Digitale, i fondi spariscono di nuovo.

Soltanto due giorni fa documentavo il ritardo italiano sullo sviluppo del digitale, chiedendo al ministro Paolo Romani cosa intendesse fare al riguardo.

Bene, oggi apprendo dall’Ansa la risposta indiretta del ministro:

I circa 1,6 miliardi aggiuntivi, rispetto all’obiettivo minimo di 2,4, incassati dallo Stato nell’asta delle frequenze 4G non andranno nemmeno in parte (era previsto il 50%) alle tlc. E’ quanto prevede la bozza della Legge di stabilità. I fondi in più andranno al fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato e all’istruzione.

Se la bozza venisse confermata, quindi, il settore dovrebbe fare a meno di circa 800 milioni di euro di finanziamenti da parte dello Stato. La legge attualmente prevede infatti che il 50% dei proventi aggiuntivi rispetto ai 2,4 miliardi previsti debbano tornare al settore. L’asta si è chiusa con un introito che ha sfiorato i 4 miliardi di euro, quindi i proventi in più ammontano a 1,6 miliardi, di cui la metà è, per l’appunto, 800 milioni. La bozza modifica invece il testo originario e dice che “eventuali maggiori entrate accertate rispetto alla stima di cui al presente comma sono riassegnate per il 50% al fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato e per il 50% ad incremento della dotazione del fondo di cui all’articolo 7-quinquies, comma 1, del decreto-legge 10 febbraio 2009, n.5, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 aprile 2009, n.33”. Si tratta di un fondo “nello stato di previsione del ministero dell’Economia e delle finanze” istituito “al fine di assicurare il finanziamento di interventi urgenti ed indifferibili, con particolare riguardo ai settori dell’istruzione e agli interventi organizzativi connessi ad eventi celebrativi“.

Non risulta alcuna dichiarazione di Romani in merito.

Qual è la strategia del governo per colmare il divario con il resto d’Europa e azzerare (come promesso) il digital divide entro fine 2012, dunque? Che ne è dei fondi ripetutamente annunciati e mai erogati? Si è deciso di affidarsi interamente al mercato (con i rischi che ne conseguono)? E se è così, come, quando e perché?

In definitiva che ne è, ministro, della «accelerazione» promessa ad agosto?

Romani, usciamo dal Medioevo digitale?

Qualche dato sul medioevo digitale in cui vive l’Italia:

– L’Italia è al 20esimo posto nell’Unione europea rispetto sia al possesso di internet sia alla qualità della connessione. Il tasso di penetrazione del web nelle famiglie con almeno un componente tra i 16 e i 64 anni è infatti del 59%, contro una media europea del 70%. Cifre simili si registrano in Spagna (59%) e Lettonia (60%), mentre Paesi come Olanda, Lussemburgo, Svezia e Danimarca si attestano su valori superiori all’86%.
Il tasso di penetrazione della banda larga, invece, è del 49% rispetto a una media Ue del 61%. Stesso risultato per la Slovacchia, mentre il Portogallo è al 50%.
– In Italia la velocità media di connessione è 3,7 megabit al secondo (Mbps). La media europea è 5 mbps.
– Nel Belpaese soltanto l’11,4% delle connessioni supera i 5 Mbps (high broadband). Solo la Grecia fa peggio, in Europa. La media globale è 25%.
Paesi come la Romania e la Lettonia hanno percentuali rispettivamente del 51 e 44%.
– In Europa soltanto sette Paesi su 23 utilizzano ancora connessioni di velocità inferiore ai 256 kilobit al secondo (kbps), o narrowband. L’Italia non solo è tra loro, ma è in vetta alla classifica, con lo 0,9% di penetrazione. In Francia è allo 0,3%.
Nessuna città italiana figura tra le 100 con il picco medio di velocità di connessione più elevato al mondo. Del resto, il valore medio registrato nel primo quarto del 2011 in Italia (14.877 kbps) è addirittura inferiore a quello rilevato nel secondo quarto del 2009 (17.137 kbps).
– Tra le 100 con la velocità media di connessione più elevata al mondo, non ci sono città del nostro Paese. Ci sono invece Riga, in Lettonia; Iasi e Costanza, in Romania; Brno, in Repubblica Ceca. E Valencia, in Spagna.
– L’Italia è la prima fonte di traffico al mondo legato agli attacchi da Reti mobili.
– L’Italia è al penultimo posto della classifica del ‘Bcg e-Intensity Index’, un indice che misura la disponibilità e l’utilizzo di internet nelle nazioni Ocse. I punti totalizzati sono 63, meglio della sola Grecia (54). Spagna (86), Francia (105), Germania (120) e Regno Unito (128) sono lontanissime. Per non parlare della vetta, occupata dalla Danimarca con 140 punti. Diretti concorrenti sono invece Paesi dell’Est come Polonia (65), Slovacchia (70) e Ungheria (76).
L’e-intensity è molto diversa tra Nord e Sud del Paese, con la Valle D’Aosta che totalizza 74 punti, e la Calabria ai livelli di Atene (54 punti).
– Negli ultimi cinque anni il contributo di internet alla crescita del Pil è stato in media del 21% nelle economie del G8. In Italia è stato, invece, del 12%.Francia (18%), Gran Bretagna (23%) e Germania (24%) sono lontanissime.
– Il nostro Paese occupa il terzultimo posto nella classifica compilata da McKinsey secondo il suo “Internet leadership supply index”, che misura il contributo di un Paese all’interno dell’ecosistema globale della Rete. Il valore ottenuto dall’Italia è 19. La Germania è a 25, la Francia a 27, la Gran Bretagna a 39.Tra gli aspetti considerati dall’indice, la «preparazione al futuro», ossia una misura anche degli investimenti in ricerca e sviluppo effettuati. Il risultato dell’Italia è particolarmente negativo: 8 punti contro i 23 della Francia, i 27 della Gran Bretagna e i 31 della Germania. Il primo posto spetta alla Svezia, con 87.
– L’Italia è penultima nella classifica compilata sempre da McKinsey secondo il ‘i4F Internet ecosystem index’ che misura quattro aree chiave dello sviluppo del digitale: capitale umano, capitale finanziario, infrastrutture e ambiente di business.
l risultato ottenuto dall’Italia è 31, contro il 76 degli Stati Uniti, che occupano la prima posizione. Il Belpaese in particolare è ultima per quanto riguarda la variabile capitale finanziario, e accusa 23 punti di distacco da Francia, Germania e Gran Bretagna quanto a infrastrutture.
Abisso anche per quanto riguarda il capitale umano: 27 punti contro i 47 della Francia, i 49 della Germania e i 53 della Gran Bretagna.

Ci sono in ballo almeno 18 miliardi di euro da qui al 2015, quelli che potrebbe produrre l’internet economy in più se fosse adeguatamente incentivata.

Che facciamo, ministro Romani: li mandiamo in fumo?

Figli di una rete minore.

Secondo McKinsey, nelle economie «mature» analizzate Internet ha contribuito alla crescita del prodotto interno lordo per un valore medio del 21% tra il 2004 e il 2009. In Italia la percentuale è decisamente inferiore, anche se si considera il periodo 1995-2009:

Fonte: McKinsey, Internet Matters, p. 16.

L’Italia è al fondo della classifica anche dal lato della «partecipazione» del paese «nella definizione dell’ecosistema della rete globale». E per tutte e quattro le componenti dell’indice stilato da McKinsey. Ovvero:

Fonte: McKinsey, Internet Matters, p. 24.

In classifica siamo davanti solo a Russia e Brasile, tra i tredici Paesi considerati:

Fonte: McKinsey, Internet Matters, p. 25.

Infine, l’Italia è al penultimo posto per l’indice che riassume la performance per «quattro aree critiche per lo sviluppo della rete»: capitale umano, capitale finanziario, infrastrutture e ambiente di business.

Fonte: McKinsey, Internet Matters, p. 29.

L’unico commento sul nostro Paese è il seguente:

«Brasile, Russia e Italia sono nelle fasi iniziali della fornitura di Internet. Hanno tutti un grosso potenziale di crescita».

Basterebbe avere un’idea di come realizzarlo.

Il rapporto integrale di McKinsey – Internet Matters: the Net’s sweeping impact on growth, jobs, and prosperity [pdf]

Medioevo digitale.

Lo ha detto con estrema chiarezza Hillary Clinton: “Chi ostacola il libero flusso di informazioni rappresenta una minaccia. I governi non devono contrastare la libertà di connettersi alla rete“. Di più: il no alla censura “deve diventare parte del nostro marchio nazionale“. Un modo per distinguersi da quello cinese, che all’opposto si caratterizza per i termini (in rosso) e i siti (in grigio) che sono del tutto inaccessibili o hanno le pagine “controverse” bloccate. Questa immagine ne fornisce una lista:

Fonte: InformationIsBeautiful.net

E l’Italia da che parte ha deciso di stare? Il fatto che non vi sia stato alcun commento di approvazione (né di contrarietà, se è per questo) alle parole del segretario di Stato da parte del mondo politico non lascia presagire nulla di buono. Soprattutto in un Paese in cui si immagina una rete senza anonimato (ddl Carlucci), in cui commettere un reato tramite social network è un’aggravante (ddl Lauro) e in cui si è parlato di misure d’emergenza un mese sì e l’altro anche. Così mentre nel mondo si combatte una “guerra fredda digitale” (l’espressione è di Marco Pratellesi) di capitale importanza per decidere il futuro della libertà di espressione di ciascuno di noi (per non parlare di quello degli equilibri di potere) da noi si discute se riabilitare o meno Bettino Craxi. Mentre la maggiore testata del globo, il New York Times, studia le modalità con cui offrire i propri contenuti online a pagamento, in Italia c’è chi pensa (il ministro Rotondi) di dotare il PDL di un quotidiano finalmente “ufficiale” (del resto, “un grande partito non si fa interpretare“) o di riaprire il defunto Il Popolo (Pierluigi Castagnetti). Mentre gli strumenti in dotazione alla rete ci offrono la possibilità di trasformare la fantascienza in realtà noi trasformiamo la realtà in fantapolitica: e allora giù presunti scoop su Tremonti presidente del Consiglio e Fini presidente della Repubblica (Affari Italiani); giù i “secondo me” sull’uscita dell’ex leader di Alleanza Nazionale dal PDL.

E’ ora di prendere una decisione: da un lato il presente, dall’altro il Medioevo digitale. Chi ha dubbi ripassi la figura.