Riaprite gli archivi

È da un po’ che ciclicamente mi chiedo quale ratio possa avere informato la memorabile decisione di far scomparire, insieme alla rassegna stampa quotidiana della Camera in rete, i suoi archivi. Quale mente possa aver concepito che trent’anni circa di storia dell’informazione di estremo valore per il pubblico dominio – e nullo per i legittimi proprietari – fossero sacrificabili all’altare del diritto d’autore. Poi una sera, pensandoci bene al telefono con una collega disillusa, ho realizzato come si trattasse in realtà della più vasta e odiosa – perché completamente inutile – opera di censura online operata in questo Paese di cui serbi memoria, perché far sparire quegli archivi significa anche e soprattutto rendere migliaia e migliaia di link provenienti da altri articoli – si suppone in massima parte perfettamente legali – morti, a loro volta inaccessibili. Così da mutilare non soltanto il sapere di chi si accinga per la prima volta a consultare gli archivi, ma anche la comprensione di chi invece li abbia utilizzati per completare o validare un ragionamento altrove, nella rete. A pensarci bene è una barbarie straordinaria, in termini culturali, ben peggiore delle copie perse (ma quante?) dai giornali riprodotti ogni mattina nella rassegna stampa. Che questa questione di bilanciamento del diritto alla cultura con il diritto d’autore non si sia nemmeno posta nel dibattito pubblico rivela, una volta di più, la deprimente irrilevanza della conoscenza nella considerazione non solo del lettore mediamente informato (quello che di norma si rivolge alla rassegna della Camera) ma anche e soprattutto dei tanti che hanno a cuore la libertà di informazione e – ancor di più – il libero web. C’è altro cui pensare, certo: ma c’è sempre, quando si tratta di difendere la cultura, per qualche ragione. Tanto che te ne devi accorgere davvero soltanto in una lamentio notturna con un’amica, quando il rumore di fondo di tutto il resto si è finalmente allontanato. E scopri che senza la rassegna leggi meno giornali, e ti viene voglia di comprarne meno, non di più. E che, tutto sommato, ne sai quanto prima.

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Una giornata qualunque, nel libero web

Al mattino leggi un esperto di governance di Internet sostenere che «nessuno può dire oggi quanto libera e aperta sarà la rete alla fine del 2013». Poi, durante la giornata, leggi – e sono solo le notizie del giorno – che è andata offline la Siria (di nuovo), l’Iran ha annunciato la censura «intelligente» sui social media (per rimpiazzare quella meno intelligente, deduco, come se esistesse censura intelligente), il Kuwait ha condannato a due anni di galera un cittadino per «insulti» all’emiro su Twitter (ormai non fa quasi notizia) e in Pakistan rischiano di riavere YouTube (è bloccato da oltre cento giorni per avere ospitato video di «insulti all’Islam»), ma solo in cambio di una rete in stile cinese (che ha, tra l’altro, da poco annunciato l’utilizzo della real name policy per l’accesso a Internet). E pensi: una giornata qualunque, nel libero web.

Com’è Internet a Pyongyang

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Il nome del leader in evidenza, in ogni pagina web. Scritto a caratteri appena più grandi, così che si noti. Sempre. Il sistema operativo, ‘Stella Rossa’ (Red Star) conforme alle esigenze del regime. A partire dalla datazione: l’anno è il 101, contato dalla nascita di Kim il-Sung. Lo specifica il ‘readme’, a scanso di equivoci: Red Star promuove i «valori» del Paese.

Su misura anche il browser, un adattamento di Firefox chiamato ‘Naenara’, che conduce solo a una pallida imitazione della varietà di contenuti reperibili sulla rete come la conosciamo. Per chi ne produca di eretici, del resto, ci sono i campi di lavoro.

Questo significa stare in rete in Corea del Nord, secondo il bel resoconto della BBC: navigare tra le maglie – strettissime – di un web addomesticato, controllato, che consente l’accesso alla propaganda del partito e a poco altro. Una Intranet (‘Kwangmyong’) a cui da Pyongyang si può accedere tramite un unico cybercafè – e comunque passando necessariamente per un unico provider di proprietà statale (il che significa che per spegnere la rete basta che il governo prema un bottone).

Per moltissimi, anche se non per tutti, non c’è altro. Niente Twitter, niente Facebook, niente ‘social’. Nessun contatto con il mondo esterno, anche digitale. Tranne che per «qualche dozzina di famiglie», scrive la BBC: le élites vicine a Kim Jong Un. E il leader, naturalmente. Per loro, gli uguali più uguali degli altri, c’è la rete tutta, senza limitazioni.

Eppure qualcosa si muove, suggerisce l’articolo. C’è chi cerca di allacciarsi alla rete mobile cinese, un’oasi di libertà al confronto (ed è noto quanto non lo sia). Anche sapendo che possedere un cellulare «illegale» può costare molto caro. Nessuna ‘primavera nordcoreana’ a base di tecnologia (o di retorica tecnologica) alle porte, sia chiaro. Ma «i cittadini si stanno prendendo dei rischi inimmaginabili vent’anni fa», si legge. Soprattutto, perché si aspettano l’accesso alle nuove tecnologie, sostiene un attento osservatore della realtà nordcoreana. E «il governo non può più monitorare tutte le comunicazioni nel Paese, come faceva in passato».

(Immagine)

Il blackout del blackout di Internet in Siria

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Una menzione in fondo alla prima pagina sul Foglio. Un taglio basso su Avvenire. Un trafiletto su Fatto e Corsera. Una breve su Libero. Niente su Stampa, Repubblica, Unità, Manifesto, Pubblico, Giornale. Nessuna riflessione. Nessun approfondimento. Nessuna contestualizzazione rispetto a un fenomeno che inizia a essere tristemente ricorrente, ma non per questo meno grave. Questo è il modo in cui la carta stampata (non oso immaginare i telegiornali) racconta oggi, ai suoi lettori, il blackout pressocché totale di Internet in Siria.

Un evento non unico, ma raro (è accaduto in precedenza in Egitto e Libia, per limitarsi alla storia recente, e sporadicamente nella stessa Siria), con conseguenze concretissime per la popolazione (totalmente isolata dal mondo esterno), l’informazione (per quale motivo Assad ha girato l’interruttore e spento la Rete?) e l’economia del Paese. Ma raccontato poco e male, specie sulla carta (sulle versioni online di quasi tutti questi quotidiani la notizia, invece, c’è). E questo nonostante il tempo per versare l’inchiostro ci fosse (la conferma delle indiscrezioni è giunta nel primo pomeriggio di ieri), e le fonti fossero affidabili (Renesys, Akamai e Arbor Networks su tutte).

Perché?

Perché la stessa notizia è degna della propria homepage ma non di una pagina di carta?

Questione di concorrenza (gli esteri oggi erano divisi già tra il riconoscimento della Palestina come «Stato osservatore» e il peso della sharia nell’Egitto di Morsi)?

La notizia non è ritenuta abbastanza notizia per finire in pagina?

E’ perché le cose che riguardano Internet devono stare su Internet?

Il tema non è ritenuto abbastanza interessante/comprensibile per il lettore medio?

E’ una questione ideologica (il bello del web si dice tutto e a tutta pagina, il brutto no)?

Un caso?

E’ per altri, imperscrutabili motivi?

Sono domande che mi faccio da tempo, e a cui mi piacerebbe – senza polemica – avere risposta.

(L’elenco di link e risorse utili – costantemente aggiornato – sul blackout di Internet in Siria su Digital Dissidence)

In manette per un ‘like’

La ragazza legge un post su Facebook. Lo ha scritto un’altra ragazza, di 21 anni: per criticare le celebrazioni al funerale del leader estremista Bal Thackeray, che avevano bloccato la città. «Persone come lui nascono e muoiono ogni giorno», diceva all’incirca quel post. Come a dire: non servono commemorazioni con folle oceaniche. Non serve bloccare Mumbai. La ragazza è d’accordo, clicca ‘mi piace’.

Ma alla polizia non va a genio. Così rintraccia l’autrice del commento, e il ‘like’ della ragazza. E le arresta. La colpa? «Hurting religious sentiments», cioè aver ferito i sentimenti religiosi di chi si riconosce nel nazionalismo induista di Shiv Sena, il partito fondato da Thackeray. Ora dovranno vedersela in giudizio, di fronte al codice penale indiano e all’Information Technology Act. Poco importa che, come riporta First Post, si tratti di un chiaro abuso delle norme vigenti: tremila seguaci di Thackeray, una volta venuti a conoscenza della critica della ragazza e scoperto si trattasse della nipote del proprietario di un ospedale privato nel distretto di Thane, fanno irruzione nella struttura e ne devastano a bastonate arredo e macchinari. Per un commento su Facebook.

Il problema è che casi come questo dimostrano – oltre al ‘lato oscuro’ dell’intensificarsi del rapporto tra online e offline – che è sempre più complicato distinguere democrazie e regimi autoritari, quando si tratti di prendere sul serio qualche parola di troppo sui social media. Così, mentre in Cina perfino una ‘micro fiction’ 2.0 può costarti il carcere e in Siria gli interrogatori diventano superflui (dice tutto Skype), un tweet o una foto su Facebook fuori luogo possono condurre alle manette anche in Gran Bretagna, dove Lord McAlpine sta inoltre pensando di denunciare chiunque l’abbia menzionato in un tweet per il falso scandalo costato la testa del direttore della BBC. Certo, non si muore, come in Iran. Ma la tendenza è preoccupante. E andrebbe studiata con attenzione.

(Foto: il Post)