Mello: “il popolo autoconvocato in Rete ha beffato l’uomo più ricco e spregiudicato d’Italia”.

Di Viola, il libro in cui Federico Mello racconta “l’incredibile storia del No B Day“, ho già detto ampiamente nella recensione, che vi invito a recuperare nel caso l’aveste persa. Tuttavia, come anticipato, ho pensato sarebbe stato utile sentire dalla viva voce dell’autore quali fossero gli elementi di novità e, perché no, di speranza incarnati dal Popolo Viola e dalla sua capacità di portare il dissenso verso Berlusconi dalle pagine di un social network alle piazze di tutta Italia.  

Partiamo dal titolo: in che modo il No B Day ha “beffato Silvio Berlusconi”? E in che cosa consiste l’unicità della “rivoluzione viola”?

La beffa è evidente. Un popolo auto-mobilitato su Internet è riuscito a porre al centro del dibattito pubblico, riempiendo in maniera creativa una delle più grandi piazze di Roma, le questioni giudiziarie che riguardano Silvio Berlusconi. Berlusconi si è imposto negli anni grazie al mito dell’uomo del fare, mito che lui è riuscito a propagandare grazie ai suoi media. Il popolo viola, invece, lo ha inchiodato alle sue responsabilità giudiziarie: fatti processare!, la richiesta. E’ stato stracciato così il velo di Maya: B. non uomo del fare, ma primus super pares, un uomo senza scrupoli che ha trionfato nella sua carriera imprenditoriale grazie allo spregio delle leggi (vedi Mills) e in politica grazie ad un uso senza vincoli del suo potere (vedi i ben 37 provvedimenti ad personam). Infine va detto che il popolo viola è riuscito a porre tali questioni, dal basso, senza media, senza risorse. Un’ennesima beffa nella beffa: un popolo autoconvocato senza risorse, ha messo alle strette l’uomo più ricco e spregiudicato d’Italia.

Il Popolo Viola sarà in grado di passare dalla protesta alla proposta? E soprattutto: pensi sia necessario per la sopravvivenza e il successo del movimento?

L’importanza del cinque dicembre, a mio avviso, è nell’uso, innovativo e spiazzante a livello mondiale, di Intenet per l’autoconvocazione politica dal basso. Obama, naturalmente, ha usato Internet molto bene, e anche grazie a questo è stato eletto. Ma il No B. Day, è un’altra cosa: sono stati cittadini, che hanno utilizzato Facebook per fare politica così come gli utenti Wikipedia arricchiscono l’enciclopedia libera per dare sostanza alla conoscenza comune. Il No B. Day è una prima volta che rimarrà nella storia: per questo la sua genesi andava raccontata. Il futuro del popolo viola, invece è una questione che a mio avviso appartiene ancora alla cronaca: c’è bisogno di tempo per capire che futuro avrà. Vero è che, oggettivamente, i viola rappresentano l’unico movimento che negli ultimi anni ha riportato i valori della Costituzione al centro del dibattito. E in questo sono andati molto oltre la sterile opposizione a Berlusconi.

Nel corso del libro passi in rassegna tutta una serie di esperienze e rapporti umani nati su Facebook, ma che si sono tradotti in volantinaggi, giornate in un gazebo e collette per le corriere necessarie a garantire la partecipazione all’evento anche da luoghi molto distanti da Roma. La Rete sembra essersi riversata improvvisamente per le strade, e gli “amici” su Facebook in molti casi si sono trasformati in amici veri e propri. Non trovi sia eccezionale che la Rete abbia contribuito a sfatare in una volta sola tanti pregiudizi sugli “italiani”, che i media tradizionali vorrebbero pigri, egoisti e disinteressati alla politica?

Non lo trovo eccezionale. Lo trovo normale. Non ho mai creduto a quel frame, tutto giornalistico, che ci racconta di un paese cieco e sordo, interessato solo a guardare la tv. Penso che le persone, tutte, rispondano agli stimoli che ricevono. La rete è una oceano profondissimo di stimoli, in un paese bloccato dove non cambia mai nulla. Gli italiani che hanno accesso a Internet, perciò, rielaborano gli stimoli che ricevono online e li trasformano in azione, voglia di fare, di mettere in gioco se stessi e le loro passione. Questo è il mio paese, questo è l’Italia nella quale mi riconosco. Molto migliore di come le tv di regime ce la raccontano ogni giorno.

Cercando di tracciare un profilo di San Precario, impresa tutt’altro che semplice, hai scritto che la sua scelta sarebbe stata adottare una “identità Facebook”. In che cosa consiste?

Ho cercato di ripercorrere le “identità anonime” che sono diventate popolari negli ultimi anni: da Luther Blisset al Subcomandate Marcos, passando da tutta la tradizione della street art dove l’anonimato è spesso un must. Penso al graffitista Uk Bansky (che ora girerà anche un film) e al bravissimo italiano Blu (a mio avviso un genio assoluto). In tutte queste figure anonime, ancora più in quelle politiche come Marcos, emerge un tratto: il messaggio viene prima di chi lo emette, le idee vengono prima delle persone. E così è San Precario, il profilo Facebook che ha lanciato il No B. Day. Nessuno sa chi vi si nasconda dietro, per lui parlano post, commenti, appelli. Credo che San Precario abbia un grande merito: se il No B. Day fosse stato lanciato da qualcuno con un nome e un cognome, con una storia e una biografia, per quanto ordinaria o straordinaria, non sarebbe stato il successo che tutti abbiamo visto. Il suo profilo anonimo si è rivelato invece garanzia di tutela degli obiettivi comuni a scapito dell’interesse personale. La mia opinione perciò è che San Precario è stato bravo: ha inventato qualcosa che in Italia non c’era. Non l’icona del santo, proposta già nel 2004 da alcuni collettivi milanesi, ma l’autoconvocazione politica su Facebook.

Si può essere parte di quella che nel corso del libro chiami una “Italia pulita” pur senza far parte del Popolo Viola? Perché il centrodestra, altrettanto “orfano di rappresentanza”, non è capace di organizzarsi sui social network quanto le centinaia di migliaia che chiedono le dimissioni del premier?

In Italia chi bazzica di più la rete, per gran parte, è più vicina a posizioni anti-berlusconi che pro: basta vedere come sono falliti tutti i tentativi targati Pdl di organizzarsi su Internet (dal Sì B. Day al social network ForzaSilvio.it che nonostante molta pubblicità non è mai decollato). Questo è specchio della situazione italiana. Berlusconi è un’anomalia. Un’anomalia che si è imposta grazie ai media di proprietà che raccontano una realtà ad uno e consumo del consenso elettorale. Chi naviga è più informato, possiede un numero di informazioni maggiore. Quindi si trova davanti la realtà oggettiva e non quella raccontata dai media di regime. E basta scovare una crepa, nel Truman-show di Berlusconi per far cadere tutto il castello delle bugie e rendere tutto ciò che rappresenta privo di qualsiasi autorevolezza (vedi il caso delle indagini sulla ricostruzione a L’Aquila, o della spazzatura che torna nelle strade di Napoli). Per la prima parte della tua domanda invece ti dico: certamente non tutta l’Italia onesta e pulita è viola. Non c’è alcun dubbio. A cominciare da tanti cittadini che si riconoscono in una visione conservatrice o razionaria, ma che non tollerano l’anomalia berlusconiana che blocca lo sviluppo dell’Italia e il rafforzarsi di una proposta politica di centro-destra. I viola, però, politicamente hanno incarnato una parte d’Italia, “pulita” appunto. E hanno incanalato la loro attività in un movimento che, rispetto ai singoli, ha sempre un peso maggiore nel dibattito pubblico.

Una delle questioni che più hanno fatto discutere in Rete è il reale grado di indipendenza dai partiti sia della manifestazione del 5 dicembre che del movimento che ne è scaturito. Te lo chiedo anche alla luce del fatto che due membri del “comitato organizzativo” originario, Franca Corradini e Gianfranco Mascia, abbiano la prima intrapreso una campagna elettorale e il secondo una collaborazione professionale con l’Idv. Franz Mannino, in una recente nota, chiede che Mascia rimetta ogni carica ricoperta all’interno del Popolo Viola. Sei d’accordo o pensi che l’apartiticità del movimento non corra alcun rischio?

Sinceramente non penso di aver titolo per dire la mia su questo. Io ho raccontato il movimento come l’ho visto. E nel mio racconto c’è un movimento che ha trovato una mediazione intelligente per interagire con i partiti. Credo che i viola abbiano costretto i partiti ad adeguarsi alle istanze della società civile (“il catering dei partiti” l’ha chiamato Luca Telese). Questo ha di certo tutelato la loro indipendenza.

Come mai, dopo la manifestazione, una parte del Popolo Viola ha dato vita a una “Resistenza Viola” (con 5400 iscritti), fortemente critica con gli amministratori della pagina principale e soprattutto con San Precario? Ritieni che questo possa compromettere il futuro del movimento?

So che San Precario è stato rude con alcuni iscritti, anche amministratori. Questi se ne sono risentiti dando vita a gruppi come “resistenza viola”. Non entro nel merito di queste scelte. Dico però che San Precario ha dimostrato, a mio avviso, di essere in grado di muovere masse di persone senza mettersi in prima fila, dando la priorità all’idea rispetto alle persone. Poi certo, anche se anonima può avere degli spigoli. Ma penso al contempo che auto-organizzazione politica sul web non possa voler dire anarchia. Ogni amministratore di una mailing list lo sa: senza un criterio, un senso, tutto il dibattito va in vacca. Ecco, in questo quadro è normale che ci siano alcuni scazzi. Che potrebbero anche essere rilevanti e compromettere il futuro del movimento. Ma a proposito fammi concludere con una riflessione. Io penso che il popolo viola ora sia fondamentale: è espressione della società civile a difesa della costituzione e contro la pericolosa concentrazione di potere economio-politico-mediatico rappresentata da Berlusconi. Ma il merito dei viola è anche un altro, è quello di aver messo la rete, per la prima volta, a regime rendendo possibile la partecipazione dei cittadini alla politica. Questo è un capitale già a frutto: basta vedere quante iniziative sono già nate su Internet. Il valore di questo esempio, è un tesoro a disposizione di tutti; e ce lo porteremo dietro molto a lungo.

Quando la Rete si fa carne: Viola di Federico Mello.

Non è semplice raccontare un evento nato e sviluppatosi al ritmo caotico e incessante di Facebook, soprattutto quando coinvolga oltre trecentomila utenti e i fatti per buona parte siano sostituiti da aggiornamenti di status, commenti e “likes. Eppure Federico Mello, in Viola. L’incredibile storia del No B. Day, la manifestazione che ha beffato Silvio Berlusconi (Aliberti, pp. 265) ci è riuscito. Ribadendo che la professione giornalistica non resta necessariamente sommersa dal flusso informativo dei social network. E che anzi, se guardati con occhi attenti, questi ultimi forniscano un prezioso complemento a chi intenda comprendere la società nella sua interezza, fuori e dentro la Rete.

E’ questo il più grande merito del libro: trasmettere costantemente al lettore la sensazione che dietro a nickname, fan page e bacheche non ci siano semplici utenti, ma persone in carne ed ossa. Con i loro vissuti, la loro quotidianità e, finalmente, i loro sogni. Viola, infatti, è prima di tutto un racconto della realtà della Rete, e dell’intricata e affascinante varietà di rapporti umani che è in grado di produrre. E che, nel caso della manifestazione del 5 dicembre, sono stati indispensabili per decretarne il successo. Per ricostruirla, Mello impiega l’arma tradizionale e più potente di cui dispone un giornalista: l’inchiesta. A questo modo le pagine, che sembrerebbero dover rincorrere le infinite conversazioni riprodotte su Facebook, finiscono per traboccare di vita, di storie di individui che, nel nome di un obiettivo (condivisibile o meno), rinunciano al sonno, si ingegnano, trovano improbabili modi di finanziare una maschera irriverente o una maglietta. Individui che, è vero, si sono conosciuti tramite la Rete, organizzati tramite la Rete, ma che poi hanno imparato che, per sfruttarne a pieno le potenzialità, bisogna schiodarsi dal monitor e confrontarsi con il mondo reale. E dunque volantinare, mettere in piedi un gazebo, salire su una corriera e affrontare la strada. Come hanno fatto Giuseppe Grisorio, Franz Mannino, Gianfranco Mascia e il resto della moltitudine di protagonisti della realizzazione del No B Day, che Mello ci restituisce a tutto tondo, nella loro unicità.

E poi c’è San Precario, l’anonimo ideatore della manifestazione. Nei confronti del quale Mello rivela una fascinazione maniacale, tipica dell’investigatore che ha intuito di avere per le mani una figura chiave per comprendere la scena del delitto senza poterla realmente inchiodare. Il giornalista del Fatto Quotidiano dedica svariate pagine al tentativo di rendere il lettore partecipe del mistero che emana questo soggetto irascibile, sbrigativo nei modi al punto di risultare per alcuni autoritario (o dittatoriale) e allo stesso tempo geniale nella comprensione dei meccanismi di quella che Manuel Castells definisce “autocomunicazione di massa”. E’ lui, secondo Mello, ad avere reso davvero possibile la “beffa” ordita dall’onda viola riversatasi in Piazza San Giovanni al premier; lui ad avere sostituito a un culto della personalità, quella di Berlusconi, un culto della “non biografia”; lui ad aver “portato la mobilitazione su un terreno nel quale i vecchi media e i vecchi partiti non avevano alcun potere” (p. 262). 

Naturalmente quello di Mello è solo uno dei possibili racconti del No Berlusconi Day. Un racconto in cui la piazza del 5 dicembre rappresenta “uno Yes We Can replicabile che dimostra come si può fare” (p. 263), che la società civile è in grado di autoconvocarsi per esprimere il proprio dissenso e usare con inedita creatività gli strumenti messi a disposizione dall’era dei social media. Del resto, non potrebbe essere altrimenti: una storia senza un punto di vista non è né possibile né interessante. Certo, molto altro avrebbe potuto essere detto. Le esclusioni, le polemiche, i malumori che hanno portato all’allontanamento addirittura di alcuni membri della prima ora del movimento come Franco Lai e Tony Troja, ad esempio, su cui Mello passa con un rapido tocco d’inchiostro. Quasi nel timore che il messaggio di fondo ne potesse uscire compromesso o indebolito. 

Sono molte le domande che affollano la mente del lettore, una volta girata l’ultima pagina: quanto è stata realmente orizzontale l’organizzazione dell’evento; quanto abbia contato, nell’innegabile successo, l’aggregarsi degli sforzi intorno a un semplice, se si vuole anche irresponsabile “no” a Berlusconi, e quanto sia possibile replicarlo veicolando proposte più articolate; da ultimo, quanto sia legittimo considerarsi parte dell’ “Italia pulita” pur senza sposare le istanze portate dal Popolo Viola – una eventualità che l’autore sembra non considerare. Per rispondere a questi e altri quesiti, rimando all’intervista che Mello ha gentilmente deciso di concedermi, e che pubblicherò nei prossimi giorni. Nel frattempo vi invito a leggere Viola, che porta a mio avviso per la prima volta l’analisi politica realmente all’interno del mondo di Facebook. E, di questi tempi non guasta, con un ghigno beffardo di speranza.

Passata la festa, gabbato lo santo: quale futuro per il “popolo viola”?

Passata la festa, gabbato lo santo. La saggezza popolare sembra valere anche per il “popolo viola“, ovvero quella massa oscillante tra le 90 mila e il milione (e più) di unità che il 5 dicembre ha partecipato al No Berlusconi Day. E’ di oggi la notizia, diffusa dalla pagina ufficiale del movimento su Facebook, che il fantomatico San Precario, ideatore della manifestazione, abbia deciso di abbandonarne l’amministrazione, per ridiventare “un semplice iscritto”. I viola per la maggior parte ringraziano, anche se non manca chi chiede lumi sull’identità di un personaggio che oramai, sostengono, è divenuto pubblico e come tale non può restare a volto coperto. Poco male: “i fasci“, scrive San Precario sul social network, “possono attaccarsi al tram”. L’anonimo benefattore non rinuncerà alla sua privacy

Ma è l’intera organizzazione a sembrare in crisi di identità. Sempre tramite Facebook gli amministratori della pagina comunicano che il “dittatore da due soldi” Berlusconi troverà “ovunque andrà” la contestazione del “popolo viola”. Il discorso del Cavaliere a Milano di oggi pomeriggio, già battezzato “Predellino 2” dai giornalisti, sembrerebbe una ghiotta occasione per far sentire la propria voce; magari, propone qualcuno (prima di venire bannato dal gruppo), con delle uova in tasca. Un’ora dopo, tuttavia, arriva la smentita: “contestare Berlusconi alla festa del PDL è un atto irresponsabile di chi ha deciso che il proprio ruolo è quello della macchietta politica”. Contraddicendo così anche NetNews24, che chiamava il popolo del NBD a raccolta con l’eloquente titolo: “Il Popolo Viola di nuovo in piazza domani contro Berlusconi”.  

Al che si moltiplicano i litigi, le accuse e i distinguo. C’è che decide di fare da sé, e pubblicizzare una pagina in cui coordinare l’incontro tra i contestatori. C’è chi, invece, grida all’infiltrazione dei berlusconiani, veri e propri hacker che si sono impadroniti dell’account della pagina per creare confusione e mettere il popolo viola contro se stesso. Volano gli insulti, le teorie del complotto si moltiplicano e, nella ressa, i moderatori faticano a tenere a bada le teste calde.

Se a tutto questo si somma il silenzio degli organizzatori, è comprensibile il clima di delusione e disorientamento che si respira tra le fila degli ex-manifestanti. Quella che soltanto qualche giorno fa veniva chiamata “intelligenza collettiva” rischia di trasformarsi in rissa senza un obiettivo chiaro e concreto che ne guidi i passi. Fino a che si trattava di scendere in piazza tutti insieme per gridare il proprio “no” a Berlusconi, ha prevalso lo spirito collaborativo (pur, anche qui, con le ombre censorie rivelate in questo gruppo). Ora che alle corde vocali devono sostituirsi i progetti, tutto diviene più difficile.

Iniziano dunque a venire a galla i limiti di un modello organizzativo orizzontale come quello adottato per il NBD quando dalla protesta si passi alle proposte. Che fare dell’idea, sottoscritta già da oltre 4000 persone, di ripetere una manifestazione ogni primo sabato del mese? Come considerare la richiesta di aiuto ai capi di Stato esteri per scongiurare il rischio dittatura in Italia e data in pasto ai media a firma “Il popolo viola”? Come evitare che, nel malaugurato caso in cui si verificassero degli scontri di piazza, qualche abile manipolatore dell’informazione ne attribuisca la colpa all’intero movimento, piuttosto che ai singoli facinorosi?

Tutte domande che devono trovare una risposta al più presto, e che richiedono (checché ne dicano i viola) una qualche forma di leadership. Prima che l’entusiasmo scemi, o che si chieda a gran voce il ritorno alla tanto detestata forma-partito.

Forse ora Grisorio, Mascia e gli altri capiscono un po’ meglio cosa significa vestire i panni del Bersani di turno.