Il marocchino in galera per Yara? «Legalizziamo il lanciafiamme», «Io opterei per Mengele».

Non si fa in tempo a mettere in fila i costanti segnali di intolleranza provenienti dalla “Padania”, e a chiedersi se sia la politica o il “popolo del Nord” a spingere sempre un po’ più in là l’asticella, che la pagina Facebook dell’eurodeputato leghista Matteo Salvini suggerisce una possibile risposta:


C’è anche chi se la prende contro le posizioni troppo morbide assunte dalla Lega:


Spunta anche il padano-fascismo, la nostalgia del Ventennio in salsa leghista:

Voglio augurarmi Salvini trovi il tempo per una netta presa di distanza dalle posizioni razziste dei suoi fan. Per ora ha continuato a postare come nulla fosse. Forse gli sono sfuggite. O forse perché è proprio il razzismo, che gli chiedono.

Quando Aristotele viene usato per giustificare un sì allo sterminio degli ebrei.

Una notizia pubblicata il 18 maggio scorso dal Los Angeles Times è passata inosservata in Italia, ma non avrebbe dovuto. Provate a dare un’occhiata a questo video, in cui una studentessa musulmana dell’Università di San Diego (USCD) rivela candidamente di essere a favore di Hamas e, inoltre, alla domanda se Hezbollah abbia ragione o torto ad augurarsi che tutti gli ebrei facciano ritorno in Israele così da poterli fare fuori più comodamente, senza dover dare loro la caccia (per ucciderli, “hunt us down”) in giro per il mondo, risponde con un altrettanto candido – e convinto – sì.

Jonah Goldberg, l’autore del pezzo, invia una mail alla USCD, per chiedere se il video in questione sia in qualche modo fuorviante e, in caso negativo, se la studentessa abbia patito delle conseguenze per l’appoggio plateale da lei fornito a un’idea genocida. Nessuna conseguenza, risponde l’Università: il nostro fondamento, nel solco tracciato da Aristotele, sono “il dialogo e il dibattito“, oltre alla “libertà d’espressione”, naturalmente.

Goldberg non è convinto. E così scrive un’altra mail: il vostro comportamento sarebbe stato lo stesso se la ragazza avesse chiesto lo sterminio di neri oppure di omosessuali? La risposta è ancora più annacquata, e si concentra sul modo in cui i gruppi di studenti sono finanziati nel campus. Come si dice tra i banchi di scuola, fuori tema.

I fatti riportati nell’articolo mostrano, tuttavia, come la permissività della USCD nei casi di discriminazione razziale fosse di gran lunga minore, anche per gesti molto meno gravi di una adesione pubblica a un’ideale genocida. Al giornalista non resta che concludere, laconicamente,

This endorsement of genocide is brought to you by Aristotle.

In sostanza, certe forme di razzismo sono più tollerate di altre. Secondo Goldberg, ciò dipende dal fatto che una parte della nostra società non riesca ad agire che seguendo uno script, un copione che venga ritenuto adeguato. E un copione per affrontare affermazioni come quella della studentessa musulmana non sarebbe stato ancora elaborato. Bisognerebbe ritornare a riflettere, conclude Goldberg: senza dare retta né alla sceneggiatura che dipinge tutti i musulmani come attentatori né a quella che, all’opposto, predica un relativismo tale per cui propagandare lo sterminio e difendere la vita valgano lo stesso.

Io confesso di non comprendere l’atteggiamento della USCD. Ma una cosa è comprensibile: fino a quando certi razzismi saranno più razzismi di altri, il sogno di una società multietnica integrata è destinato a rimanere tale.

(Grazie a Chiara per la segnalazione)

IJF 2010/2 – Gli italiani sono razzisti. Intervista a Gian Antonio Stella.

Ieri sera Gian Antonio Stella ha raccontato alcuni passaggi del suo ultimo libro Negri, Froci, Giudei & Co. insieme a un accompagnamento musicale e visuale che ne ha sottolineato provocazione e poesia. Sono riuscito a raggiungere il giornalista del Corriere della Sera prima di una cena a tardissima ora. Ecco ciò che ci siamo detti.

Lei stasera ha ricordato svariati casi che sfatano il mito secondo cui gli italiani non sono razzisti. Quanto costa secondo lei questo retaggio razzista nel successo della Lega nell’ultimo ventennio?

Beh, certo non aver fatto i conti col proprio passato significa molto. L’inghilterra ha fatto i conti con il suo passato coloniale, la Germania ha fatto i conti con il suo passato nazista e lo stesso hanno fatto la Francia e altri paesi. In questi paesi è impensabile che un ministro chiami “bingo bongo” i neri. Impensabile. Se un ministro inglese, francese o tedesco lo facesse verrebbe fatto a pezzi dai suoi elettori, sarebbero loro stessi a non accettarlo. Il che dimostra che occorre fare i conti con il nostro passato proprio per non ripeterne gli errori. Se continuiamo a ripetere a noi stessi che gli italiani non sono razzisti ci rifiutiamo di vedere la malattia che poi va in cancrena. Come è già andato in cancrena in passato.

Sempre stasera ha ricordato le frasi ignobili di Gentilini sui bambini degli zingari. Come mai nessuno della dirigenza della Lega ha preso le distanze da queste dichiarazioni e la Padania aveva parlato addirittura di una “sentenza politica” quando Gentilini fu condannato per istigazione al razzismo? Perché nessuno prende le distanze e l’elettorato stesso non lo chiede?

Perché Gentilini lo dice con una lingua bonaria. Io sono molto amico di Marco Paolini e lui in un suo spettacolo diceva che la rivoluzione in Veneto era impossibile, faceva ridere perché la si declina in dialetto. Nel momento in cui hai una lingua così gentile come fai a fare la lotta… Se le cose che dice Gentilini le dicesse un tedesco verrebbero giù le pareti. Siccome le dice lui Maroni ride, sostiene che è una boutade, come le barzellette di Berlusconi sull’ebreo che fa le sabbiature. È una incapacità del Paese di guardarsi dentro.

Ha letto il sondaggio di Feltrin che dice che un opeario e un disoccupato su due ha votato Lega Nord in Veneto e nel Trevigiano addirittura il 60% degli operai. Qual è la ragione secondo lei?

È sempre stato così. Nel libro che racconta la strage di Aigues-Mortes scritto da Enzo Barnaba c’è un passaggio in cui una commissione del parlamento Francese a cavallo col sindacato aveva fatto un’inchiesta sul rapporto tra mondo operaio e immigrati, e gli italiani immigrati erano vittime di un razzismo terribile da parte dei francesi e dei sindacati francesi. Se in questo Paese si studiasse un po’ di più e si parlasse un po’ meno, vedremmo che la storia è sempre quella. Non c’è niente di sorprendente: se diventa una guerra tra poveri il povero si difende. E se viene spiegato al povero che il suo problema è la concorrenza del marocchino e del cinese che gli porta via il lavoro, lui reagisce in un certo modo. Se invece si spiegasse alle persone che non è così, perché non è così, e che i problemi sono strutturali… Ad esempio che noi abbiamo un problema enorme di portualità: tra due anni il porto di Tangeri movimenterà tanti container come tutti i porti italiani messi insieme: cosa c’entrano gli immigrati? Eppure nessuno parla dei porti, come mai? Perché l’immigrazione è una tigre da cavalcare per fare politica e in questo la Lega gioca sporco. Non mi stupisce per niente che gli operai veneti votino Lega: un po’ perché pensano che sia un modo di difendersi dal declino, di arginare il più possibile il declino. Inoltre perché, secondo me, la sinistra non fa il suo mestiere. E poi ultima cosa: se tu fossi disoccupato preferiresti avere al governo Pecoraro Scanio? O gli offri un’alternativa oppure meglio i messaggi semplici della Lega: fuori il marocchino, lotta alla criminalità e no a nuove tasse.

A Treviso recentemente una sentenza ha stabilito che “negro di merda” è un insulto ma non razzista.

Per me ci sono dei giudici che sono dei buontemponi. Che senso ha? Secondo me vale quello che dice Moravia, e cioè che il razzista è un lupo che ritiene che il solo fatto che l’altro sia diverso è una condizione di inferiorità. Questo secondo me è razzismo e basta. Credo abbia ragione Luciano Canfora: quando tu ti senti superiore a un altro è razzismo.

Passando a temi più vicini a quelli del Festival, in passato lei ha documentato quanto difficile è se non impossibile per la politica riformarsi. E per il giornalismo?

Certo oggi i giornali che escono segnalano una difficoltà. Sinceramente non so se i giornalisti esteri sarebbero diversi, nella nostra situazione. Onestamente non credo. Siamo tutti inguaiati dal fatto che abbiamo una proprietà che vorrebbe che i giornali si sdraiassero ai piedi del governo in modo che il governo desse più incentivi possibili per tutti gli affari che hanno le varie proprietà. Siccome non c’è nessun editore puro, tranne il Fatto: tutti gli altri hanno editori che fanno macchine, frigoriferi, ospedali. Tutta gente che poi va a batter cassa al governo.

E per quanto riguarda la Rete, è una opportunità importante per il giornalismo?

Io uso tantissimo la Rete, ma è infida, non ti puoi fidare di niente. Bisogna stare attentissimi a quello che si legge. Invito tutti a diffidare di internet. Un giornale ha un vantaggio grande: tu scrivi una stronzata e quella resta, stampata. Su internet ti accorgi di aver scritto una stronzata e la cambi. Questo non va bene perché c’è anche una minore assunzione di responsabilità da parte dei giornalisti che lavorano sul web, sanno che se ti scappa una cazzata la correggi – senza distinzione tra giornalisti professionisti e non.

In un suo editoriale a dicembre si chiedeva in maniera provocatoria se avere più libertà di insultare o di odiare in Rete sia più libertà di espressione. Cosa pensa alla luce del suo ultimo saggio?

Non ho niente da aggiungere a quell’editoriale. Non capisco perché se tu dici qui in questa stanza che gli ebrei han fatto bene ad ammazzarli puoi essere denunciato e andare se esageri in galera – e secondo me dovresti andare in galera – mentre su internet puoi fare lo stesso e non essere denunciato. Per me chi mette online delle porcherie come quelle deve andare in galera.

Servono nuove leggi, dunque?

No, si chiede semplicemente l’applicazione delle leggi esistenti. Nessun tentativo di censura. Semplicemente si tratta di applicare la legge allo stesso modo fuori e dentro la Rete.

Negro di merda? Un insulto, ma non razzista.

“Negro di merda”? Un insulto, ma non razzista. Almeno secondo il tribunale di Treviso, che ha deciso di non applicare una aggravante per odio razziale alla condanna inflitta al titolare di una lavanderia di Oderzo, reo di aver apostrofato pesantemente nel 2006 un avventore senegalese dopo un diverbio.

Entro cinquanta giorni verremo a conoscenza delle motivazioni della sentenza. Tuttavia, fin da ora è possibile sottolineare come non si tratti di una prima volta. Già nel 2006, infatti, una sentenza della Cassazione affermò che l’espressione “sporco negro” non sia di per sé razzista, perché potrebbe denotare, invece, una “generica antipatia, insofferenza o rifiuto” per chi appartenga a una razza diversa. In assenza di un “vero odio”, e cioè di “una restrizione o preferenza basata sulla razza, che abbia lo scopo di distruggere o compromettere il godimento in condizioni di parità dei diritti e delle libertà fondamentali”, argomentava la Corte, si tratterebbe di un semplice insulto.

Lavoro per giuristi, dunque? Non solo. Se infatti da un lato è giusto che la legge segua i propri dettami, su questioni tanto delicate è altrettanto corretto interrogare l’atteggiamento della società civile e il buonsenso. Ed entrambi gridano che l’unico modo per attribuire un significato a simili espressioni sia pensare che, in un modo o nell’altro, il colore della pelle c’entri. Lo dimostra l’ondata di sdegno sollevata ogniqualvolta dagli spalti di uno stadio si levino cori che amplifichino la voce del lavandaio di provincia di turno e ne facciano un grido collettivo o una oscena melodia. Ricordate il “negro di merda” scagliato da migliaia di ugole contro Mario Balotelli? Allora nessuno parlò di semplici insulti. Quelli erano “cori razzisti“. E infatti non è per semplici insulti che la Digos avvia una indagine, come avvenuto dopo Juventus-Inter di un anno fa. A cui fecero seguito una squalifica e le scuse del presidente Cobolli Gigli, che definì i cori “inaccettabili”. Il problema persiste, e ancora oggi le manifestazioni di odio contro giocatori di colore come Seedorf e Zebina portano gli osservatori a chiedersi se non sia il caso di interrompere i match alle prime avvisaglie di razzismo.

Si replicherà che nel caso di “Super Mario” non mancò chi, come l’allenatore della Nazionale Marcello Lippi, sostenne che a suscitare le antipatie nei tifosi fossero la personalità, il carattere di Balotelli, e non il colore della sua pelle; che il giovane campione sarebbe stato bersagliato di insulti indipendentemente dai tratti somatici. Può darsi. Eppure le parole hanno un peso. E rischiano di diventare pietre scagliate contro la nostra possibilità di convivenza civile se dovesse passare il messaggio che per essere definiti razzisti a tutti gli effetti si debba odiare per davvero, con risultati concreti. No: il razzismo è già in quella associazione di un tratto caratteriale sgradito al colore della pelle. In quel cortocircuito del senso per cui “arrogante”, “sbruffone”, “antipatico” sono tutti sinonimi di “negro”. Una parola che già da sola, lo ricordava Pierluigi Battista sul Corriere qualche tempo fa, porta per la sua storia “il segno di una mancanza di rispetto o l’ attaccamento a un retaggio di cui noi bianchi non dovremmo andare fieri”. Senza bisogno di aggettivi. Dovremmo imparare a ricordarlo sempre, anche quando la vittima è un semplice cittadino e non la star di turno.

Autarchia calcistica.

Queste le ragioni di Roberto Miatello, sindaco leghista di San Giorgio in Bosco:

1. “Non capisco perché devo dare il campo dei miei concittadini a una squadra tutta di romeni che non rappresentano il territorio: a parte il presidente, vengono tutti da fuori paese e addirittura da fuori provincia”.

Quindi il sindaco non concederebbe il campo non solo ad “Alleanza Romena”, ma nemmeno all’Inter, la cui rosa contiene 20 stranieri su 24 (per non parlare degli italiani nati lontano dalla provincia di Milano). Soprattutto, non ero al corrente che i sindaci avessero il potere di disporre delle infrastrutture sportive secondo il criterio dell’autarchia calcistica. Si vede che passo troppo tempo davanti al monitor e troppo poco al campetto. 

2. E poi non vedo come fattore di integrazione una squadra composta da soli romeni”.

Invece non concedere loro il campo proprio in ragione del loro non essere italiani residenti in provincia lo è di certo. Non fa una piega.

3. “Lo sponsor della loro squadra è l’ex sindaco del Pd”.

Caro Berlusconi sei avvisato: se mai a Letizia Moratti dovesse succedere un sindaco di sinistra potresti ritrovarti senza San Siro. 

4. “Noi abbiamo deciso di fare questo perché è la gente che ce lo chiede”.

Altro limpido argomento: e se la gente avesse chiesto di prenderli a calci? Lo esponeva solo ieri anche Roberto Cota durante la discussione in Aula sul legittimo impedimento: “chi è eletto dal popolo è giudicato dal popolo“. E io che pensavo che ci fosse la legge, per quello.

5. “Il campo è impraticabile, pieno di fango e pozzanghere. Non posso far giocare anche loro in un campo ridotto così in cui ci sono già 7-8 squadre che si allenano e giocano”.

Qui dall’ideale si passa al pragmatico: non posso dare loro il campo perché è già ridotto male e non posso concederlo anche a loro. Invece di migliorare le condizioni del terreno di gioco meglio sbattere fuori i romeni. L’applicazione chiarissima di un teorema caro ai leghisti, che ben esemplifica un altro sindaco Padano, Massimo Bitonci: “i sindaci devono sentirsi liberi di poter effettuare controlli e di dare la precedenza nell’assegnazione delle case popolari, dei contributi e dei servizi pubblici ai cittadini del proprio comune e non, come nel caso di San Giorgio, ad un’associazione di persone per la maggior parte non residenti in quel comune”. Lo dicevano anche i Giovani Padani, ricordate?, per sostenere di essere vittima di razzismo. Proprio come Miatello: “i veri razzisti sono loro”. Ad ogni modo, l’assunto è semplicissimo: quando non sai risolvere un problema, spostalo da un’altra parte

Bitonci aggiunge una ultima motivazione, quella che sta a reale fondamento della decisione:

“Sottolineo, ribadisco e rafforzo il concetto che più volte ho espresso, e che deve essere tenuto bene a mente dagli stranieri che intendono stabilirsi nel nostro Paese: vogliamo poter essere totalmente liberi, a casa nostra, nel nostro comune, nel nostro territorio senza per questo essere bollati di xenofobia o intolleranza razziale”.

Strano, ma questo concetto nella Costituzione non l’ho proprio trovato. Del resto, chi l’ha eletta

Adesso mi è chiaro perché soltanto qualche giorno fa, e soltanto a qualche chilometro di distanza, quella ragazzina si sia buttata dalla finestra: ha capito che, restando in Italia, avrebbe dovuto rassegnarsi a “puzzare di romena” o morire.