La rivoluzione di Calderoli contro se stesso.

Calderoli grida al colpo di Stato. Lui, dirigente di un partito il cui statuto al primo articolo prevede l’indipendenza della Padania dallo Stato italiano e allo stesso tempo ministro di quello Stato la cui integrità gli è improvvisamente cara. Lui, che soltanto lo scorso 10 settembre ricordava il periodo secessionista con un misto di rimpianto e amarezza: «Io alla secessione ci ho creduto veramente», diceva, «ma quando mi sono trovato in tribunale l’unico con me era Bossi, all’ospedale dopo i pestaggi ero da solo». E ancora: «Nel 1996 tutti i tromboni suonavano», proseguiva, come rivendicando una superiorità morale padana, «ma quando c’è da fare qualcosa poi ti trovi da solo. Le cose serie si fanno stando zitti, non chiacchierando».

Eppure ora che il governo cade a pezzi, Calderoli non tace. Anzi, preferisce dirsi «schifato e nauseato» da «omuncoli e donnine trasformisti» che, in «questi saldi di fine stagione», passano dalla maggioranza all’opposizione. Dimenticando, evidentemente, quando li si pagava a prezzo pieno per convincerli a fare il tragitto inverso.

Preferisce interpretare liberamente la Costituzione su cui pure ha giurato, dicendo «Se la maggioranza ha i numeri bene. Se invece si vogliono fare governi tecnici o peggio ancora maggioranze allargate, queste sarebbero un colpo di Stato. E i colpi di Stato si combattono con la rivoluzione». Nella storia d’Italia secondo Calderoli, dunque, ci sono stati quattro colpi di Stato solamente dal 1992 a oggi (i governi Amato I, Ciampi, Dini e Amato II). E se delle quattro rivoluzioni che avrebbero dovuto seguirvi (sempre secondo la Costituzione?) non c’è stata l’ombra non resta che ipotizzare che i fucili padani fossero scarichi. O che siano stati riposti prima dell’uso in nome di un’altra rivoluzione, quella liberale promessa e mai attuata da Berlusconi.

Preferisce, da ultimo, mentire. Almeno, a credere a quanto scrive oggi il Corriere (p.11). Secondo cui «il pensiero dello stato maggiore leghista è esattamente il contrario di quanto annunciato. L’eventualità considerata più probabile è quella di un governo Letta». Piacerebbe a molti, dunque, non un governo tecnico, ma una maggioranza allargata anche alla tanto detestata Udc. Se fosse vero, per coerenza Calderoli dovrebbe fare la rivoluzione contro lo «stato maggiore» del suo stesso partito. E, una buona volta, contro se stesso.

Gridare alla secessione coi soldi di Roma.

L’Italia è un Paese meraviglioso per molti motivi. Non ultimo quello di elargire quasi 4 milioni di euro (per l’esattezza, 3.896.339,15 nel corso del 2010 per l’anno 2009; dati aggiornati al 6 giugno 2011) a un quotidiano che non solo lo schifa sistematicamente ma che domani, in prima pagina, chiede attraverso le parole di un ministro della Repubblica italiana, Umberto Bossi, un improbabile «referendum per la libertà» della Padania.

Insomma, noi italiani paghiamo per dare voce alla loro secessione, per quanto ammuffita, propagandistica e di cartapesta. E nonostante questo dobbiamo pure sentire Bossi dirci che la democrazia è finita e «il fascismo è ritornato con altri nomi e facce».

Vallo a trovare un ‘regime’ che ti paga per urlare alla secessione a tutta pagina, Umberto.

Io invece mi chiedo se non siamo in presenza di un caso di eccesso di democrazia. In altre parole: evviva la libertà di espressione, ma non possono almeno pagarselo di tasca loro, il quotidiano indipendentista? L’articolo 5 della Costituzione non dice forse che l’Italia è «una e indivisibile»? E noi riempiamo di soldi chi vuole smembrarla, magari lasciando nel frattempo morire tanti progetti che meriterebbero l’aiuto dello Stato?

Solo un Paese meraviglioso potrebbe farlo. E infatti.

Dal ritorno di Scajola e della prima repubblica agli “squadristi” della libertà.

Sul Secolo XIX, Cicchitto riabilita Scajola:

Sul Sole 24 Ore Michele Ainis lamenta il ritorno della prima repubblica. E conclude:

Sul Fatto Quotidiano Marco Travaglio rivela che voterebbe per Nicola Zingaretti:

Sul Corriere della Sera Aldo Cazzullo parlando del disagio dei cattolici scrive:

Se l’Italia resta un Paese importante sullo scenario internazionale, anche ora che non è più la frontiera della guerra fredda, lo deve proprio alla presenza del Papato.

Su La Padania Piergiorgio Stiffoni se la prende con quegli “pseudo-leghisti” che “ancora troppo ancorati alle proprie origini politiche non hanno condiviso il periodo secessionista” e si sono persi per strada.

Su La Stampa Ugo Macrì ironizza sulle “squadre della libertà” capitanate dal “gerarca” Denis Verdini:

Perfino nei momenti più drammatici si insinua il virus della comicità. Così qualche genio della politica ha suggerito a Berlusconi di cambiar nome ai suoi galoppini e di ribattezzarli con formula altisonante: «Squadre della libertà». Col risultato che nel gergo corrente diventeranno «squadristi». Peggio di un insulto: un autogol da metà campo. Ma questo accade perché nel Pdl vanno di moda quanti gettano il cuore oltre l’ostacolo, e vogliono distinguersi agli occhi del Capo con la retorica guerriera, si sarebbe detto un tempo, degli «otto milioni di baionette» […] Come un tempo il vecchio Pci, gli «squadristi» berlusconiani dovranno spulciare gli elenchi, bussare alle porte, premere sugli indecisi, contattare chi va alle urne per la prima volta.

Sul Giornale Mariastella Gelmini apre a un fantomatico “Parlamento del Nord”:

Su Repubblica Eugenio Scalfari vede un possibile sorpasso del PD rispetto al PDL:

Messo alla frusta dalla gravità della crisi, Bersani ha deciso un rilancio in grande stile mobilitando i 3 milioni e mezzo di elettori delle primarie per una campagna capillare per riportare in linea quella parte dell’elettorato democratico – riformista che si è rifugiata nell’area dell’astensionismo. Se questa mobilitazione verrà condotta con efficacia e passione il risultato potrebbe addirittura consentire il sorpasso del Pd rispetto al Pdl, che avrebbe effetti clamorosi sull’intero quadro politico.

Da ultimo, per il Giornale Julian Assange è biondo, proprio come Paul Newman.