Una blacklist per il dibattito politico.

Trovo che buona parte dell’attuale dibattito politico-istituzionale si possa riassumere in una serie di frasi fatte:

«Nessun governo è tecnico»
«I tecnici hanno imparato a fare i politici»
«Pagano sempre gli stessi»
«Non servivano professori per fare questa manovra»
«Monti non è stato eletto»
«La democrazia è sospesa»
«E’ un colpo di Stato»
«E’ la dittatura dei banchieri»
«Nessuno tocca gli evasori»
«E’ il governo delle banche»
«Le manovre sono recessive»
«Berlusconi si è dimesso, ma lo spread non è sceso»
«Equità, rigore, crescita»
«Ora bisogna pensare alla crescita»
«Sosteniamo il governo Monti per senso di responsabilità, ma non ne condividiamo a pieno l’operato»
«Monti punta a presentarsi alle prossime elezioni»
«Siamo gli unici a criticare questo governo»
«Ce lo chiede l’Europa».

C’è del vero e del falso, ma proviamo ad abolirle e andare avanti?

(Il post è ‘sociale’ – suggerite pure ulteriori frasi fatte da mettere al bando)

Grazie a Igor Ghigo, Lorenzo Quiroli, Gianluca Frattini, Umberto Poli, Lucio Colavero ed Enrico Astuni.

Quando la Lega voleva il governo tecnico.

Oggi la Lega va all’opposizione del governo Monti parlando di «colpo di Stato», di «fine della democrazia». Ma nel 1995 fu proprio la Lega a far cadere il primo governo Berlusconi, e a votare a favore del primo governo ‘tecnico’ della storia repubblicana, il governo Dini.

Ecco che cosa scriveva la segreteria politica della Lega Nord il 13 gennaio 1995, cioè dopo che il presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, aveva deciso di affidare a Lamberto Dini la guida del nuovo esecutivo. Un comunicato che sembra appartenere alla storia di questi giorni, anche se a parti rovesciate:

La Lega Nord prende atto della lungimiranza della scelta del presidente della Repubblica, che ha dato l’incarico di formare il nuovo governo a Lamberto Dini, prefigurando in tal modo una chiara ipotesi di governo tecnico, non vincolato ad alcuna scadenza elettorale, che non sia quella del termine naturale della legislatura in corso, e non paralizzato da quegli schieramenti politici che in Parlamento hanno finora impedito le riforme.

La scelta di un governo tecnico consente di affrontare finalmente, con decisione e con chiarezza, i problemi più urgenti del Paese, l’economia, la riforma della legge elettorale, la normativa anti-trust e le privatizzazioni, al di fuori della logica della mistificazione della realtà e della ricerca dello scontro con i poteri dello Stato, logica che ha caratterizzato l’azione di quegli schieramenti politici che fino all’ultimo hanno premuto per elezioni anticipate, nel tentativo di far prevalere gli interessi di parte rispetto alle esigenze del Paese.

Lo stesso giorno l’allora sindaco di Milano, Marco Formentini, su Dini aggiungeva:

è un’economista, un tecnico, è un segnale che l’Italia si appresta a varare una manovra economica rigorosa e seria. Dopo 7 mesi buttati al vento, ora ci sono le condizioni per fare le cose di cui il Paese ha urgente bisogno.

Il governo Dini «avrà un grandissimo appoggio parlamentare», e dovrà «disintossicare l’opinione pubblica dell’intossicazione ottenuta attraverso il bombardamento delle televisioni di Berlusconi», concludeva Formentini.

Sedici anni dopo, di fronte nuovamente a uno scenario di crisi economica e politica, il governo tecnico da utile a risolvere i problemi del Paese diventa un «golpe» dell’«uomo delle banche»; la richiesta di elezioni anticipate non più sinonimo di interessi di parte ma di difesa della democrazia; la scelta del presidente della Repubblica tutt’altro che «lungimirante».

Quanto all’«intossicazione» berlusconiana, non è affatto detto che la Lega – dopo altri 11 anni con il Cavaliere – abbia intenzione di essere fedele al proposito di Formentini, nei prossimi mesi.

La logica è sempre la stessa: se fa comodo, si può fare; altrimenti, no. Altro che democrazia.

La rivoluzione di Calderoli contro se stesso.

Calderoli grida al colpo di Stato. Lui, dirigente di un partito il cui statuto al primo articolo prevede l’indipendenza della Padania dallo Stato italiano e allo stesso tempo ministro di quello Stato la cui integrità gli è improvvisamente cara. Lui, che soltanto lo scorso 10 settembre ricordava il periodo secessionista con un misto di rimpianto e amarezza: «Io alla secessione ci ho creduto veramente», diceva, «ma quando mi sono trovato in tribunale l’unico con me era Bossi, all’ospedale dopo i pestaggi ero da solo». E ancora: «Nel 1996 tutti i tromboni suonavano», proseguiva, come rivendicando una superiorità morale padana, «ma quando c’è da fare qualcosa poi ti trovi da solo. Le cose serie si fanno stando zitti, non chiacchierando».

Eppure ora che il governo cade a pezzi, Calderoli non tace. Anzi, preferisce dirsi «schifato e nauseato» da «omuncoli e donnine trasformisti» che, in «questi saldi di fine stagione», passano dalla maggioranza all’opposizione. Dimenticando, evidentemente, quando li si pagava a prezzo pieno per convincerli a fare il tragitto inverso.

Preferisce interpretare liberamente la Costituzione su cui pure ha giurato, dicendo «Se la maggioranza ha i numeri bene. Se invece si vogliono fare governi tecnici o peggio ancora maggioranze allargate, queste sarebbero un colpo di Stato. E i colpi di Stato si combattono con la rivoluzione». Nella storia d’Italia secondo Calderoli, dunque, ci sono stati quattro colpi di Stato solamente dal 1992 a oggi (i governi Amato I, Ciampi, Dini e Amato II). E se delle quattro rivoluzioni che avrebbero dovuto seguirvi (sempre secondo la Costituzione?) non c’è stata l’ombra non resta che ipotizzare che i fucili padani fossero scarichi. O che siano stati riposti prima dell’uso in nome di un’altra rivoluzione, quella liberale promessa e mai attuata da Berlusconi.

Preferisce, da ultimo, mentire. Almeno, a credere a quanto scrive oggi il Corriere (p.11). Secondo cui «il pensiero dello stato maggiore leghista è esattamente il contrario di quanto annunciato. L’eventualità considerata più probabile è quella di un governo Letta». Piacerebbe a molti, dunque, non un governo tecnico, ma una maggioranza allargata anche alla tanto detestata Udc. Se fosse vero, per coerenza Calderoli dovrebbe fare la rivoluzione contro lo «stato maggiore» del suo stesso partito. E, una buona volta, contro se stesso.

Un programma per salvare l’Italia, subito.

L'andamento dello spread Btp-Bund nell'ultimo anno (fonte: Bloomberg).

Visto che Berlusconi continua a non voler fare il tanto sospirato «passo indietro», provo a immaginare una soluzione (per quanto ideale) prima che il Paese finisca definitivamente nel baratro. Ma perché tutte le forze che in questi mesi sono state definite «responsabili», dalle opposizioni (tutte) agli «scontenti» nella maggioranza, dai sindacati a Confindustria ai movimenti, non si riuniscono e con molta umiltà – e volontà di collaborazione – non provano a stendere un programma dettagliato per portare appunto il Paese fuori dal baratro?

Immagino una lista di obiettivi concreti con diverse scadenze, alcune immediate, altre a pochi mesi. Giusto il tempo per mettere in campo misure largamente condivise, impopolari ma necessarie, per poi andare a elezioni e restituire una buona volta la sovranità agli italiani. O almeno, questo potrebbe essere l’obiettivo da sottoporre all’attenzione dell’opinione pubblica, delle istituzioni, dei commentatori dentro e fuori i confini nazionali.

Sia, insomma, il programma di quel governo di «responsabilità nazionale», di «transizione», «tecnico» o come lo si voglia chiamare, di cui si è tanto parlato negli ultimi mesi – ma di cui non si capiscono assolutamente gli intenti. Non duecento pagine, ma pochi punti. Mirati e non più negoziabili una volta raggiunto l’accordo

E’ un’impresa ardua se non impossibile, me ne rendo conto. Ma temo sia l’unica che potrebbe funzionare. Perché sottrarrebbe ai sostenitori dell’attuale coalizione di governo (o di quel che ne rimane) l’argomento più forte: a questa maggioranza non c’è alternativa. E farebbe capire agli italiani e agli osservatori internazionali che, caduto Berlusconi, il Paese non sarebbe in mano a una classe di più o meno furbi monelli impegnati a farsi i dispetti, ma a un pugno di persone provenienti da diversi orientamenti politici, certo, ma disposte a una tregua temporanea per il bene collettivo. Tra l’altro, sarebbe forse un’ultima chance per dimostrare – se davvero lo si volesse – che la politica italiana non deve necessariamente prendere ordini dalla Bce, ma è ancora in grado di decidere autonomamente del futuro del Paese.

Basta ai più o meno generici ‘no’. E basta anche al moltiplicarsi dei «libri dei sogni» delle opposizioni, degli industriali, degli ‘indignati’. E’ tempo di unire le forze e far capire che esiste un modo condiviso per uscire dalla crisi. Un modo concreto, che si opponga alla propaganda e ai compromessi di questo centrodestra.

Sia Berlusconi a dover inseguire, una buona volta.

Berlusconi: siamo alla sfiducia?

Forse i tempi sono maturi per una una mozione di sfiducia a Silvio Berlusconi. Dopotutto, non c’è solo una opposizione che, per una volta, ha una parola sola, da Rutelli a Di Pietro passando per Veltroni e Bersani: dimissioni. C’è anche l’apertura di un Gianfranco Fini abile, al solito, a odorare il clima politico e comportarsi di conseguenza. E così, dopo un iniziale «no comment», non appena fiutata l’aria di cadavere ci si è scagliato contro: se fosse vera la storia della telefonata in Questura, con bugie annesse e connesse su cui è sempre meno lecito dubitare, Berlusconi dovrebbe lasciare.

Il tutto mentre il leader di Confindustria Emma Marcegaglia sostiene che sia «necessario ritrovare il senso delle istituzioni e il senso della dignità, altrimenti non si va avanti». I sindacati, pur divisi, riempiono le piazze. I cattolici, tra una bestemmia “da contestualizzare” e un “bunga bunga”, danno a Berlusconi dell’uomo malato o tacciono controvoglia. E la stampa estera ci deride, arrivando alle ricostruzioni in 3D dello scandalo Ruby. Per non parlare, rimanendo all’interno di ciò che resta della maggioranza, del Pdl che continua a perdere pezzi e della Lega che ha sempre più potere contrattuale e sempre meno pazienza.

Le premesse, insomma, ci sono tutte. Anche perché i berluscones sono oramai ridotti a una linea difensiva caricaturale. Come quando Daniela Santanchè, intervistata dal Mattino, pur di giustificare le abitudini sessuali del premier raccoglie tutti i maschi italiani nello stesso, insopportabile, fascio. «Il presidente del Consiglio è quel che è e rappresenta quel che sono gli uomini in generale», argomenta il sottosegretario al Welfare, «è evidente che gli uomini italiani hanno quell’atteggiamento verso le donne». O quando Vittorio Sgarbi paragona Berlusconi a due dei personaggi di Amici Miei: «Non è lui» a telefonare in Questura e spacciare una minorenne senza documenti accusata di furto per la nipote di Hosni Mubarak, ma «Adolfo Celi, il medico di “Amici Miei” che dalla clinica fa al telefono uno dei suoi micidiali scherzi». Non solo, è «anche Ugo Tognazzi». Cioè il conte Mascetti, quello che pur di frequentare una liceale bisessuale lascia morire di fame e freddo la famiglia.

«Così fan tutti«, «zingarate». Oppure negare furiosamente tutto, parlare d’altro. Queste le strategie adoperate. «La sinistra torna a guardare dal buco della serratura», accusa Maurizio Lupi. Come se la porta della Questura di Milano fosse quella di un bordello o di una residenza privata. E’ una «caccia all’uomo» contro Berlusconi, rincara Daniele Capezzone, neanche fosse stato il «network politico-editoriale» dell’odio ad “armare” la mano del presidente del Consiglio che ha alzato la cornetta e composto il numero della Questura.

E mentre la politica si esercita in questi equilibrismi verbali, se anche Berlusconi dovesse uscire illeso dall’ultima bufera l’agenda del governo rischierebbe un ulteriore stop al prossimo passo: quella riforma della giustizia che ai finiani proprio non piace e che al presidente del Consiglio serve per sfuggire, ancora una volta, da se stesso. Si può continuare a questo modo fino al 2013? Non credo.

Tuttavia resta da valutare l’alternativa. Elezioni anticipate? Non le vuole nessuno, tra chi voterebbe la sfiducia. Berlusconi e la Lega, che invece le vogliono, metterebbero in piedi una tremenda campagna mediatica sul tradimento della “volontà popolare” nel caso non fossero automaticamente concesse, ma avrebbero ancora contro di loro la Costituzione e il presidente della Repubblica. Quindi non è detto che l’ipotesi di un governo tecnico sia la più realistica. Ma non per questo la più auspicabile.

Perché, lo scrive giustamente oggi Il Post, «Poche cose sono deprimenti e demotivanti come la prospettiva di un “governo tecnico”: la serata televisiva del sabato, forse, o il brodino dell’ospedale. Ma bisogna farsene una ragione: in ospedale a volte ci si finisce». Il problema è che a volte non se ne esce, perché il medico diagnostica una malattia errata e, di conseguenza, si sbaglia la cura.

Molti credono che il male del Paese abbia un nome e un cognome: Silvio Berlusconi. E che per risolvere i problemi, tutti o quasi, basti liberarsi di lui e il prima possibile. Visto che in caso di elezioni il Cavaliere uscirebbe probabilmente vittorioso per l’ennesima volta, le opposizioni (di destra e di sinistra) cercano di prendere tempo con un governo tecnico. Che dovrebbe cambiare le regole del gioco, e riportarlo sui binari di una democrazia matura prima che il treno deragli verso un sistema autoritario.

Bene, se lo farà. Tuttavia io credo che la malattia italiana sia una classe politica incapace di guardare oltre il proprio naso, interessata soltanto al bene proprio nell’immediato quando invece dovrebbe fare l’interesse collettivo di medio-lungo termine. Basterà detronizzare il “Caimano” per cambiare le abitudini ingorde ed egoiste di chi ci governa? Ne dubito fortemente. E’ un primo passo, certo, ma non bisogna scambiarlo per l’obiettivo. Altrimenti al prossimo malore moriremo di sorpresa. Proprio come nel 1994.