Lo statuto struggente di un formidabile genio

Questo post potrebbe avere altri due titoli. Il primo richiamerebbe, molto immodestamente, atmosfere kafkiane: «Lo statuto»; o anche: «La deroga», «I tre mandati». Il secondo, invece, un varietà pop di successo, La sai l’ultima?: «La sai quella sui tre mandati e il Pd?». Sarebbero entrambi appropriati, perché la vicenda di cui parla – il limite, appunto, dei tre mandati nello statuto del Partito Democratico – è allo stesso tempo preoccupante e farsesca, indice del deragliamento del linguaggio e dei concetti nel burocratese e insieme della sua tragica comicità involontaria. La storia, se fosse una storia direbbe Lucarelli, inizia con lo statuto del Pd. Che, all’articolo 22 comma secondo – si comincia – recita:

Non è ricandidabile da parte del Partito Democratico per la carica di componente del Parlamento nazionale ed europeo chi ha ricoperto detta carica per la durata di tre mandati.

Piuttosto chiaro, no? Tre mandati, poi a casa. O nel partito, insomma, ma non in Parlamento. Ed ecco, nei commi successivi, nascere le complicazioni: «Eventuali deroghe ai commi precedenti…», attacca il comma sesto, spiegando le modalità di deliberazione delle suddette. Ma niente paura, il punto successivo mette tutti in riga:

La deroga può essere concessa soltanto sulla base di una relazione che evidenzi in maniera analitica il contributo fondamentale che, in virtù dall’esperienza politico‐istituzionale, delle competenze e della capacità di lavoro, il soggetto per il quale viene richiesta la deroga potrà dare nel successivo mandato all’attività del Partito Democratico attraverso l’esercizio della specifica carica in questione. La deroga può essere concessa, su richiesta esclusiva degli interessati, per un numero di casi non superiore, nella stessa elezione, al 10% degli eletti del Partito Democratico nella corrispondente tornata elettorale precedente.

Insomma, c’è l’eccezione alla regola. Ma ci sono anche i paletti all’eccezione: il contributo del soggetto di deroga deve essere «fondamentale» secondo una «relazione» analitica. E, soprattutto, la deroga non può eccedere il 10% degli eletti.

Bene, problema risolto. Anzi, no. Grazie a una discussione su Twitter tra Luca Sofri e Alessandra Moretti, una dei tre responsabili della campagna per le primarie di Pierluigi Bersani, scopro che l’interpretazione del termine «mandato» è stata oggetto di dibattito interno al partito – mi scusino gli iscritti al Pd se non sono al corrente di tutte le delibere delle loro direzioni – e che la discussione si era risolta già lo scorso luglio con una precisazione di non poco conto, anche se ignota ai più: per «tre mandati» non si debbono intendere «tre legislature» ma «15 anni». A questo modo per esempio il segretario, Bersani – pur eletto per tre volte e dunque, come sottolinea Sofri, deputato per tre mandati parlamentari – non ha bisogno di alcuna deroga. Bastava un asterisco, una nota allo statuto e sarebbe stato tutto più chiaro. Ma tant’è.

Insomma, resta il limite dei tre mandati, ma approfondendo un po’ si scopre che è in realtà un limite di tre ‘mandati’, con le virgolette perché il termine ha una precisa – e insindacabile! – interpretazione. Ma, per quanto noiosa, la barzelletta non è ancora finita.

Stamane riprendo un pezzo di Repubblica che spiega bene, anche se con uno strano ritardo, cosa questa insindacabile interpretazione comporti. Mi auto-cito, per aggiungere surreale a surreale:

Repubblica spiega come è stata risolta la questione del limite dei tre mandati nello statuto Pd: prima lo si intende non come tre legislature, ma 15 anni in Parlamento – il che lascerebbe fuori solamente 28 dei 309 parlamentari del Pd; poi si fa una deroga applicabile al 10% dei parlamentari, cioè 31. Risultato? Limite dei tre mandati in vigore, nessuno a casa. Complimenti.

Lo status arriva fino a Sofri che lo riprende e ne fa un pezzo sul suo blog, intitolato efficacemente Oplà. Ed è qui, tra i commenti, che il mistero si infittisce ulteriormente. Perché, una volta accantonate le critiche basate sulla tempistica del pezzo di Repubblica – è semplice, basta ricordare che i problemi restano anche se il tempo passa, se non si fa nulla per risolverli – ecco spuntare, nei commenti, un altro cavillo. «Il limite del 10%», scrive Marco Campione,  «si dovrebbe applicare ai derogabili non al gruppo». Quindi non è vero che sarebbero 31. Quindi, conclude l’argomento, non è vero che non va nessuno a casa. Un commento successivo, tuttavia, propone una diversa interpretazione:

Da non esperto, mi pare improbabile che la regola del 10% si applichi ai derogabili – infatti questa norma potrebbe portare in breve all’estinzione dei politici democratici di lungo corso, effetto sicuramente sgradito alla dirigenza del pd.

Ora, non ho i mezzi per reperire un documento ufficiale del Partito Democratico che mi aiuti a dirimere la – spinosissima – questione. Ma penso sia significativo come un principio semplicissimo, tre mandati e a casa – si sia trasformato, nelle mani del Pd, in una questione di ermeneutica del soggetto. Su cui nemmeno lo statuto – che si limita a parlare di limite del «10% degli eletti» – riesce a fare luce. Si può ridere o preoccuparsi, di fronte a simili vette del pensiero, come quando si è di fronte al cielo stellato e non si sa se abbracciarlo con lo sguardo e diventare tutt’uno con l’immensità che ci circonda oppure abbandonarci alla paura che ci fa sentire improvvisamente nulla, e rigettarlo. Nell’attesa che giunga un qualche ordine del giorno approvato dalla direzione del Pd a indicarmi la via, penso ai Bindi, ai D’Alema e a tutti gli altri inamovibili che se la ridacchiano. E resto kafkianamente appeso a una risata che non si consuma, persa anch’essa tra un comma e l’altro.

Ah, per il titolo ho pensato a una parafrasi e un omaggio a Dave Eggers. Mi sembrava perfino più appropriato degli altri.

A non riderne e scherzarne.

Ha ragione Luca Sofri: «Ridendo e scherzando, oggi il primo partito italiano ha un segretario di 40 anni». Ed è meglio riderne e scherzarne, che prendere la cosa sul serio. Perché a prenderla sul serio bisognerebbe obiettare quanto quella ‘elezione’, ma sarebbe più corretto chiamarla ‘investitura’, rifletta alcuni vizi storici del nostro Paese. E, in particolare, di quel «primo partito italiano» (ma lo è ancora?) che per tanto tempo l’ha rappresentato.

Un partito dove lo statuto viene modificato per alzata di mano, a giochi fatti, come le regole fossero una formalità. Dove chi dissente fa notizia. Dove un quarantenne con incarichi di responsabilità è considerato, in qualche modo, un giovane. Dove al suo discorso di insediamento il ‘giovane’, invece di gettare lo sguardo alle prospettive di medio-lungo termine, agli ideali e, perché no, ai sogni, rilancia nuovamente il vecchio capo che, in nome di una meritocrazia che rima con obbedienza, l’aveva investito. E proprio per rilegittimarsi.

A prenderla sul serio, insomma, questa ‘elezione’ certifica ancora una volta il male gattopardesco che avvolge il Paese: mutare per lasciare immutato. Ed è questo il tragico: a non volerne ridere e scherzare, si comprende che perfino il fatto che il primo partito italiano abbia un segretario di 40 anni significa che, in fondo, non è accaduto un bel niente.

Wikileaks, il giornalismo e i blog.

Uno dei tanti aspetti che si dovranno analizzare con calma, quando la «tempesta sul mondo» (cit.) di Wikileaks si sarà placata, è quanto avrà assottigliato il confine tra le regole del giornalismo tradizionale e quelle del blogging. Un esempio su tutti è il modo in cui La Stampa ha deciso di diffondere l’articolo del New York Times che, verso le 19:20 di domenica, aveva fornito un primo riassunto dei documenti del cablegate. Cioè offrendo una «traduzione a braccio» di Anna Masera, una giornalista “tradizionale” ma molto attenta alle dinamiche della rete. E postando il contenuto del pezzo del quotidiano newyorkese in lingua originale, per poi sostituirlo con la sua versione in italiano (più o meno di senso compiuto) a mano a mano che veniva tradotto.

La traduzione a braccio...

... e gli esiti della traduzione a braccio.

Più in generale, per una volta non c’è stato niente che un giornalista professionista, in una redazione vera e propria, potesse sapere più di un qualunque blogger: i documenti erano tutti lì, disponibili per l’uno e per l’altro. Senza fonti di accesso privilegiate. Senza agenzie che facessero il “lavoro sporco” al proprio posto. Giornalisti e blogger si sono trovati tutti in prima fila a descrivere e commentare ciò che tutto il mondo stava descrivendo e commentando.

Certo, passato il caos sono rientrate le consuete gerarchie: Repubblica.it, ad esempio, in poche ore è riuscito ad assemblare un commento scritto e uno video, una galleria fotografica e una interpretazione di come i files siano stati trafugati. I professionisti hanno potuto mettere in campo la loro professionalità, inquadrando ciò che stavano leggendo nello scenario geopolitico. E, grazie al lavoro di squadra tipico delle redazioni, approfondire tutti gli aspetti rilevanti della vicenda, separando le novità dalle conferme, le notizie dalle curiosità. Il blogger, invece, ha ricominciato a inseguire i professionisti, andare sui siti delle grandi testate per orientarsi in un mondo diventato ormai troppo vasto per le sue sole forze.

Quindi io non so se, come scrive (immagino provocatoriamente) Luca Sofri, I blog hanno vinto. Quel che è certo è che, per un breve momento, hanno potuto sentirsi in una redazione grande quanto il mondo, e far parte di una marea di informazione che ha travolto indistintamente loro e i più navigati professionisti. Forse, in quel momento, hanno provato l’ebbrezza di sentirsi sulla cresta dell’onda, sul campo, inviati nel bel mezzo dell’azione. E gli altri, i professionisti, hanno capito che forse in certe situazioni è lecito bloggare, anche fuori dai confini di un blog. Oltre a cosa si prova a essere come tutti gli altri, tra gli inseguitori.

Poi la marea si è ritirata, e tutto è tornato al suo posto. O forse no.

(Grazie a Pazzo per Repubblica e a Luca Sofri: senza i loro post mi sarei dimenticato di aver salvato quelle immagini, e questo post non sarebbe esistito)

IJF 2010 /9 – Il punto sul Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia.

Ora che la quarta edizione del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia è finito è tempo di tirare le somme. Lo faccio in questo pezzo per l’Espresso, e in questo stesso post – da cui potrete raggiungere comodamente tutte le mie riflessioni su quanto accaduto da martedì a domenica.

IJF 2010 /5 – Fiducia e credibilità nell’era del giornalismo digitale.

Se da un lato internet è l’era della scelta, il tempo della moltiplicazione delle fonti di informazione, dall’altro è anche il tempo in cui il motto “non lo pubblicherebbero se non fosse vero” non vale più. Come muta il rapporto di fiducia tra chi produce notizie e chi ne fruisce? Che ne è della credibilità del giornalismo?

Mark Glaser, direttore esecutivo di Mediashift, propone di “non credere a ciò che hai letto soltanto una volta o che non abbia più di una fonte“. In sostanza, consigliando a ciascun lettore di fare il proprio fact-check ogni volta si sia nel dubbio. Una faticaccia, certo, ma anche una delle grandi e inedite potenzialità del mezzo: “entrare nella notizia”, dialogare davvero con chi produca contenuti, mettendone in questione l’autorità. Che oggi va guadagnata sul campo, trovando le storie giuste – e non promana più da un ipse dixit o dal fatto di lavorare per una certa testata.

Secondo Luca Sofri, da qualche giorno direttore del Post, il modo per creare fiducia e credibilità è fare come il deejay: da un lato operare una buona scelta nella mole sconfinata di notizie possibili, e dall’altro – allo stesso tempo – creare un rapporto intimo, di complicità con la propria community. E questo, aggiunge Glaser, si ottiene anche facendo del giornalista un essere umano, una figura tridimensionale, di cui i lettori possono comprendere le abitudini, la vita quotidiana, gli aspetti che esulano dalla semplice attività professionale – e a questo modo capire le ragioni di ciò che entra e di ciò che non entra nei suoi racconti della realtà. E’ grazie ai social media che ciò è possibile: meglio ricordarlo a chi ancora crede che la Rete sia il luogo dove vero e falso si confondono inestricabilmente, e dove il professionista è indistinguibile dal fanfarone.

Il vero problema, semmai, è che l’era del microblogging e dell’affanno digitale porti a dire get it first piuttosto che get it right. E che dunque il tempo finisca per prevalere, in molti casi, sull’accuratezza, e sulla realtà. Un misfatto che non passa inosservato, tuttavia, se è vero che è proprio la Rete a consentire a moltitudini agguerrite di comuni cittadini di tenere sotto controllo le bugie e le inesattezze di chi produca contenuti – con le esagerazioni “trollesche” di cui sarebbe bene essere tutti a conoscenza. Questa mentalità dell’assedio permanente è un fattore positivo, secondo Glaser: basterebbe che i giornalisti fossero un po’ più umili, e i cittadini un po’ più educati.