Severino a #ijf12: «La rettifica ai blog? Molto difficile, autoregolamentatevi»

Non ci siamo: su informazione e web il governo Monti parla come il governo Berlusconi. La settimana scorsa ho scritto del ritorno del cosiddetto ‘comma ammazza-blog’, quello che vorrebbe estendere l’obbligo di rettifica previsto per la legge sulla stampa a tutti i «siti informatici.» Oggi, durante l’incontro su etica e giornalismo al Festival di Perugia, il ministro della Giustizia Paola Severino è tornata sull’argomento. Nei tweet di chi era presente all’evento:

Visto che mi trovavo in sala Lippi, cioè a pochi passi di distanza, ho deciso di raggiungere sala dei Notari, dove era ancora in corso l’incontro con il ministro, e chiedere delucidazioni.

A fine evento, Severino si è soffermata con i giornalisti per spiegare la riforma della giustizia che ha in mente. Un giornalista l’ha interpellata sulle affermazioni circa la necessità di regolamentare l’informazione online e le critiche appena espresse sui blog.

Il ministro, dopo aver premesso di sapere che «queste dichiarazioni non producono consenso», non si è sottratta alla domanda. Affermando che  «il fatto di scrivere su un blog non ti autorizza a scrivere qualunque cosa, soprattutto se stai trattando di diritti di altri.»

A quel punto mi sono inserito, chiedendo a Severino se la riforma conterrà l’introduzione dell’obbligo di rettifica per i blog – come peraltro previsto, non si capisce bene come, nella più recente bozza. Questa la risposta del ministro:

E’ molto difficile configurare un obbligo di rettifica per i blog. Proprio per questo credo che le mie parole vadano colte non come polemica, non come bavaglio nei confronti dei blog, proprio perché è un mondo privo di una regolamentazione, ad oggi. Proprio per questo mi rivolgo ai blogger direttamente, dicendo: ricordate che quello che fate agli altri potrebbe essere fatto a voi. Quindi autoregolamentatevi, autodisciplinatevi, perché allora quello dei blog diventerà un mondo veramente utile.

La risposta non soddisfa. Prima di tutto perché lascia trasparire una concezione errata dell’ecosistema dell’informazione online: che non è un far west, come vorrebbe far credere il ministro (con tutte le conseguenze di cui ho scritto più dettagliatamente qui). In secondo luogo, perché la vaga opposizione al concetto espresso dal ‘comma ammazza-blog’ è motivata unicamente da mere ragioni di applicabilità. Se, in sostanza, la norma non sarà contenuta nella versione definitiva della riforma – ed è ancora tutto da dimostrare – sarà solo perché è «molto difficile». Solo per questo il ministro ha lanciato il conseguente appello all’«autoregolamentazione» e all’«autodisciplina.» Che, di nuovo, lascia trasparire il pregiudizio – chiarissimo – che chi fa informazione online su un blog di norma – e non in casi eccezionali – scriva cose false o, peggio, diffamatorie.

Senza contare che l’argomento «ciò che fate agli altri potrebbe essere fatto a voi» è lo stesso con cui Alfano e il Pdl hanno cercato ripetutamente di giustificare il ‘bavaglio’ sulle intercettazioni.

Siamo molto lontani dalla svolta di fondo di cui questo Paese avrebbe bisogno per uscire dal Medioevo digitale.

Fini, il dado ormai è tratto.

Li ha definiti «scolaretti» costretti a votare il «compitino» del maestro. Ha parlato del loro (e, fino a pochi mesi fa, suo) partito come del più «arretrato culturalmente» in Europa. Ha detto, non senza malizia, che nella sua formazione non ci sarà spazio per «affaristi» e «carrieristi», che non sarà una «zattera» pronta a raccogliere «i naufraghi di ogni stagione». E, soprattutto, che legalità significa non solo dimostrare quotidianamente che la legge è uguale per tutti, ma anche che «vuol dire rispetto delle Istituzioni e senso dello Stato». Altro che Lodo Alfano costituzionale e commissione d’inchiesta sulla magistratura, insomma. Altro che personaggi chiacchierati dalle procure. Quella è roba loro.

Del loro leader, poi, ha ricordato, dopo anni di amnesie, che non ha portato («se non in minima parte») la «rivoluzione liberale» promessa da più di tre lustri. Un tempo infinito in cui lui, il leader assoluto, invece di cambiare l’Italia ha «dipinto il Paese dei balocchi» tramite la propaganda «eccessiva» di un governo che «vive alla giornata», e che più che «del fare» è un «governo del fare finta che tutto vada bene». Distruggendo, inoltre, l’immagine del Paese all’estero in quanto parte integrante della «spazzatura delle coscienze» indicata dal Papa («laicamente» citato) e a cui sempre lui, il capo dei capi, ha cercato di ovviare trovando «ridicole giustificazioni a ciò che non può essere giustificato». Con l’aggravante dell’utilizzo di una logica non «politica» ma «mercantile». In cui, ad esempio, chi paga per intero le tasse è «un fesso» e invece «chi fa il furbo è più bravo».

In sostanza, ha distrutto le loro idee. Massacrato il loro programma (che aveva peraltro sottoscritto soltanto un mese e mezzo fa con una votazione di fiducia). Derubricato i loro nemici a un «argomento dialettico per polemizzare». Chiesto le dimissioni del loro capo, la cui «pagina» è comunque «chiusa». Dettato loro condizioni precise di sopravvivenza. E minacciato di non temere un rifiuto che più che eventuale è implicito nelle richieste.

Ecco, Gianfranco: un passo indietro, un ennesimo compromesso con Berlusconi, questa volta sarebbe davvero difficile da spiegare. Anche se ormai, mi sembra, il dado è tratto. Ora non resta che attendere la bufera.