Non solo avatar

Condivido molte delle preoccupazioni sugli effetti asociali e standardizzanti dei social media. Lanier, Turkle, Morozov, perfino Carr: hanno tutti le loro ragioni. Sì, siamo troppo connessi. Sì, stiamo rischiando di aspettarci più dalla tecnologia che dagli esseri umani, con il rischio di finire per automatizzarci noi – nelle nostre modalità espressive, per esempio – pur di considerare intelligente un pezzo di codice cui siamo affezionati. Sì, narcisismo e ossessioni personali sono parte del problema: chi vuole uno specchio d’acqua per guardarsi ne ha trovato uno grande come il mondo e abitato da quasi un miliardo di persone; chi ha paura delle propria ombra, può essere solo ma con gli altri. E il lavoro è diventato una sorta di ciclo continuo, in cui rispondere a una mail è diventato obbligatorio, anche a mezzanotte. Vivo quotidianamente alcuni di questi problemi. Altri mi suonano semplicemente plausibili dal punto di vista logico, o per i risultati ottenuti da ricercatori in tutto il mondo. Al netto degli entusiasti e dei cinici a prescindere, insomma, ha ragione The Atlantic a chiedersi – in una lunga e interessante, anche se in molti punti contraddittoria, analisi – se Facebook ci stia rendendo più soli. Eppure negli scorsi giorni ho vissuto in prima persona un’esperienza che mi ha fatto comprendere come forse un risvolto dell’essere troppo connessi sia dare eccessiva importanza a problemi che al momento esistono, ma non con l’intensità che le analisi di Lanier, Turkle e altri vorrebbero. Da mesi intrattengo su Facebook un serrato dialogo con un gruppo di ‘amici’ su Facebook. Scrivo ‘amici’ perché si tratta di persone che ho conosciuto per prime su Facebook: aggiunte per caso o comunione d’intenti e passioni, frequentate a colpi di status update, link e mi piace. Legami deboli, direbbe la letteratura. Surrogati. Modi per scacciare la solitudine che, come sottolinea il passaggio forse più riuscito del pezzo su The Atlantic, a furia di mischiarsi con la nostra vanità e con le caratteristiche di Facebook rischia di cambiare nella sua stessa natura. Ebbene, abbiamo tanto parlato, tanto discusso, tanto litigato, che quando ne ho incontrati diversi al Festival del Giornalismo di Perugia – ed era la prima volta che scoprivo che faccia avessero, quanto alti fossero, con che accento parlassero – è stato come li conoscessi da sempre. Non c’è stato un attimo di imbarazzo nell’incontrarli: sapevo perfettamente come avrebbero reagito alle mie provocazioni, quali argomenti avessero a cuore e quali li avrebbero lasciati indifferenti. Erano persone a tutto tondo, non avatar. E lo erano già prima che le incontrassi davvero: lo erano su Facebook, il luogo dove dovrebbero potersi formare solo legami deboli. Beh, non è vero. Ce ne saranno a miliardi – e io stesso ne coltivo diversi – ma non è stato questo il caso. Perché? Perché per passare da ‘amici’ ad amici serve uno sforzo di entrambi, non basta accettare una friend request. In molti casi non abbiamo tempo o voglia di farlo, in altri invece si ha questa magnifica opportunità di entrare in connessione profonda con persone che sarebbero rimaste altrimenti perfette sconosciute. Certo, c’è un effetto collaterale: alcuni amici con cui avevamo rapporti profondi prima di entrare su Facebook sono diventati anelli deboli della catena. C’è meno tempo, e ci sono più rapporti da gestire. Ma non vedo nulla che alteri nella sostanza il tessuto con cui sono fatti i rapporti umani. Semplicemente, ci dirigiamo verso chi più ci assomiglia, o più ci stimola e interessa. Forse è questo l’unico rischio che dovremmo imparare davvero a scongiurare. Perché è proprio questo che ‘piace’ a chi, come Facebook, trasforma i nostri dati in denaro e potere.

Severino a #ijf12: «La rettifica ai blog? Molto difficile, autoregolamentatevi»

Non ci siamo: su informazione e web il governo Monti parla come il governo Berlusconi. La settimana scorsa ho scritto del ritorno del cosiddetto ‘comma ammazza-blog’, quello che vorrebbe estendere l’obbligo di rettifica previsto per la legge sulla stampa a tutti i «siti informatici.» Oggi, durante l’incontro su etica e giornalismo al Festival di Perugia, il ministro della Giustizia Paola Severino è tornata sull’argomento. Nei tweet di chi era presente all’evento:

Visto che mi trovavo in sala Lippi, cioè a pochi passi di distanza, ho deciso di raggiungere sala dei Notari, dove era ancora in corso l’incontro con il ministro, e chiedere delucidazioni.

A fine evento, Severino si è soffermata con i giornalisti per spiegare la riforma della giustizia che ha in mente. Un giornalista l’ha interpellata sulle affermazioni circa la necessità di regolamentare l’informazione online e le critiche appena espresse sui blog.

Il ministro, dopo aver premesso di sapere che «queste dichiarazioni non producono consenso», non si è sottratta alla domanda. Affermando che  «il fatto di scrivere su un blog non ti autorizza a scrivere qualunque cosa, soprattutto se stai trattando di diritti di altri.»

A quel punto mi sono inserito, chiedendo a Severino se la riforma conterrà l’introduzione dell’obbligo di rettifica per i blog – come peraltro previsto, non si capisce bene come, nella più recente bozza. Questa la risposta del ministro:

E’ molto difficile configurare un obbligo di rettifica per i blog. Proprio per questo credo che le mie parole vadano colte non come polemica, non come bavaglio nei confronti dei blog, proprio perché è un mondo privo di una regolamentazione, ad oggi. Proprio per questo mi rivolgo ai blogger direttamente, dicendo: ricordate che quello che fate agli altri potrebbe essere fatto a voi. Quindi autoregolamentatevi, autodisciplinatevi, perché allora quello dei blog diventerà un mondo veramente utile.

La risposta non soddisfa. Prima di tutto perché lascia trasparire una concezione errata dell’ecosistema dell’informazione online: che non è un far west, come vorrebbe far credere il ministro (con tutte le conseguenze di cui ho scritto più dettagliatamente qui). In secondo luogo, perché la vaga opposizione al concetto espresso dal ‘comma ammazza-blog’ è motivata unicamente da mere ragioni di applicabilità. Se, in sostanza, la norma non sarà contenuta nella versione definitiva della riforma – ed è ancora tutto da dimostrare – sarà solo perché è «molto difficile». Solo per questo il ministro ha lanciato il conseguente appello all’«autoregolamentazione» e all’«autodisciplina.» Che, di nuovo, lascia trasparire il pregiudizio – chiarissimo – che chi fa informazione online su un blog di norma – e non in casi eccezionali – scriva cose false o, peggio, diffamatorie.

Senza contare che l’argomento «ciò che fate agli altri potrebbe essere fatto a voi» è lo stesso con cui Alfano e il Pdl hanno cercato ripetutamente di giustificare il ‘bavaglio’ sulle intercettazioni.

Siamo molto lontani dalla svolta di fondo di cui questo Paese avrebbe bisogno per uscire dal Medioevo digitale.

Internet è un diritto umano? Dalla filosofia alla prassi

L’anno che Amnesty International ha definito «della ribellione» si è appena concluso nel nome della lotta per la libertà in Medio Oriente e Nord Africa, e non solo. Ma il 2012 è iniziato sotto la stessa stella: perché le proteste continuano – e continueranno, dice Amnesty. E, percorrendo in senso inverso il percorso dalle piazze alla rete, perché è stato proprio il tema dei diritti fondamentali dell’individuo a infiammare le pagine dei principali siti di informazione e tecnologia mentre l’anno nuovo muoveva i primi passi.

A lanciare la provocazione è stato il padre dell’architettura di Internet, Vint Cerf, con un editoriale pubblicato il 4 gennaio sul New York Times. Il titolo è di quelli destinati a non passare inosservati: «L’accesso a Internet non è un diritto umano».

(Continua a leggere sul sito dell’International Journalism Festival)

Su censura, sorveglianza e dissidenza digitale.

Da Digital Dissidence:

  • In Iran niente accesso da Internet point senza registrazione dei dati personali e della storia degli ultimi 6 mesi di navigazione. Sarà illegale usare strumenti per aggirare la censura online. E ai gestori è richiesta la videosorveglianza a circuito chiuso.
  • L’India vuole intercettare qualunque comunicazione elettronica (dalle conversazioni su Skype alle mail passando per i messaggi scambiati via smartphone, compresi quelli cifrati), e ha chiesto aiuto all’Interpol per riuscirci.
  • Gli Stati Uniti avrebbero pressato il governo Zapatero e minacciato l’attuale di ritirare investimenti nel caso non fosse approvata la Sinde, una legge a tutela del copyright sulla falsariga della contestatissima SOPA.
  • Docente australiano in Bahrein costretto a lasciare il Paese (non potrà più farvi ritorno) per alcuni post su Facebook: il suo profilo era controllato dagli ‘amici’.
  • Dibattito su nuove misure restrittive del web in Bielorussia: al post iniziale che parlava di ‘illecito’ per chi visitasse siti stranieri hanno risposto le smentite di Cyrus Farivar (poi estesa qui) e di LAWANDIT.

Segnalo anche un commento di Vint Cerf sul New York Times che sta facendo discutere: l’accesso a Internet è un diritto umano? Per Cerf, non lo è.

Da ultimo, assolutamente da leggere l’editoriale di Cory Doctorow sul Guardian sul rapporto tra social media e dissidenza digitale. L’ho riassunto e contestualizzato in italiano sul sito del Festival del Giornalismo.