamo solo raccontando. Guardatela: è lì, in Rete». È una bugia, ma serve a prendere il tempo necessario a cambiare caricatore.

16:39 – Imperativo categorico 2.0: Mai commentare ciò che non commenteresti dopo almeno due giorni di distacco. Corollario: Se proprio lo devi fare, fallo come se avessi potuto maturare almeno due giorni di distacco, nel giudizio. È una elementare massima di ecologia politica, e se mai dovesse diventare una kantiana «legge universale» – certo che non lo diventerà – del retroscenismo e della zuffa partitica non resterebbe che un gioco in solitario o, alla meglio, a due: i contendenti, senza pubblico.

Giovedì 9 agosto

14:48 – Quanta della facilità con cui mi sono liberato dei social media, in una settimana e senza sentirne sostanzialmente mai il bisogno, dipende dal fatto che sia agosto?

19:08 – Apro Twitter per controllare che non ci siano messaggi di lavoro nella posta privata, e trovo questo tweet di Rob Horning (@marginalutility): «social media sites are sold as places “to connect” but theyre also places to judge and be judged; you agree to be judged by metrics of site». Quindi tra le cose a cui non sto avendo accesso in questi giorni c’è anche una forma – potente – di giudizio sociale.

19:18 – Sarebbe divertente poter confrontare i titoli più straccioni apparsi sui siti dei principali quotidiani italiani in questi ultimi dieci giorni (su tutti, quelli dei pezzi guardoni sulle atlete di Londra 2012) e le frasi più straccione postate su Facebook. Mettere il tutto a denominatore comune, e vedere a quanto ammonterebbero i numeratori.

19:39 – La quantità di tempo che si libera stando alla larga dai social media è finora ciò che più mi ha colpito, e la variabile che ha più effetti sulla vita di tutti i giorni.

Sabato 11 agosto

13:30 – Annoiato e deluso da ciò che sto scrivendo, decido per la prima volta di scorrere il Twitter feed della mia lista di account di ‘cultura tecnologica’. Ci sono almeno cinque notizie di grande importanza, tra cui quella – completamente ignorata dai mainstream media italiani e non solo – su TrapWire e la decisione di Google di iniziare a ‘punire’ nel posizionamento i siti che ricevano segnalazioni per violazione del copyright. Notizie di cui non avevo avuto nemmeno alcun sentore, pur avendo letto quattro giornali cartacei, stamane. E non si tratta di notizie dell’ultima ora, anzi. Avrei potuto venirne a conoscenza ugualmente senza Twitter? Certo: i modi per raggiungere The Verge o Russia Today non mancano. Ma trovarle tutte lì, una dietro l’altra, è una comodità che deriva unicamente dal tempo passato, nei mesi scorsi, a selezionare con cura le fonti che più spesso forniscono notizie così rilevanti per il mio lavoro. C’è un grado di personalizzazione – positivo, contrariamente a quello che si accompagna alla sorveglianza digitale – che è semplicemente incompatibile con i giornali cartacei, e al momento non ottenibile – a meno di una vera e propria rivoluzione – dalle loro controparti digitali. Conclusione: dieci giorni di lontananza da Facebook non hanno cambiato una virgola o quasi della mia vita lavorativa, mentre la stessa assenza da Twitter sembra avermi consegnato a un’era geologica precedente. Lo stesso non vale per la vita sociale, sia chiaro: da quel punto di vista, senza Facebook qualcosa effettivamente manca.

Domenica 12 agosto

12:52 – Leggendo un paper di 28 pagine dal monitor del laptop, mi rendo conto per la prima volta da anni di essere arrivato oltre la metà senza interruzioni nell’attenzione – senza cercare notizie sulla home del Corriere, senza avere l’istinto (ormai di quello si tratta) di aprire distrattamente Facebook o Twitter e scorrerne i feed. A complicare il tutto c’è che senza Twitter non avrei mai trovato il saggio del 2003 che sto leggendo con così tanta e rinnovata concentrazione.

Domenica 19 agosto

15:01 – Difficile credere che abbia scritto così tanto, mi sia esposto così tanto, sentenziato così tanto, espresso così tanti pareri su argomenti e questioni di cui non sapevo assolutamente nulla. E difficile dire se la foga indotta dai social media a esprimere ed espormi mi abbia portato a capire più o meno, su quegli argomenti e quelle questioni. In alcuni casi certamente, in altri per nulla; molti, tuttavia, sono nel mezzo, e solo ora che scorro a volte le polemiche inutili, i giudizi frettolosi, le antipatie, le inimicizie, i retroscena gratuiti o quasi mi rendo conto di quanto gran parte di ciò che ho scritto su Facebook o Twitter sia stato dettato dalla smania di esserci, interagire con le persone con cui volevo interagire – e non con tutti i miei contatti, mostrarmi con le persone con cui ha un senso e un’utilità mostrarsi. Un amico qualche giorno fa mi ha detto che stare su Facebook è come guardare l’Italia, ed è certamente vero, e con una profondità e insieme un’immediatezza che non ha precedenti. Eppure non ricordo sguardo sociologico così intriso, altrettanto profondamente e immediatamente, di narcisismo e ridondanza. Che sì, può essere anche tutt’uno con la brevità: si può essere di troppo, o dire troppo, anche in 140 caratteri, o con un’immagine.

15:36 – Assange ha appena finito di parlare dal balcone dell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, e mi sono concesso il live-streaming delle reazioni su Twitter. Un sacco di battute che non fanno ridere, alcune che strappano un sorriso, qualche resoconto fedele dei passaggi fondamentali, altri un po’ meno fedeli e un po’ meno fondamentali, tanto rancore – verso una parte o l’altra – e tanta, tanta voglia di far sapere al mondo che si sta da una parte o dall’altra. Di utile c’è, più che altro, qualche foto della folla assiepata lì fuori – per i completisti – e la fotocopia del testo letto da Julian, postata da Russia Today – compreso il passaggio sulla indecente condanna di Putin alle Pussy Riots. Niente di indispensabile, insomma, a ben vedere. Com’è che abbiamo finito per considerare questa specie di chiacchiericcio ininterrotto una conquista di civiltà?

16:36 – Bilancio degli (inutilissimi) indicatori di influenza ‘social’ dopo 19 giorni di inattività: Klout 73.45 (il primo agosto era 77.06, secondo i nuovi parametri); Twitter: 22 nuovi follower; Facebook: 14 richieste di amicizie da confermare, una decina di nuovi ‘like’ sulla pagina fan del blog. Come a dire: tra non postare nulla e postare contenuti che non rimbalzano da una condivisione all’altra non c’è sostanzialmente alcuna differenza. Di certo una conclusione possibile è: astenersi da ciò che non ha potenziale di condivisione. Ma vale solo, è bene ricordarlo a se stessi, se ciò che si vuole ottenere è essere ‘influenti’ – qualunque cosa significhi e comunque lo si misuri. Fare il proprio lavoro con passione è tutt’altro. E non è detto che a sfuggire alla misurazione degli indicatori sia esattamente l’effetto di un lavoro svolto con passione.

Lunedì 20 agosto

15:03 – La vera tirannia, quella che non ti consente di staccare mai davvero del tutto, sono le email che arrivano a ogni ora del giorno e della notte. Le sento a distanza di pochi secondi, prima sull’iPhone e poi sull’iPad, oppure viceversa, con lo stesso identico avvertimento metallico che ti ricorda la dolorosa ovvietà: o si disabilita la connessione su tutti i device che possiedi, oppure tanto vale essere presenti sempre, anche sui social media. L’effetto dello spegnimento di una sola parte della vita in rete, in altre parole, è marginale. Anche se la parte che si spegne sono Facebook e Twitter, il cui contributo al fenomeno della cosiddetta ‘iperconnessione’ inizio a temere sia abbondantemente sopravvalutato.

16:50 – Leggo i ciellini parlare dei matrimoni gay come di «un male per l’umanità» e il desiderio di stendere un commento al veleno, fulmineo, su Twitter e Facebook diventa irrefrenabile. La tentazione del tempo reale si moltiplica quando c’è qualcosa che si percepisce come un’ingiustizia da sanare. Come se bastasse anche il più azzeccato dei commenti a cambiare, fosse solo di una virgola, lo stato di cose.

Martedì 21 agosto

18:25 – Una cosa disgustosa che, spero, non farò mai più: lamentarmi su Facebook del fatto che su Facebook crediamo tutti di essere portatori di verità assolute, che chi su Facebook non è d’accordo con ciò che scrivi su Facebook diventa un nemico e non un interlocutore, che se su Facebook tocchi gli idoli delle folle diventi bersaglio delle folle che, su Facebook, idolatrano. È tutto talmente chiaro, banale, alla luce del sole che non merita più una riga, su Facebook e fuori.

19:09 – Scopro della morte di Sergio Toppi. Vorrei celebrarla condividendo un suo disegno, due parole. In questo caso, cerco la condivisione per trovare sollievo al dolore, il conforto umano che questa casa vuota non mi può dare.

19:14 – Ho pubblicato la foto di Toppi. Ho violato il silenzio, ma non sono stato io a cominciare.

Mercoledì 22 agosto

9:59 – C’è un tratto che accomuna l’uso dei social media alle dipendenze: un assaggio moltiplica il desiderio. Da quando ho ripreso a sbirciare ciò che succede su Facebook e Twitter, da quando non sono riuscito a trattenere il bisogno di condividere un autoritratto di Toppi per celebrarne la fine, e meglio sopportarla, mi ritrovo sempre più spesso a scorrerne i feed. Inconsciamente, quasi, come si accende una sigaretta e poi, giorno dopo giorno, ti ritrovi a fumarne un pacchetto.

16:51 – A proposito dei socialdipendenti sull’orlo di una crisi di nervi: mi pare si stiano moltiplicando. Morozov e Mantellini, Battista e Belpietro, Gasparri e D’Alia. Accuse e controaccuse, sempre (anche) personali, mai (solamente) nel merito. Ed è la cronaca di quello che ho visto solo nelle ultime 24 ore, sbirciando pochi minuti al giorno. Dopo tre settimane di distacco, seppure parziale, questi toni mi sembrano completamente inverosimili. Non che non li abbia mai usati, o che non tornerò a usarli: è che non penso li userei in questo momento, dopo queste tre settimane di distacco, seppure parziale. Chissà se vale anche per loro.

Giovedì 23 agosto

11:42 – Il litigio su Twitter tra Belpietro e Battista è diventato un editoriale su Libero. Non è certo una novità che dissapori privati si traducano in pubbliche accuse: è che ora l’antecedente è, a sua volta, pubblico.

15:07 – Sono quasi certo che queste settimane non mi abbiano insegnato nulla. O meglio, nulla che non andrà perso non appena finiranno. Impara a usare in modo consapevole i social media, dicono. Pubblica di meno, pensa di più, mi sono detto decine di volte. Non ha mai funzionato, e non vedo perché dovrebbe cominciare ora.

15:30 – Ho abbandonato gradualmente il mio proposito di non frequentare i social media fino al primo settembre. Prima è stato un post per gli amici, privato; poi un altro; poi la morte di Toppi mi ha fatto scrivere un post pubblico. Da allora non ho più smesso di sbirciare. Forse dipende dal fatto che quanto ho scritto, del romanzo, non mi soddisfa; forse, invece, è che qualcosa mancava davvero. Tanto vale finirla qui.

Il popolo del web, e noi

Il web dice, protesta, complotta, litiga. Lo spettro del ‘popolo del web’ si aggira per le redazioni di tutta Italia. Google, integrando nuove funzionalità tra i risultati di ricerca, diventa più intelligente. E noi, a furia di reificare Internet e tutto ciò che vi accade, a furia di scambiare l’individuo per la sua controparte collettiva digitale, rischiamo di perdere noi stessi. Non è solo questione di pubblico e privato. E nemmeno del fatto che sembriamo difendere la libertà della rete più della nostra. E’ un problema culturale. Come se stessimo dibattendoci tra due esasperazioni: Internet è il male, Internet è il bene. Con due rischi. Nel primo caso, perdere quell’insieme infinito di possibilità che Internet rappresenta. Nel secondo, accettare una sudditanza psicologica alla tecnologia che – lo scrive da tempo Jaron Lanier – finisce per deprimere l’umano, pur di rendere intelligente il codice, o la macchina. Non so se sia questo a motivare inconsciamente la scelta di Telecom Italia di trasformare un gesto artistico, la direzione d’orchestra, in un gesto meccanico, premere ‘invio’. Ma se anche fosse una semplice strategia pubblicitaria, non sarebbe per questo eliminato l’alone di inquietudine che l’avvolge. In quel «Non sta dirigendo, sta dando l’invio» c’è tutta una serie di sconfitte culturali della società nei confronti della sua rappresentazione mediatica, in particolare di quella digitale. Una sudditanza a quelle che Geert Lovink chiama le nostre «ossessioni collettive», prima di tutto, al punto da ridefinire in funzione di quelle ossessioni il valore sociale della creatività. Ma anche la sconfitta di aver metabolizzato la tremenda inversione del soggetto che ci è quotidianamente suggerita. Come fosse ‘il web’ a scandire il ritmo delle note. Come fosse irrilevante che non è in alcun modo in grado di interpretarle. Se la nostra identità dovrà imparare a fare i conti con la cultura della distrazione e con la morte del dualismo digitale, niente è più importante di ribellarsi all’idea che la banalizzazione dei nostri gesti tramite l’informatica sia un valore.

Su Weibo la censura è in crowdsourcing

Ci sono due notizie nel nuovo ‘contratto con gli utenti‘ che Sina Weibo, una sorta di Twitter cinese da 300 milioni di iscritti, adotterà a partire dal 28 maggio. No, nessuna delle due riguarda la guerra del governo di Pechino a voci, indiscrezioni e giudizi politici sui social media: che su Weibo non si possa «minacciare l’unità della nazione», metterne a repentaglio la «sicurezza», l’«onore» o i «segreti» né tantomeno «diffondere voci, turbare l’ordine e distruggere la stabilità sociale» è cosa nota. Come è tristemente scontato che non si possa utilizzare il servizio di microblogging per organizzare proteste di piazza (articolo 13). A dare la prima notizia, che comunque era nell’aria, è l’articolo 6. Che mette nero su bianco la ritirata dell’azienda dall’obbligo, fortemente voluto dal governo, di registrarsi con la propria reale identità per accedere a Weibo. La procedura è «incoraggiata», ma non è un pre-requisito indispensabile per iscriversi o utilizzarlo. Non è tuttavia una presa di posizione in difesa della libertà di espressione dei suoi utenti. La seconda notizia viene infatti dalla sezione 4, che crea un sistema misto di controllo dei contenuti e di punizione delle violazioni (dalla disabilitazione dei commenti alla chiusura dell’account). Alla sorveglianza della polizia del pensiero di Sina, si aggiunge il neonato organo deputato alla gestione della community (‘Community Management’). I primi interverranno per le violazioni «evidenti», mentre i membri del Community Management saranno chiamati a esprimersi in tutti gli altri casi. I membri «regolari» si occuperanno dei «conflitti tra utenti», quelli «esperti» potranno «determinare se un contenuto informativo è vero» (art. 25). E qui giungono le considerazioni davvero inquietanti. Prima di tutto, perché la censura cerca di darsi una maschera sociale, trasparente e democratica: le deliberazioni saranno prese a maggioranza (art. 26), nei modi stabiliti e pubblicate sul sito (art. 27). Servirà a cercare di coprire il fatto che i casi di natura politica, e dunque evidentemente in violazione delle ‘contratto’, resteranno nelle mani dei guardiani di Sina. E, in ultima analisi, di quelli del Partito. Gli utenti, semmai, potranno soltanto aiutare a completare l’opera segnalando ciò che sfugge ai censori. In secondo luogo, perché è un continuo incentivo alle denunce incrociate, che tanto ricordano il clima di sospetto reciproco tra cittadini che si respira in finzioni distopiche come 1984. Un ulteriore passo verso il connubio di ‘social’ e totalitario. Da ultimo, perché pensare di far passare l’identificazione propagandistica di menzogna e contenuto sgradito come una decisione degli utenti stessi (art. 28), e non dell’azienda o del governo, è un modo particolarmente subdolo e pericoloso di abdicare alla distinzione tra vero e falso. Una perversione del concetto di collaborazione dal basso che si instaura sugli stessi strumenti (i social media) e le stesse dinamiche (il crowdsourcing, la trasparenza) che consentono di parlare di democrazia diretta attraverso il web. L’ennesima dimostrazione di quanto il potere sia abile a cannibalizzare gli strumenti che potrebbero metterlo in crisi. Che ci riesca o meno dipende dalla volontà dei cittadini di smettere di trovare sempre nuovi modi per ingannarsi.