Open gang

Ci sono diversi aspetti interessanti nella lunga, brillante narrazione di Ben Austen per Wired sul rapporto tra social media e criminalità nelle gang di adolescenti a Chicago. Una storia a base di minorenni che passano le giornate a provocarsi con video hip hop su YouTube, facendo sfoggio delle proprie pistole quando non addirittura del cadavere di un rivale nelle foto su Facebook o deridendo le vittime su Twitter, il tutto minacciando e organizzando rappresaglie e controrappresaglie nei commenti sparpagliati un po’ ovunque sul web.

Naturalmente il passo dalla descrizione al moralismo (Chiudete quelle pagine d’odio! Combattiamo l’hate speech! No all’anarchia sul web! e via dicendo) è brevissimo. Ma sarebbe sbagliato farlo. Il messaggio che più colpisce, credo, di questa storia che inquieta ma al contempo – finalmente – getta uno sguardo concreto sul rapporto tra reale e virtuale, online e offline, nel quotidiano riguarda proprio le due facce della «trasparenza» esibita dai criminali.

Da un lato, i social network facilitano i meccanismi di narcisismo, appartenenza, odio, vendetta che poi portano al moltiplicarsi di faide in cui, molte volte, ci scappa il morto. Dall’altro, tuttavia, questa stessa (inedita) mancanza pressocché totale di considerazione per i rischi derivanti dall’esporre proclami e attività criminali al pubblico dei social network consente alle forze dell’ordine di capirne le dinamiche e in alcuni casi prevenire tragici epiloghi, e a noi che cerchiamo di osservare questi fenomeni di avere un (altrettanto inedito) punto di vista privilegiato – quello dei diretti protagonisti – per darvi senso, e in tempo reale, e moltiplicato per gli occhi e i pensieri di tutti i partecipanti.

Per questo il passaggio decisivo, tra i tanti meritevoli di attenzione, credo sia questo (la traduzione è mia):

«Associamo naturalmente attività criminale e segretezza, trame ordite in retro o vicoli. Oggi, tuttavia, per quanto possa sembrare sciocco nella pratica, le gang di strada hanno adottato un livello di trasparenza che potrebbe impressionare perfino i più ferventi futuristi di Silicon Valley. Ogni giorno su Facebook e Twitter, Instagram e YouTube, si possono trovare ragazzini sfrontati esibire gesti, brandire pistole, mettere in mostra droghe e mucchi di denaro. Se viviamo in un’era di openness, nessun segmento della popolazione è più sorprendentemente open dei membri delle gang del 21esimo secolo, che allo stesso tempo documentano e agitano le strade dei quartieri più duri d’America».

Eliminando l’odio dalla sfera del visibile in rete, in sostanza, si perde la documentazione – e non si sradica il fenomeno alla radice. Forse si rende la vita delle gang un po’ più difficile (forse), ma quanto si perde in termini di comprensione di ciò che emerge delle loro dinamiche, per non parlare di libertà di espressione, continua a sembrarmi infinitamente superiore nonostante i tanti modi – ben descritti da Austen – in cui Facebook, YouTube, Twitter e simili possono catalizzare e rendere istantanea perfino la violenza di strada.

Una violenza che è prodotto di una cultura che precede la rete sociale, come ben sanno gli appassionati di gangsta rap, e che temo non ci sia modo di impedire la rete sociale alimenti. Teniamoci stretti, piuttosto, il valore della descrizione. E cerchiamo di capire se e come possa servire a mutare quella cultura, piuttosto che a mutare «la Rete».

Cara Kyenge, non serve nessuna norma contro il razzismo online

Il ministro Cécile Kyenge l’aveva detto di passaggio in un’intervista al Corriere, lunedì, parlando delle minacce a contenuto razziale ricevute nei giorni dello scandalo Calderoli. Ne riceve molte «che non sono pubbliche, che non vediamo?», chiedeva l’intervistatore. «Quotidianamente, con ogni mezzo. Lettere, email, telefonate. Le più terribili sono online, anche minacce di morte. Non c’è ancora una legge, e invece servirebbe».

Si riferiva a una legge apposita per la rete o in generale contro l’istigazione al razzismo? Dal contesto non era chiaro. Certo, visti i precedenti, il dubbio si trattasse – di nuovo – della richieste di nuove norme per il web mi era venuto. Ma per non sollevare inutili, ulteriori polveroni, avevo lasciato perdere.

Oggi il ministro conferma i miei dubbi:

Sull’annosa questione vi ho tediato mille volte, quindi non ripeterò di nuovo perché dissento dalla necessità di «nuovi strumenti legislativi» non solo per reprimere, ma anche per «prevenire» (e come, con filtri a parole chiave?) il razzismo e la violenza online. Chi volesse leggere le mie argomentazioni, può farlo qui e qui.

Il punto è che Kyenge dice anche un’altra cosa. La riporta l’Agi: «L’istigazione la razzismo, secondo il ministro, ‘sta aumentando soprattutto attraverso Internet e i social network: serve un cambio culturale per sgomberare il campo da paure e pregiudizi’».

A parte che pensare che un cambio culturale si produca tramite nuove leggi mi pare piuttosto ingenuo, per non dire semplicemente errato, vorrei chiedere al ministro: qual è la fonte del dato per cui l’istigazione al razzismo starebbe «aumentando soprattutto» via web e social network? Io non conosco studi che lo dimostrino, ma sono ben felice di aggiornare le mie conoscenze. Sempre che non si tratti di una frase buttata lì per legittimare la propria posizione.

Ancora, vorrei sottoporre all’attenzione del ministro due casi di cronaca recente, entrambi che la riguardano. Il primo è la condanna per direttissima a 13 mesi alla consigliera leghista di Padova, Dolores Valandro, proprio per istigazione ad atti sessuali compiuti per motivi razziali nei suoi confronti. Il secondo riguarda il consigliere circoscrizionale di Trento, Paolo Serafini. Di nuovo, ci sono di mezzo insulti al ministro. L’ANSA ieri batteva:

«Un decreto di oscuramento del profilo di Facebook è stato notificato stasera al consigliere circoscrizionale di Trento Paolo Serafini dopo quanto scritto sul ministro Cecile Kyenge. Ne da’ notizia il questore di Trento, Giorgio Iacobone, precisando che la decisione è stata presa dal procuratore della Repubblica, Giuseppe Amato, in seguito all’informativa consegnatagli oggi stesso dalla Digos della polizia di Trento.

Secondo la Procura di Trento le parole di Serafini sono ‘gravemente lesive all’onore e alla reputazione del ministro per l’Integrazione, ispirate a finalità di discriminazione razziale’. Ciò in base ad una legge del ’93 sull’odio razziale, che prevede all’art.6 la possibilità di procedere d’ufficio. Il questore di Trento ha spiegato che l’informativa della Digos era sul tavolo del procuratore già da stamattina alle 9 ed è stata trasmessa nella tarda mattinata al servizio di polizia Postale del Dipartimento del ministero dell’Interno e alla sede centrale di Facebook. Il questore ha dato inoltre disposizioni affinché tutta la vicenda venga approfondita ‘per verificare ulteriori ipotesi di reato’. Tempi dunque molto brevi per prendere questi provvedimenti, che il questore ha motivato così: ‘era molto importante dare subito una risposta incisiva’».

«Per direttissima». «Una legge del ’93 sull’odio razziale». «Possibilità di procedere d’ufficio». «Tempi molto brevi». Se c’è tanto bisogno di nuove norme per il razzismo online, come si spiega l’efficacia – e la rapidità – di questi due provvedimenti?

Ultima domanda: se «l’Italia non è razzista», come ma il web italiano dovrebbe esserlo? Non è piuttosto vero che il razzismo in Rete è, al contrario, lo specchio di quello che serpeggia nel Paese?

A tastiera libera

Contro i prossimi Liam Stacey «l’ultima frontiera», scrive Paolo Di Stefano sul Corriere, «potrebbe essere quella che separa il ragionamento dal delirio». Ma è una barbarie che sia la legge a tirare la linea tra un tweet accettabile e uno che ti costa 56 giorni di carcere. Al 21enne è successo per parole razziste su Twitter contro il calciatore Patrice Muamba. Sbagliato, certo, ma è una pena commisurata al danno? Se ne potrebbe discutere. Di Stefano lo fa, tirando in ballo la polverizzazione del confine tra «il parlare e lo scrivere», nonché tra «pubblico e privato», messa in atto dai social network. Questioni pertinenti, e importanti per inserire il caso Stacey in un quadro più ampio. Eppure c’è qualcosa di sinistro nel ragionamento dell’editorialista. Che da un lato conclude che punizioni di questo tipo equivalgano a «svuotare il mare con un bicchiere». Dall’altro lo fa tramite una premessa che trovo errata, e pericolosa. Per Di Stefano, la radice del problema sta nel «vizio d’origine» dei social network: «esistono perché ognuno possa scrivere quel che vuole, in piena libertà». Togli questa possibilità, e hai tolto il social network. Ammettiamo sia vero: che Twitter non abbia già una sua politica di rimozione dei contenuti illeciti e che i social media non subiscano alcun tipo di censura o limitazione legale nel mondo. Dove sta il vizio? Beh, scrive l’autore, nel fatto che ciò – moltiplicato per miliardi di messaggi e centinaia di milioni di utenti – finisce per «solleticare le velleità narcisistiche del primo imbecille o mitomane». Si aggiungano la fine dello «scripta manent» e della privacy, ed ecco moltiplicarsi odio e razzismo. L’ipotesi è già di per sé discutibile (cosa dimostra che odiamo più di prima?), ma la conseguenza disegnata da Di Stefano lo è perfino di più: «La sentenza di Swansea è certamente esemplare, ma per uno Stacey punito, quanti milioni ne restano a piede libero, anzi a tastiera libera?» Ecco, questo è il pericolo: che una concezione determinista della tecnologia – riassunta nell’idea che i social network siano irrimediabilmente viziati all’origine – si traduca nell’idea paradossale che essere «a tastiera libera» sia un male. Non solo per l’individuo, ma per la società intera, al punto di costringerla a pene esemplari e, lo ammette perfino Di Stefano, inutili. Ancora una volta, la riflessione dovrebbe essere antropologica, prima ancora che tecnologica. Dovrebbe riguardare le radici del razzismo tra i giovani inglesi, più che le caratteristiche di Twitter. Perché se è vero che pubblico e privato si confondono, e che l’occasione fa l’uomo ladro, è troppo comodo cavarsela dicendo che «i social network abbiano sancito l’opportunità di delirio a reti globalizzate». Perché il teorema si realizzi, servono quelli che delirano. Mandarli in carcere per un’opinione – per quanto aberrante – non aiuterà a ricondurli tra quelli che ragionano.

Pansa, il terrorismo su Facebook e la Loreto del Popolo Viola.

Secondo l’editoriale di Giampaolo Pansa su Libero di oggi, i brigatisti che nel 1977 uccisero il vicedirettore de La Stampa Carlo Casalegno sarebbero «i progenitori di quelli che adesso hanno costituito su Facebook il gruppo “Uccidiamo Belpietro”». L’identità viene ribadita poche righe più sotto: «Se all’epoca di Carlo ci fosse già stato Internet, di sicuro sarebbe nato su Facebook il gruppo “Uccidiamo Casalegno”». Anche se lo stessso Pansa aggiunge: «Ma i killer brigatisti non ne avevano bisogno e lo accopparono lo stesso».

Il “revisionista” passa poi a un secondo parallelo: quello con la lista degli ottocento che firmarono contro Luigi Calabresi, convinti che il commissario avesse gettato l’anarchico Pinelli dal famoso balcone: «la loro lista mortuaria era nella sostanza un gruppo di Facebook».

Terza e ultima analogia quella tra il Popolo Viola e chi ha appeso Mussolini: «ad allarmarmi di più è stato il Popolo Viola […] Nel guardare i servizi televisivi, mi ha folgorato un pensiero orrendo: ecco gente marcia verso un nuovo piazzale Loreto, per appenderci un nuovo Mussolini». Soluzione? La Lega spinga al voto. L’unico modo, secondo Pansa, per «esorcizzare gli spiriti maligni che rischiano di portarci tutti nella tomba».

Nonostante nel Paese tiri una brutta aria, le tre identità proposte da Pansa sono profondamente fuorvianti, a mio avviso. E in questo post ne spiego le ragioni. Qui invece mi limito a osservare che quando ho conosciuto Pansa, l’estate scorsa, mi ha rivelato di ritenere internet un luogo dove circolano solo falsità e violenza, che non ha mai aggiunto alcuna informazione a quella disponibile su carta. Il tutto senza averlo sostanzialmente mai usato e, di certo, senza conoscerne minimamente le dinamiche. Che fine ha fatto lo “spaccavetri” che si scagliava contro chi era soltanto capace di giudicare a suon di pregiudizi? Come ha potuto finirne vittima lui stesso?

Zecchi e Rodotà: due analisi sballate sull’odio in Rete.

Il successone del gruppo Vi Odio ha reso per l’ennesima volta di attualità il dibattito sul’odio e sul suo rapporto con la Rete. Scendono in campo i “pezzi grossi”: Stefano Zecchi (ieri, su Il Giornale) e Maria Laura Rodotà (oggi, sul Corriere).

Il primo scrive:

Scopriamo che i nostri concittadini odiano praticamente tutto e usano la piazza virtuale non tanto come un luogo per spiegare ragionevolmente un disagio, ma come un letto gigantesco per una seduta psicoanalitica collettiva. Per esprimere cosa? Per ottenere cosa? Nulla: appunto, una psicoanalisi di gruppo che non porta niente, se non alla narcisistica esibizione di un proprio io, modesto e frustrato.

Serviva Facebook per far scoprire a Zecchi che “i nostri concittadini odiano praticamente tutto”: evidentemente dalle sue parti la realtà si ferma alla porta di ingresso. La conclusione, tuttavia, è ancora più arguta:

L’odio via Facebook è una specie di mugugno informatico, sterile, insignificante, che trasforma la crudeltà dell’odiare in un modo grottesco di prendersela con qualcuno o qualcosa. La democrazia della comunicazione virtuale finisce per banalizzare, togliere asperità e forza. Più energico e pericoloso il piccolo eroe della vita quotidiana che subisce i soprusi e tira avanti, essendo perfettamente consapevole che la protesta o costruisce una possibile alternativa o è sterile come il «no» di un bambino cocciuto, molto simile alla regressione infantile di un popolo che con i suoi banali mugugni su Facebook mostra di non sapere neppure più cosa significa odiare.

Chissà da quali dei suoi studi Zecchi desume l’idea che “il piccolo eroe della vita quotidiana” non possa essere lo stesso cittadino della “democrazia della comunicazione virtuale”. O che queste due persone (anzi, questa persona e il suo fantasma digitale) impugnino la protesta in modo diverso (il primo scendendo in piazza o agendo, il secondo standosene a fare – come dicevano degli amici – “la rivoluzione sul divano“). E poi sembra quasi Zecchi imputi a Facebook di non conservare la crudeltà tipica dell’odiare (e perché mai poi la crudeltà dovrebbe essere la cifra dell’odio più della catarsi di cui parla il creatore di Vi Odio?): niente da dire, se così non fosse la democrazia sarebbe certo meno banale, più aspra e forte. Un po’ come le nostre identità sarebbero meno modeste e frustrate.

Rodotà invece si produce in una riflessione più “analitica”, citando dibattiti oltreoceano e addirittura paper accademici. Peccato che il titolo di prima pagina sia “Perché Internet ci fa più cattivi” (a pagina 29 diventa “Le umiliazioni e le vendette in Rete. E’ l’epoca dei cattivissimi“). E peccato i momenti di ragionevolezza lascino a volte il passo a concetti come questo:

Sono riferibili, ma a dir poco avvilenti, i nomi dei gruppi ignoti e terrificanti che se la prendono con amici (insomma, amici) e compagni di scuola: “Per quelli che pensano che Cislaghi puzzi”, per dire. Sembra innocente, ma se Cislaghi è in terza media, una cattiveria online del genere gli segnerà la vita.

Immagino il povero Cislaghi, quarantenne, in cura da uno psichiatra a causa di quella feroce accusa (“io puzzo, io puzzo, io puzzo”). Nel proseguo dell’articolo, Rodotà argomenta che “tra coraggio dell’anonimato e ferocia insegnata dalla tv, i bersagli si moltiplicano: immigrati, omosessuali, rom, Down, e altro”, senza tuttavia dimenticare che spesso, per fortuna, l’ironia e la curiosità prevalgono sulla “cultura dell’odio”. Bene, benissimo: allora dove sta questa “epoca dei cattivissimi”?