Una giornata qualunque, nel libero web

Al mattino leggi un esperto di governance di Internet sostenere che «nessuno può dire oggi quanto libera e aperta sarà la rete alla fine del 2013». Poi, durante la giornata, leggi – e sono solo le notizie del giorno – che è andata offline la Siria (di nuovo), l’Iran ha annunciato la censura «intelligente» sui social media (per rimpiazzare quella meno intelligente, deduco, come se esistesse censura intelligente), il Kuwait ha condannato a due anni di galera un cittadino per «insulti» all’emiro su Twitter (ormai non fa quasi notizia) e in Pakistan rischiano di riavere YouTube (è bloccato da oltre cento giorni per avere ospitato video di «insulti all’Islam»), ma solo in cambio di una rete in stile cinese (che ha, tra l’altro, da poco annunciato l’utilizzo della real name policy per l’accesso a Internet). E pensi: una giornata qualunque, nel libero web.

Cinque cose sulla censura di Twitter in Pakistan

La brutta storia della censura di Twitter in Pakistan, inizialmente imposta dalle autorità a tempo indeterminato e rimossa dopo otto ore, impone alcune riflessioni:

1. Che analoga censura, con la stessa motivazione di eliminare un concorso «blasfemo» di caricature di Maometto, nel 2010 era durata due settimane. Cioè molto di più. Significa che le autorità che censurano sono più sotto pressione dell’opinione pubblica e dei media internazionali oggi che allora? E se sì, perché la censura, a livello globale, continua ad aumentare ugualmente?

2. Che il blocco si è rivelato, come facilmente prevedibile, un boomerang per il governo: non solo perché non è stato efficace (gli utenti che erano riusciti ad aggirarlo sono stati talmente tanti da mandare tra i trending topic l’hashtag #twitterban – creato per protestare alla censura – proprio in Pakistan), ma anche perché ha messo a nudo l’ipocrisia, più che la rettitudine morale o la forza, delle autorità. Che solo 24 ore prima sostenevano, e proprio sull’account Twitter del ministro dell’Interno, che il servizio non sarebbe mai stato censurato, e che chi diceva il contrario stava diffondendo menzogne.

Invece le menzogne erano quelle del ministro dell’Interno. E proprio grazie al blocco lo ha saputo tutto il mondo.

3. Che mentre Twitter non ha ceduto a una richiesta ritenuta in violazione di un diritto fondamentale dei suoi utenti (la libera espressione), pur di fronte allo spettro di una chiusura del servizio a tempo indeterminato, Facebook ha obbedito ai censori (come conferma una mail pubblicata dalla CNN). Il che getta una ulteriore ombra di ipocrisia sulle intenzioni di Zuckerberg, manifestate proprio appena prima della quotazione in Borsa, di entrare nella Global Network Initiative. Possibile i suoi 900 milioni di utenti accettino con una simile indifferenza questo atteggiamento da parte di Facebook?

4. Che Twitter, pur nella lodevole decisione di non obbedire al governo pakistano, non è stato sufficientemente trasparente nella gestione della vicenda. Quali richieste ha subito, esattamente? Per quanto tempo? Il blocco è stato motivato davvero dalle immagini «blasfeme» o c’è dell’altro? E’ una domanda lecita, visto che c’è chi ipotizza che la vera ragione del blocco sia stata mettere alla prova l’opinione pubblica e le reali potenzialità di un sistema di filtraggio dei contenuti online simile alla Grande Muraglia Elettronica cinese che il Pakistan da tempo minaccia di adottare, nonostante le ripetute smentite più o meno ufficiali.

5. Che fa bene Reporters Without Borders a considerare il Pakistan un Paese da tenere sotto osservazione, per quanto riguarda la libertà di espressione in rete. Qualunque ne sia stato il movente, il crimine contro la libertà dei suoi cittadini si è consumato con modalità in tutto e per tutto paragonabili a quelle di uno Stato autoritario.

ONI: «Filtri online per il 47% degli utenti di Internet»

La censura di contenuti online tramite filtri cresce, ed è «una tendenza che non mostra segni di cedimento», scrive Open Net Initiative, che studia il fenomeno dal 2003. In particolare, scrive l’ONI:

«Nell’ultimo rapporto sulla diffusione dei filtri a Internet a livello globale all’inizio del 2010, abbiamo stimato 500 milioni di utenti della Rete risiedessero in Paesi che utilizzano il filtraggio sistematico di contenuti online. Nel 2012, dopo quasi una decade di documentazione della censura su Internet in tutto il mondo, ONI stima che quel numero sia cresciuto a oltre 620 milioni

In altre parole, quasi un cittadino digitale su tre (il 31% per l’esattezza) subisce forme «sostanziali» di filtraggio dei contenuti in Rete. Se si aggiungono i Paesi che adottano blocchi «selettivi», il numero sale a 960 milioni: il 47% degli utenti di Internet. In pratica, uno su due.

E sulla ritirata del Pakistan dai propositi di implementare un suo ‘Great Firewall’, sul modello cinese, non ci sono ancora conferme.

A preoccupare, tuttavia, è il bilancio sui quasi dieci anni di studi:

«Mentre i primi rapporti sul filtraggio online lo identificavano soltanto in un manipolo di Paesi autoritari, da allora il numero è cresciuto al punto che quella prassi può ora essere considerata una norma diffusa a livello globale.»

La cronaca degli scorsi giorni conferma il quadro a tinte scure: nuove leggi liberticide sul web potrebbero essere in arrivo in Arizona, Gran Bretagna, Russia e Iraq.

Quando un tweet può costarti la vita

Non deve stupire la condanna a due anni in un «campo di rieducazione» a un utente cinese per aver pubblicato sul Twitter locale, Weibo, la voce di un caso di Sars nella città di Baoding, a Nord del Paese. L’accusa? Aver «diffuso informazioni false» su un’emergenza sanitaria, e dunque aver «disturbato l’ordine sociale». La stessa sanzione – anche se dimezzata – era infatti stata imposta già a novembre 2010 a una donna che aveva avuto l’ardire di retwittare un post che dileggiava le proteste dei connazionali contro dei prodotti giapponesi. Preoccupa, semmai, che casi analoghi si moltiplichino. Perché se si allarga lo sguardo al resto del mondo, democrazie comprese, il quadro non migliora. Anzi. Nel carcere di Riyad, in Arabia Saudita, lo scrittore e poeta Hamza Kashgari, 23 anni, attende di sapere se gli sarà comminata la pena di morte per tre ‘cinguettii’ in cui aveva composto un dialogo fittizio con il Profeta Maometto. Blasfemo, secondo le autorità e una folla inferocita di utenti su Facebook e Twitter, che ne hanno chiesto a gran voce l’esecuzione. A quanto riporta il quotidiano arabo Al Hayat, inoltre, a subire la stessa sorte potrebbero essere perfino i pochi che lo hanno difeso sui social media. In Kuwait, scrive The Next Web, andare in galera per un tweet «sembra essere diventata la norma». Le autorità hanno detenuto un utente, Mohammad al-Mulaifi, per 21 giorni – ma rischia una condanna a tre anni – con l’accusa di aver insultato la minoranza sciita. Lo stesso è accaduto a chi ha osato criticare i governi saudita e del Bahrain, o «minacciare l’unità nazionale». Anche qui la repressione ha incontrato il consenso di molti cittadini. Che sembrano non accontentarsi né delle scuse dei diretti interessati né delle punizioni loro riservate, pur se in chiara violazione dei diritti umani. E anzi, tra le voci critiche alcune hanno chiesto, in aggiunta, la revoca della cittadinanza per al-Mulaifi. A preoccupare, poi, è il rischio di leggere una condanna a sette anni di carcere per un retweet nella democratica Corea del Sud. Dove un 24enne appartenente al partito socialista ha ripetuto la frase «lunga vita al generale Kim Jong-Il» pubblicata sul profilo ufficiale degli acerrimi rivali del Nord. Quanto basta per venire definito un «nemico» del suo stesso Paese. Inutili le precisazioni del giovane, che ha cercato di spiegare fosse semplice sarcasmo. Comuni cittadini in balia della censura anche nell’era di Internet, dunque. E se non basta la persecuzione dei blogger (oltre 250 tra arrestati e vittime di violenze nel solo 2011, secondo Reporters Without Borders), ecco calare la scure sui ‘microblogger’. Ma i metodi sono sempre gli stessi: lo snaturamento autoritario del linguaggio, che confonde dissenso e reato, e il controllo a ogni costo. L’esempio è di nuovo la Cina, con la sua ‘Grande Muraglia Elettronica’, capace di eliminare dal web termini e concetti sgraditi. Un modello che fa proseliti, e non solo nel sempre più repressivo Iran. Il Pakistan, infatti, sta predisponendo un analogo sistema di filtraggio del costo di 10 milioni di dollari. E l’India, la più grande democrazia del mondo, è pronta a varare un’agenzia governativa appositamente dedicata a sorvegliare tutti i tweet, i post su Facebook e perfino la posta elettronica scambiata nel Paese. Chissà che non si trovi il pretesto per passare, come temono svariati osservatori internazionali e ha ammesso perfino un giudice dell’Alta Corte di Delhi, alla censura. Magari di 140 caratteri in 140 caratteri.

(Pubblicato sul Fatto Quotidiano del 9 marzo 2012)