ONI: «Filtri online per il 47% degli utenti di Internet»

La censura di contenuti online tramite filtri cresce, ed è «una tendenza che non mostra segni di cedimento», scrive Open Net Initiative, che studia il fenomeno dal 2003. In particolare, scrive l’ONI:

«Nell’ultimo rapporto sulla diffusione dei filtri a Internet a livello globale all’inizio del 2010, abbiamo stimato 500 milioni di utenti della Rete risiedessero in Paesi che utilizzano il filtraggio sistematico di contenuti online. Nel 2012, dopo quasi una decade di documentazione della censura su Internet in tutto il mondo, ONI stima che quel numero sia cresciuto a oltre 620 milioni

In altre parole, quasi un cittadino digitale su tre (il 31% per l’esattezza) subisce forme «sostanziali» di filtraggio dei contenuti in Rete. Se si aggiungono i Paesi che adottano blocchi «selettivi», il numero sale a 960 milioni: il 47% degli utenti di Internet. In pratica, uno su due.

E sulla ritirata del Pakistan dai propositi di implementare un suo ‘Great Firewall’, sul modello cinese, non ci sono ancora conferme.

A preoccupare, tuttavia, è il bilancio sui quasi dieci anni di studi:

«Mentre i primi rapporti sul filtraggio online lo identificavano soltanto in un manipolo di Paesi autoritari, da allora il numero è cresciuto al punto che quella prassi può ora essere considerata una norma diffusa a livello globale.»

La cronaca degli scorsi giorni conferma il quadro a tinte scure: nuove leggi liberticide sul web potrebbero essere in arrivo in Arizona, Gran Bretagna, Russia e Iraq.

Quando un tweet può costarti la vita

Non deve stupire la condanna a due anni in un «campo di rieducazione» a un utente cinese per aver pubblicato sul Twitter locale, Weibo, la voce di un caso di Sars nella città di Baoding, a Nord del Paese. L’accusa? Aver «diffuso informazioni false» su un’emergenza sanitaria, e dunque aver «disturbato l’ordine sociale». La stessa sanzione – anche se dimezzata – era infatti stata imposta già a novembre 2010 a una donna che aveva avuto l’ardire di retwittare un post che dileggiava le proteste dei connazionali contro dei prodotti giapponesi. Preoccupa, semmai, che casi analoghi si moltiplichino. Perché se si allarga lo sguardo al resto del mondo, democrazie comprese, il quadro non migliora. Anzi. Nel carcere di Riyad, in Arabia Saudita, lo scrittore e poeta Hamza Kashgari, 23 anni, attende di sapere se gli sarà comminata la pena di morte per tre ‘cinguettii’ in cui aveva composto un dialogo fittizio con il Profeta Maometto. Blasfemo, secondo le autorità e una folla inferocita di utenti su Facebook e Twitter, che ne hanno chiesto a gran voce l’esecuzione. A quanto riporta il quotidiano arabo Al Hayat, inoltre, a subire la stessa sorte potrebbero essere perfino i pochi che lo hanno difeso sui social media. In Kuwait, scrive The Next Web, andare in galera per un tweet «sembra essere diventata la norma». Le autorità hanno detenuto un utente, Mohammad al-Mulaifi, per 21 giorni – ma rischia una condanna a tre anni – con l’accusa di aver insultato la minoranza sciita. Lo stesso è accaduto a chi ha osato criticare i governi saudita e del Bahrain, o «minacciare l’unità nazionale». Anche qui la repressione ha incontrato il consenso di molti cittadini. Che sembrano non accontentarsi né delle scuse dei diretti interessati né delle punizioni loro riservate, pur se in chiara violazione dei diritti umani. E anzi, tra le voci critiche alcune hanno chiesto, in aggiunta, la revoca della cittadinanza per al-Mulaifi. A preoccupare, poi, è il rischio di leggere una condanna a sette anni di carcere per un retweet nella democratica Corea del Sud. Dove un 24enne appartenente al partito socialista ha ripetuto la frase «lunga vita al generale Kim Jong-Il» pubblicata sul profilo ufficiale degli acerrimi rivali del Nord. Quanto basta per venire definito un «nemico» del suo stesso Paese. Inutili le precisazioni del giovane, che ha cercato di spiegare fosse semplice sarcasmo. Comuni cittadini in balia della censura anche nell’era di Internet, dunque. E se non basta la persecuzione dei blogger (oltre 250 tra arrestati e vittime di violenze nel solo 2011, secondo Reporters Without Borders), ecco calare la scure sui ‘microblogger’. Ma i metodi sono sempre gli stessi: lo snaturamento autoritario del linguaggio, che confonde dissenso e reato, e il controllo a ogni costo. L’esempio è di nuovo la Cina, con la sua ‘Grande Muraglia Elettronica’, capace di eliminare dal web termini e concetti sgraditi. Un modello che fa proseliti, e non solo nel sempre più repressivo Iran. Il Pakistan, infatti, sta predisponendo un analogo sistema di filtraggio del costo di 10 milioni di dollari. E l’India, la più grande democrazia del mondo, è pronta a varare un’agenzia governativa appositamente dedicata a sorvegliare tutti i tweet, i post su Facebook e perfino la posta elettronica scambiata nel Paese. Chissà che non si trovi il pretesto per passare, come temono svariati osservatori internazionali e ha ammesso perfino un giudice dell’Alta Corte di Delhi, alla censura. Magari di 140 caratteri in 140 caratteri.

(Pubblicato sul Fatto Quotidiano del 9 marzo 2012)

Cinque cattive notizie per il libero web

Mentre in Italia si torna a discutere di leggi che minacciano la libera Rete (questa volta è il turno del ddl Butti), segnalo cinque notizie anche più preoccupanti provenienti dal resto del mondo:

1. Con il pretesto della sicurezza nazionale, il governo indiano sta predisponendo una «agenzia per il monitoraggio di Internet» che cercherà di controllare l’intero traffico web generato nel Paese, compresi tutti i tweet, gli status update e la mail scambiate – perfino in bozza.

2. Il Pakistan sta per adottare un sistema di filtraggio dei contenuti online che, con la scusa di contrastare lo scambio di contenuti pornografici, rischia di comportare la censura di circa 50 milioni di siti. Il filtro ricorda il terribile Great Firewall cinese, scrive l’Express Tribune.

3. Secondo un rapporto di Amnesty International pubblicato nelle scorse ore, la repressione del dissenso in Iran è sempre più severa – non ultimo a causa dell’attività di sorveglianza della ‘cyber-polizia’ entrata in funzione a gennaio 2012, che svolge il compito di «contrastare i crimini su Internet e combattere i social network che diffondono spionaggio e rivolte.»

4. Twitter ha inaugurato una partnership con l’impresa britannica Datasift che consente alle aziende interessate di immagazzinare i tweet prodotti dagli utenti negli ultimi due anni e analizzarli a scopi di marketing. Precedentemente il limite era di 30 giorni. Le organizzazioni per i diritti dei netizen Electronic Frontier Foundation e Privacy International hanno espresso preoccupazione per quello che viene definito «un cambio radicale nella direzione sbagliata.»

5. Dai Global Intelligence Files pubblicati da WikiLeaks si è appreso che vi sarebbe già un «atto di incriminazione coperto da segreto istruttorio» negli Stati Uniti per Julian Assange. A rivelarlo è una mail sottratta agli analisti di Stratfor.

Il tutto solo nelle ultime dodici ore.