Batman, Occupy e l’onda lunga dell’11 settembre

E’ facile leggere The Dark Knight Rises come un film politico. E, a prescindere dalle dichiarazioni del regista, Cristopher Nolan, lo è. Ma ciò non significa che sia un film che intende dimostrare una tesi politica: piuttosto, Nolan gioca con gli elementi dell’attualità politica come fossero mattoni intercambiabili di una realtà il cui esito, mentre scorrono i titoli di coda, sia tenere lo spettatore incollato alla poltrona in un misto di pura azione, sentimenti primari – odio, amore, amicizia, rimorso – e riedizioni in salsa Occupy del solito, immancabile manicheismo da supereroe: da una parte i buoni, dall’altra i cattivi. Un obiettivo molto pragmatico, se si vuole, che Nolan centra perfettamente: in sala il tempo vola. Il punto è che se ci riesce è anche per la manipolazione, furba, di ciò che ci circonda. Perché è quella manipolazione che rende Gotham terribilmente familiare. E che ci fa riflettere, forse più di quanto Nolan stesso immaginasse, sui movimenti sociali contemporanei. Sì, ci sono evidenti riferimenti all’insofferenza popolare per la finanza e, più in generale, i privilegi dell’1%. Quando Bane, il cattivo di turno, inizia il suo piano per lo sterminio dall’irruzione nell’equivalente gothamiano di Wall Street; quando, nella sua menzogna, Bruce Wayne perde tutto giocando d’azzardo sui futures; quando due operatori di Borsa si chiedono il motivo di una vendita allo scoperto sulle azioni di Wayne: «Perché ho tirato la monetina», spiega uno all’altro, come riassumendo tutta la distanza tra etica ed economia finanziaria. C’è anche la retorica della rivolta per la liberazione degli oppressi e del popolo. Ma è la retorica di un dittatore sanguinario, di uno sterminatore di massa, non quella di un paradossale leader di un movimento orizzontale nato ‘dal basso’. Una menzogna, insomma, evidente da subito nel film. E nelle parole di Bane: «Noi non siamo qui come conquistatori, ma come liberatori», dice entrando nella scena pubblica. Poi invita i cittadini di Gotham a «prendere il controllo della vostra città». E a diventare protagonisti di quella che definisce, anche qui riecheggiando furbescamente le utopie indignate, «la prossima era della civiltà Occidentale». Ma gli «oppressi», lo specifica immediatamente, più che i comuni cittadini sono i prigionieri tenuti in prigione grazie al «decreto Dent»; cioè grazie a quella che a tutti gli effetti è una legge speciale che attribuisce poteri straordinari alle autorità nel nome della sicurezza di Gotham. E che si regge a sua volta su una menzogna, del tutto speculare a quella di Bane: il mito della purezza di Harvey Dent, creato dall’ispettore di polizia, Gordon. Dunque i tutori dell’ordine non escono affatto immacolati dalla pellicola di Nolan come vorrebbero farci credere certi liberal statunitensi, che lo hanno subito accusato di essere anti-Occupy o in ogni caso fautore di un messaggio profondamente di destra. Certo, sono loro, le autorità, a essere dipinte come l’unica salvezza di Gotham: i cittadini non sono mai protagonisti. Ma questo Batman non è un «eroe reazionario». Non più di quanto lo sia un tutore dell’ordine che sventa un piano terroristico che, se portato a termine, comporta lo sterminio di 12 milioni di persone. Batman non combatte contro una rivoluzione popolare: combatte contro un gruppo di criminali liberati con la minaccia e l’inganno tipici di un regime dittatoriale. Da una parte, i tribunali popolari – e qui sì, c’è qualche eco di condanna del giacobinismo, specie quando Bane chiede alla folla: «Volete le dimissioni di quest’uomo?», Gordon – per punire l’1%; dall’altra, il ricatto nucleare, la minaccia in stile Panopticon di una sorveglianza basata sul terrore invisibile, di una bomba che i cittadini non hanno mai visto e di cui, in ogni caso, non sanno né dove si trovi né chi ne possieda l’innesco. E che esploderà comunque, indipendentemente da qualunque liberazione più o meno anarcoide. In quel clima di paura, di isolamento dal resto del mondo, di rovesciamento dei principi fondamentali dell’ordine costituito – Bane viene equiparato nella pellicola al «male assoluto» – c’è più l’onda lunga dell’11 settembre che Zuccotti Park; più la paranoia terroristica che il timore che il popolo, nella sua rivolta al potere, finisca per distruggere l’armonia sociale; più l’idea che quella paranoia porti a misure eccezionali, e dunque a menzogne eccezionali, che la giustificazione di quelle misure per reprimere una ribellione di popolo. Vero: durante lo scontro finale, sono i poliziotti a caricare come fossero manifestanti, e quel rovesciamento ha certo una forte carica simbolica. Ancora, Miranda, premendo l’innesco, dice: «sono una cittadina». E per gli abitanti di Gotham, condannati al macello: «innocenti è una parola forte». Ma Miranda stessa è artefice di un’altra menzogna, quella che la vede prima al fianco di Bruce e poi sua più letale nemica. E quando Batman sembra scomparso per sempre, al funerale Gordon legge: «Vedo uno splendido popolo sollevarsi da questo abisso». L’unico messaggio intimamente reazionario è che non sia stato in grado di farlo da sé. Ma, dopotutto, è di un film di supereroi che parliamo.

Dopo il risveglio della storia

Che il nostro tempo stia testimoniando Il risveglio della storia, come sostiene il filosofo Alain Badiou in un omonimo saggio appena pubblicato da Ponte alle Grazie, dovrebbe rincuorare. Perché significherebbe il ritorno di una tensione idealista, di una visione collettiva di noi stessi e del nostro futuro la cui assenza ha un ruolo tutt’altro che marginale nel disastro economico, sociale e intellettuale che stiamo vivendo in questi anni. Quando poi c’è un male, e il male è diffuso e resistente, il ritorno della Storia si associa al mito del ribelle e della ribellione. Per questo non si riesce a separare l’idea di Badiou che «siamo entrati nel tempo delle rivolte» da un certo fascino adolescenziale, da un’idea caricaturale – ma confortante – del progresso umano e sociale che lo riduce alla somma di eventi collettivi sospinti dalle masse. Eppure qualcosa di sinistro aleggia sulle pagine, e soprattutto sui concetti, di Badiou. Un terrore paradossale. Chi non vorrebbe, infatti, che la politica non sia scambio relativistico di opinioni ma affermazione e addirittura dimostrazione nella storia di una «verità»? Chi potrebbe non riconoscere i limiti manifestati dalle democrazie rappresentative in questi decenni e desiderarne una sostituzione o quantomeno una integrazione con forme di partecipazione che assegnino al popolo sovrano forme reali di potere decisionale? Ancora, come non vedere che nel mondo, dalla primavera araba a Indignados e Occupy Wall Street, quella richiesta sale finalmente forte al punto di farci uscire, scrive Badiou, dall’era in cui la rivoluzione è «banalità» e trasportarci in un «periodo interstiziale» in cui, certo, la rivoluzione è ancora pre-politica, basata su rifiuti («Mubarak, vattene!») più che proposte, ma almeno diventa materia di discussione, voce gridata nelle piazze, centro di un palco la cui rappresentazione è ancora tutta da definire – e da definire tutti insieme? C’è tutto questo nel volume di Badiou, e molto altro degno di interesse. La distinzione ragionata tra la furia nichilista degli August Riots (una «rivolta immediata») e le caratteristiche delle «rivolte storiche», come quelle in Egitto e Tunisia: «localizzazione spaziale» (cioè un centro stabile, come piazza Tahrir), «contrazione» (il fatto che la minoranza attiva, in rivolta della popolazione la rappresenti tutta, così da parlare di rivolta del «popolo egiziano», o tunisino) e «intensificazione» (l’energia che si libera, e si tramuta in parole d’ordine radicali così come nella tenacia delle acampadas degli Indignati). L’idea che la rivolta storica «depone i nomi» che indicano e riassumono le volontà propagandistiche del potere (Badiou li chiama «nomi separatori», cioè finzioni – il ‘francese medio’, per esempio – funzionali a inserire i problemi sociali in un quadro adeguato alle istanze del governo), e così facendo liberi l’inesistente (cioè le categorie sociali vittime di quelle manipolazioni, dagli immigrati agli islamici e alle donne). E l’intuizione che l’indignazione non basta:  «il problema non è di organizzare tanto una ‘democrazia reale’ quanto un’autorità del Vero», scrive Badiou. Ma se è vero che «il risveglio della Storia dovrà essere anche il risveglio di un’Idea», non può che lasciare interdetti che per il filosofo si tratti ancora una volta dell’idea comunista, pur se rivisitata e corretta. La dittatura del proletariato diventa dittatura popolare; il partito l’organizzazione che dovrebbe istituzionalizzare e rendere politica la verità pre-politica manifestata, a nome di tutto il popolo, dagli uomini in rivolta; tutto il potere ai Soviet la «democrazia dei movimenti, egualitaria e immediata, si oppone assolutamente alla ‘democrazia’ dei ‘procuratori del capitalismo’». E lascia interdetti non tanto e non solo perché è tutto da dimostrare che il mondo sia in rivolta per riaffermare l’ideale comunista, o anche solo una sua variante. Ma soprattutto perché questa presupposta «emergenza di una verità», di una verità politica che costituisce il centro della riflessione di Badiou, al netto del vestito utopico che l’autore gli ha cucito addosso assomiglia tanto a una dittatura bella e buona. Si prenda questo passaggio:

Con «dittatura popolare», indichiamo un’autorità che si legittima da sola proprio a partire dall’autolegittimazione della propria verità: nessuno è il delegato di nessuno (come in un’autorità rappresentativa) e perché quello che uno dice possa diventare quello che dicono tutti, nessuno ha bisogno di propaganda o di polizia (come in uno Stato dittatoriale): quello che uno dice è quello che è vero in quella situazione; lì presenti vi sono solo le persone, e quelli che sono lì, che sono evidentemente una minoranza, hanno acquistato sufficiente autorità da poter dichiarare di rappresentare il destino storico del proprio paese (compreso quello della schiacciante maggioranza costituita dalle persone che non sono lì). La «democrazia di massa» impone a tutto quello che le è esterno la dittatura delle proprie decisioni, come se fossero quelle di una volontà generale.

Badiou la chiama «dittatura del vero». Ma è proprio nel nome della verità, maiuscola o minuscola che sia, che i tiranni di tutti i tempi hanno compiuto i più efferati crimini. Ancora, il filosofo sottolinea ripetutamente – pur senza scriverlo esplicitamente – come il bersaglio della sua critica sia l’individualismo. Un pensiero che si rende inevitabile quando si scriva che la rivolta debba avversare la passione «in realtà criminale» per il profitto (per quale ragione la verità dovrebbe escludere il profitto?), ma anche e soprattutto che debba riconoscere la «potenza dell’anonimo», «del generico, dell’uguaglianza». Che, tuttavia, è fasulla. Perché nella «contrazione» scambia la parte per il tutto: «Alla fine, di tutte queste persone che per lo Stato sono senza nome, si dirà che rappresentano l’umanità intera, perché ciò che le muove nel loro circoscritto e intenso scendere in piazza ha un significato universale». A questo modo, argomenta Badiou elogiando gli Indignados, è giusto dichiarare «la totale vacuità del fenomeno elettorale» («quelle persone non ci rappresentano»), così come sottrarre allo Stato la sua «funzione normativa». Peccato che tutto questo si traduca, e dichiaratamente, in una totale assenza di programmi e risultati (il movimento «prima di tutto vuole volere, vuole celebrare la propria autorità dittatoriale, dittatoriale perché democratica ‘all’infinito’»), nonché in una cecità assoluta sui metodi. Nessuno degli stratagemmi escogitati per raggiungere decisioni consensuali, dagli Indignados come dai manifestanti di Occupy, è infatti attraente quanto l’utopia comunitaria descritta in astratto da Badiou – tanto che perfino un fanatico dell’indignazione come il filosofo Enrique Dussel scrive che «Non bastano soltanto movimenti spontanei, movimenti sociali, popolari o anti-sistemici, senza una partecipazione politica, esplicitamente definita empiricamente». E si chiede, non senza dubbi: «È possibile un’assemblea perpetua nel tempo?» Insomma, il volume di Badiou ci lascia nel mezzo del paradosso del nostro tempo: da un lato, dover rigettare un presente completamente privo di idealità, asservito ai tecnocrati e alla guida – miope – di un’economia e di una finanza incapaci di autocritica, visione e riflessione; dall’altro, essere costretti a rigettare anche le alternative che, sotto forme magari nuove e seducenti, tentano di opporvi o un grido fine a se stesso o – peggio ancora – la riproposizione di un armamentario concettuale ammuffito, sconfitto dalla storia almeno quanto il capitalismo che così rancorosamente avversa e la cui realizzabilità pratica è tutta da dimostrare. Siamo, in altre parole, tra l’incudine del capitalismo sfuggito a se stesso e il martello delle utopie collettiviste. Per trovare una via d’uscita serviranno energie intellettuali ben più fresche di quelle spese da Badiou per immaginare dove poseranno lo sguardo gli occhi della storia al suo risveglio.