I patiti del web

«People are dying to rockets and strikes. And in the digital world, @ messages and #s are the result» (The Next Web)

Israele e Hamas si scambiano messaggi di guerra su Twitter? «I social network cambiano le regole del conflitto». Perché «partono tanti missili quanti tweet». Insomma, è «la guerra ai tempi di Twitter», come titola Huffington Post Italia in una homepage che è insieme il manifesto di una generazione, giornalistica e non solo, e di una degenerazione oramai nota: avviene sul mezzo più cool del momento, quindi è un game changer. Che importa se poi la guerra è guerra, e Twitter è Twitter: i piani, all’occorrenza, si confondono. Così:

Ma è solo uno dei tanti esempi di abdicazione della ragion giornalistica all’altare del tecnoentusiasmo. Tra la piattaforma che «crea» o «dà potere» alle rivoluzioni (attacco: «Quanto sarebbe stato più semplice per Cristoforo Colombo organizzare la sua spedizione in America se avesse potuto lanciare una raccolta fondi sul web? E per Robespierre radunare migliaia di persone alla Bastiglia attraverso un flashmob piuttosto che con un volantinaggio clandestino, ad elevato rischio decapitazione?») e il leader Cgil Susanna Camusso che definisce una cosa «inaudita» che un ministro annunci gli esuberi «su Twitter» (come se invece un comunicato diffuso per i canali tradizionali cambiasse la sostanza – e come se il sindacato non fosse a conoscenza dell’intento del ministro prima del tweet), basta restare alle ultime 24 ore per vedere lo stesso assunto all’opera.

Che poi è lo stesso ripetuto allo sfinimento durante le elezioni presidenziali che hanno riconfermato Barack Obama alla guida degli Stati Uniti: «Obama, questa volta è merito dei social» (La Stampa); «Obama, è la vittoria dei nerd» (Wired.it); «La storia non si scrive, si twitta» (Il Giornale, ignorando evidentemente che per twittare si debba scrivere). Poco importa che osservatori molto attenti, come quelli di TechPresident, abbiano prodotto analisi molto più prudenti («Social media just didn’t matter in 2012, except as a new form of passing entertainment»): Obama ha vinto grazie a Twitter e Facebook, e il resto – come si dice – è noia.

Così, mentre Google certifica – nel silenzio pressoché generale (fa eccezione il Fatto, in questo caso) – che «la sorveglianza governativa è in crescita», e mentre fuori dai confini nazionali si moltiplicano le riflessioni sulle implicazioni del caso Petraeus in termini di invasività della sorveglianza digitale e realissime conseguenze per la privacy dei cittadini (su tutte, da leggere quelle di Greenwald e Soghoian), eccoci preda di memi (calati dall’alto) e precisissimi – ma utili? – calcoli su quale candidato, tra i ‘fantastici cinque’, abbia generato più tweet, e con quale sentiment (cosa significhi davvero, poi, è tutto da capire) nell’ormai celeberrimo confronto a Sky Tg24.

Quando, tre anni fa, iniziai a occuparmi di come i media raccontavano quanto accadesse su Internet, l’impressione che ne ricavai era di un tendenziale scetticismo: si parlava di «odio sul web», di nuovi brigatisti digitali dal click facile, di adesioni più o meno velate a progetti liberticidi provenienti da una politica in buona parte incompetente e ignorante (come ho ampiamente documentato in ‘Ti odio su Facebook’).

Oggi mi sembra di notare la tendenza inversa: i politici si riempiono la bocca del digitale e dei suoi temi (anche se molto spesso a sproposito, l’ultimo esempio è il rapporto tra Matteo Renzi e la nozione di accesso all’informazione), mostrando un entusiasmo che finora ha prodotto un sacco di belle parole (quelle di Giulio Terzi all’Internet Governance Forum Italia su tutte) e pochi, pochissimi fatti. E i media, che fino a qualche tempo fa parlavano di Internet solamente quando c’era da rapportarlo a pedopornografia, pirateria e a oscuri legami con malattie tra le più varie e fantasiose (dalla schizofrenia alla sifilide, come sanno i lettori di questo blog), ora – complice l’ondata di retorica del cambiamento tramite il digitale portata dalla ‘primavera araba’ e dai vari Occupy, Indignados e altri movimenti orizzontali ‘dal basso’ – si sono improvvisamente scoperti patiti (non direi ossessionati, perché buona parte dei temi davvero importanti resta comunque scoperta) del web: dei litigi tra personaggi politici, del FORmaglione regalato ai FORtwitteroni da Formigoni (consiglio l’unfollow) e di svariate altre facezie, certo. Ma anche e soprattutto del potere rivoluzionario di qualunque cosa avvenga sui social media.

Poi la guerra resta guerra, la politica politica, e la democrazia – checché ne voglia l’altra retorica imperante, quella della democrazia digitale facile e per tutti, for dummies verrebbe da dire – democrazia. E le rivoluzioni, quelle che Internet sta iniziando davvero, restano magari confinate a lunghe, introvabili analisi (introvabili sui media italiani, con sempre le solite poche, virtuose eccezioni) d’oltreoceano (esempio, la bellissima riflessione di Clay Shirky sul rapporto tra digitale e istruzione avanzata).

Ma la questione va oltre il giornalismo: è culturale, e ci riguarda tutti. Non perché abbiamo un mezzo rivoluzionario, e tanta voglia di rivoluzione, allora basta sommare gli addendi e il risultato produce il cambiamento. Non perché un mezzo è innovativo e di moda allora è sempre e comunque il messaggio. La realtà è sempre più complessa della tecnologia che usiamo per abitarla. Illuderci del contrario non farà altro che perpetuare lo status quo nel nome del nuovo. Insieme, come scrive stupendamente Cole Stryker, agli stessi pregiudizi e difetti che ci hanno portato a chiederlo a così gran voce.

Aggiornamento del 20 novembre. Repubblica.it: «Le guerre del futuro? Sul web», «Si combatterà il nemico coi social».

Aggiornamento del 22 novembreGranieri su La Stampa: «I social media stanno riscrivendo le regole della guerra moderna».

Da un altro mondo

Prima serata, l’Infedele. Lerner annuncia che si parlerà di LiquidFeedback e democrazia digitale. Il dibattito è importante e, per una volta, sul pezzo. Decido di seguirlo, prendendo pubblicamente appunti su Twitter. Prima domanda del conduttore agli ospiti: «Verosimile arrivi la tecnica di Internet a costruire una classe dirigente?».

«Chi si fida del voto via Internet?»

«Chi si fida del voto via Internet?»

Si inizia con uno straw man argument (democrazia digitale uguale democrazia più click), penso. Chissà, magari serve a scopi didattici. C’è un esponente del Partito Pirata, ma la domanda si concentra su quanti voti abbia preso per sedere in trasmissione – e non su LiquidFeedback, che avrebbe potuto spiegare per bene facendo quello che la puntata, dopotutto, si proponeva di fare. «Ma non è un po’ da sfigati, da anime solitarie fare politica soltanto pigiando i tasti?», chiede Lerner. Dopo la caricatura ecco il pregiudizio – annoto mentalmente – che chi discuta su Internet, anche di politica, sia più solo o sfigato di chi lo faccia al bar o nelle piazze. Il dibattito si trascina stancamente. Mentre l’ex Casaleggio Enrico Sassoon, fresco di lettera al Corsera, sentenzia: «La democrazia digitale è un dato di fatto, esiste», Lerner continua con l’opposizione divano-politica: «Credete si possa comporre una lista elettorale da casa propria?». L’ex ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni, prova a rimettere un po’ di ordine: «Internet rende i partiti molto più contendibili. Ma LiquidFeedback non farà le liste». Poi pronuncia parole inedite per uno studio televisivo: FOIA, open data… Ma ormai il cammino della trasmissione è segnato. E procede su due binari, entrambi deragliati. Il primo è l’idea che LiquidFeedback non si possa usare perché gli italiani non hanno Internet, e in ogni caso non sanno usarlo (argomento che presta il fianco a una facile replica: se il problema è quello, e non il software, allora semmai c’è una buona ragione in più per azzerare davvero il digital divide). Il secondo è del direttore del Fatto, Antonio Padellaro, secondo cui la politica attuale fa così schifo che tutto sommato la democrazia digitale non potrà essere molto peggio (il problema è, per rimanere al livello della battuta di Padellaro, che al peggio non c’è mai fine). Come ammazzacaffè arriva Sassoon che, nell’ennesima lamentela contro le dicerie sui suoi rapporti coi poteri forti sparse ai quattro venti in rete, sembra augurarsi l’intervento della postale e della giustizia per chiudere tutti i siti dei complottisti – o almeno per far sparire gli articoli incriminati. «Ho paura che l’esaltazione del miracolo della democrazia digitale…», attacca Lerner con una preoccupazione finalmente condivisibile, ma la frase si ingarbuglia, si mischia ad altre voci e frasi, e finisce con un parallelo (tragico) con Fiorito che ha «preso le preferenze». Cambio canale giusto in tempo per vedere Matteo Renzi cercare di indovinare una frase su un tabellone in stile Ruota della Fortuna

Vespa cerca di aiutare Renzi durante un minuto di puro imbarazzo

Vespa cerca di aiutare Renzi durante un minuto di puro imbarazzo

quindi – in un simile contesto – pronunciare (di nuovo, l’aveva già fatto inaugurando la sua campagna per le primarie) la parola magica (la stessa pronunciata da Gentiloni, renziano): FOIA. Smarrimento in studio. Poi mi accorgo che è online la prima prima dell’Huffington Post Italia. L’occhio, è deformazione professionale, si posa su un titolo: «Si è #arenata la Polverini». Svolgimento: «La rete non perdona, non dimentica: #arenata è l’hashtag – centratissimo – che il popolo di twitter ha dedicato alle dimissioni di Renata Polverini». E mi torna in mente quello che avevo scritto in un tweet riguardo alla puntata de l’Infedele:  «i dibattiti televisivi a tema Internet hanno sempre un tocco surreale, come venissero da un altro mondo». Non solo quelli, penso prima di andare a letto.

Contro il modello Huffington Post

Trovo che in Italia non ci sia bisogno, per blogger e precari del giornalismo, di inseguire il modello Huffington Post. E non è questione che a dirigerlo ci sia Lucia Annunziata. Il punto è che è un modello che non funziona. Pensare che la visibilità sia moneta può avere senso se si scrive per un pubblico vasto come quello dei cittadini digitali che leggono in lingua inglese. Ma se si parla ai soli italiani, le possibilità che quella visibilità si traduca in valore si riducono sostanzialmente. Andando più in profondità, poi, si potrebbe contestare che sia accettabile anche solo l’equazione di visibilità e moneta. Il contenuto è moneta. Se i contenuti sono buoni, prima o poi si traducono in visibilità. E se quella visibilità è basata sui contenuti, è più probabile che qualcuno che considera il denaro moneta – o più prosaicamente, remunera il lavoro – si accorga che vale la pena tradurla in un salario, o in un compenso: perché produce valore anche per lui. Ma il problema, nella sua essenza, è che remunerare il lavoro con la visibilità è una sconfitta civile, prima che economica, per una società. E’ un segno che l’asticella del rispetto si è abbassata di una tacca di troppo. E sarebbe il caso che blogger e precari del giornalismo se ne accorgano.