Le lacrime di un ‘tecnico’.

Qualcuno pensa sia una mancanza di professionalità. Altri finzione. O peggio: un insulto, irrisione. O ancora, nulla, un’arma di distrazione di massa tra le tante. Eppure a me le lacrime del ministro Elsa Fornero durante la conferenza stampa in cui ha presentato la sua riforma delle pensioni hanno commosso. Non tanto o non solo per la semplice empatia che evoca, istintivamente, qualunque manifestazione di umanità, se sincera. Ma per quello che rappresentano. E cioè la politica nella sua essenza: fare ciò che si ritene razionalmente giusto fare per il bene comune, anche se si sa che arrecherà delle sofferenze.

Siamo lontani anni luce dal cabaret dell’era berlusconiana. Dalle battute da osteria, dagli annunci roboanti, dai sorrisi in favore di camera e dalle soluzioni miracolose. Per non parlare della distanza con quanto accaduto a Vicenza, dove in una sala colma di bandiere e tifo da stadio una serie di vecchi nostalgici ha provato a riscaldare la platea con il mito di una rivoluzione mai fatta eppure già persa. E dove l’ex ministro dell’Interno si è addirittura vantato di aver subito una condanna passata in giudicato per essersi opposto alle forze dell’ordine che ha rappresentato. Il tutto a danno del suo Paese, e beneficio di uno immaginario.

A questa politica gli italiani hanno dimostrato, giustamente, di non credere più. Di non voler affidare la loro delega al governo del Paese. Le lacrime del ministro Fornero, rompendo involontariamente questo muro di falsità, hanno avuto il pregio di ricordare che c’è dell’altro. Che si può credere davvero in ciò che si fa. Che la fatica di alienarsi il consenso dovrebbe essere più che compensata dalla consapevolezza che, nel lungo termine, gli effetti degli sforzi andranno a beneficio di tutti, anche di chi dissente. E insegnano, forse soprattutto a loro, che la politica non è buona e giusta soltanto quando dice quello che vorresti sentirti dire.

Significativo che a suscitare questi pensieri sulla politica sia un professore, un ‘tecnico‘.

(foto: Repubblica.it)