Il peso delle indiscrezioni sulle dimissioni di Berlusconi sulla Borsa e lo spread.

Stamane tramite l’account Twitter di Franco Bechis, vicedirettore di Libero, e poco dopo un commento di Giuliano Ferrara sul sito del Foglio si sono diffuse voci insistenti di dimissioni di Silvio Berlusconi in giornata o entro domattina (Bechis, sulla base di questa telefonata), addirittura entro poche ore o minuti (Ferrara).

Questo l’andamento del listino Ftse All-Share della Borsa di Milano:

Questo l’andamento dello spread Btp-Bund:

Un caso?

(Fonti dei grafici: Borsaitaliana.it e Bloomberg; le elaborazioni sono mie. Grazie a Luca Becattini.)

Critica del «servo libero del Cav».

Di tutto l’evento organizzato da Giuliano Ferrara al teatro Capranica, giustamente definito «il processo a Berlusconi», forse il primo da destra, dai suoi «servi liberi», resta la sensazione contrastante di chi chiede il rinnovamento davanti a una platea di anziani; di chi immagina il futuro guardando al passato; di chi, dopo 17 anni di promesse non mantenute, chiede al bugiardo, finalmente, di adempiere.

Sono volate anche parole grosse («disastro»), avventate («regicidio»), ambiziose («primarie»). La solita retorica più (Ferrara) o meno (Feltri) raffinata, con sempre il solito obiettivo: incarnare la «rivoluzione liberale» in un uomo solo e nella sua «lucida follia», nei suoi miracoli. Salvare una persona per salvare il Paese. Come se il Paese non vivesse che dell’estro, del genio del suo interprete unico.

Critiche, tante critiche. E questo, forse, è un aspetto nuovo. C’è la sensazione dell’imminenza della fine. E una resistenza cieca, che si appiglia al lessico degli altri (di nuovo, «primarie») senza crederci davvero (ma cos’è, per esempio, il Pdl senza la guida di Berlusconi?). Tanti propositi di cambiamento ipocriti, tante critiche spuntate.

Tranne una, a mio avviso. Quella del direttore del Tempo, Mario Sechi. Il suo intervento ha colpito nel segno. Perché ha smascherato una delle ragioni profonde del tramonto di Berlusconi e del suo modo di interpretare la politica. Quando Sechi dice che «non basta più un buon messaggio televisivo» per incantare gli elettori, guidarne le scelte alle urne, credo abbia ragione. Quando spiega che oggi il marketing politico si gioca più sul filo dell’ironia che degli insulti e del fango, credo abbia ragione. Quando, sempre davanti alla platea di anziani, argomenta che i social media «non sono il passatempo dei giovani adulti cresciuti con il Commodore 64», che la rete «è una piazza elettronica che fa movimento e voti», che Internet ha influenzato i risultati di Milano e Napoli alle amministrative, credo ancora abbia ragione.

Difficile non pensare Sechi abbia calcato la mano. Tagliato ragionamenti complessi con l’accetta, enfatizzato quelle che, finora, sono solo sfumature, segnali. Ma in parte è naturale, fisiologico, dato il luogo dove si trovava. Dato che intendeva provocare, trasmettere una scossa. Dubito ci sia riuscito, visto con chi si trovava a dialogare. Ma quando per esempio fa capire a Ferrara che, sì, il Foglio può accumulare numeri monografici, organizzare dibattiti e dettare regole, ma il vero movimento per le primarie del Pdl si farà (anche) in rete (come si sta già facendo) o non si farà, credo di nuovo abbia ragione.

Il punto è tutto lì: il centrodestra oggi berlusconiano, con o senza Berlusconi, riuscirà ad avere l’umiltà di ascoltare il «tam tam della foresta» o continuerà a preferire il suono ovattato delle stanze del potere in cui si è rinchiuso, barricato? «Fuori c’è altro», ha detto il direttore del Tempo. Verissimo. Se anche i berluscones se ne accorgessero, ne guadagnerebbe l’intero dibattito pubblico. E forse, si potrebbe ricominciare a parlare di politica senza l’ingombro di quella sagoma di cartone cui i «servi liberi» hanno voluto nuovamente prostrarsi, snobbati perfino dall’uomo che raffigurava.

Più il proprio ego.

Insomma c’è Giuliano Ferrara che fa una puntata contro Luigi De Magistris dicendogli che è diventato un semidio, un eroe, fa il duro (caratteristica tipica di un magistrato come De Magistris) ma non sarebbe nessuno se avesse indagato scrupolosamente e con successo, se avesse impostato inchieste che mettessero capo a qualcosa di vero, se fosse stato insomma ciò che deve essere, un eroe anonimo della giustizia giusta (ma era la politica il suo core business).

Durante questa puntata contro Luigi De Magistris, Giuliano Ferrara se la prende anche con Michele Santoro, il suo sponsor, il compare televisivo (lo chiama di nuovo sponsor), che è famoso e ha successo perché facendo tutto questo rumore il successo è garantito, ed ecco, io, Ferrara, gli proporrei con affetto di chiedere scusa ai suoi telespettatori, digli la verità, Michele, spiega ai tuoi telespettatori che hai fatto dei numeri da circo mediatico giudiziario, fallo almeno per la memoria di Enzo Tortora, che in circostanze simili è stato ammanettato, massacrato dalla giustizia, una vita rovinata (e le vittime in Italia non avranno mai risarcimento).

Passa qualche giorno e Michele Santoro apre la sua puntata di Annozero rispondendo a Giuliano Ferrara, con cui è complicatissimo polemizzare, dice, perché lui può per l’azienda per la quale lavoro insultarmi liberamente, e se mi chiama «compare» nella sua trasmissione comodamente assestata dopo il Tg1 si chiama libertà di espressione. Poi se non porta nemmeno una sua mezza pezza d’appoggio questo è talento puro, il fatto è che non me lo posso permettere (ma non me lo voglio nemmeno permettere), e sarà l’ultima volta che farò riferimento a Ferrara perché da oggi in poi quello che mi dirà da qui mi entra e da qui mi esce.

E insomma Santoro dice che Ferrara invece sostiene che siccome un’inchiesta è stata archiviata deve chiedere scusa agli italiani, come se quando è stato condannato Previti per aver corrotto i giudici avessi dovuto dire, Ehi tu, Giuliano, Ehi tu,  Silvio, è stato condannato Previti, adesso dovete andare in ginocchio a Montevergine. Allora che fai, dici ‘ste cose senza il contraddittorio? Questo non si può fare, caro Ferrara, posso dirti che quando faccio qualcosa io dietro di me non ho l’ombra dell’Unione Sovietica, di Craxi, di Berlusconi, del Vaticano o della Cia: faccio qualcosa e me ne assumo la responsabilità.

Ma in questo paese se racconti una storia e questa da fastidio a Prodi a Mastella a Bassolino questo non mi porta un titolo d’indipendenza, ti dicono «sei uno scemo» perché qui devi essere embedded, coperto da una parte, oppure bipartisan, cioè coperto da tutti. Questa è l’alternativa che si pone al giornalismo nel nostro Paese.

Le bombe devono essere intelligenti, dice Santoro, come quelle di Ferrara (una genialata), come prendere una trasmissione uguale uguale, stesso logo, stessa scenografia, fa risparmiare un sacco di tempo. Pensate quant’è geniale il nostro direttore generale che risparmia un sacco di soldi perché riesce ad avere tutto questo gratis. Quindi si può mirare, fuoco. Un botto che si sente fino a Napoli: che è, una bomba? No, è Giuliano Ferrara.

Nel frattempo l’unica notizia è che a entrambi interessa più il proprio ego del proprio mestiere. Ma lo sapevamo già, non serviva la prima serata.

Ferrara al Tg1, «una certa libertà di tono».

Ferrara:

Tutti fanno i guasconi, tutti dicono che sono liberi. Io non faccio guasconate. Io sono un normale giornalista, sono un cittadino di questo Paese. Ho un temperamento e una certa libertà di tono. Sono schierato, direi che sono schierato. Santoro no, Lerner no, la Dandini no, Floris no: gli altri conduttori televisivi sono indipendenti e parlano a nome di tutti. Io invece sono un po’ schierato, lo confesso.

E infatti se ne è dimenticato uno: Minzolini.

Per fortuna che lui, quello di Radio Londra, ha «una certa libertà di tono».

Se questi sono liberali.

Ore 9.45. Sono al teatro Dal Verme. Dopo qualche minuto un ragazzo mi consegna un volantino. È di Qui Milano Libera. C’è una foto di Berlusconi. Titolo: «Scandalo, non gossip». Tempo qualche secondo e uno dei tanti anziani signori in coda per entrare all’evento organizzato da Giuliano Ferrara lo aggredisce, strappandogli il pacchetto di volantini dalle mani. Arriva un poliziotto, invita i litiganti alla calma (anche se in realtà di agitato c’è solo l’aggressore). Ma intanto allontana il ragazzo coi volantini e i suoi due o tre amici. Che si lamentano: «Non si può nemmeno più distribuire dei volantini?». Nessuno li ascolta. Spariscono, condotti lontano dalle forze dell’ordine. Tra gli insulti.

Poco dopo arriva Corrado Formigli di Annozero con la sua troupe. La presenza non è certo gradita. E così, tra chi sfoggia cartelli come «Di Pietro porco e maiale», con tanto di dito medio, e chi dà del delinquente a lui e ai magistrati di Milano, compare il ministro Ignazio La Russa. Formigli cerca di porgli una domanda. La Russa inizia a rispondere, ma a una domanda che si è fatto da solo. Alza la voce. Poi cambia idea, rivendica la libertà di non rispondere. Anzi, di rispondere quando per il pubblico di Annozero varrà la par condicio (come se lo stesse ascoltando e giudicando sempre, anche in quel momento). Infine prende a pedate il cronista dopo averne insultato la sorella.

Ore 13.20. L’incontro è appena terminato. Formigli ritrova La Russa all’uscita. Il ministro sembra molto più disteso: abbronzato, casual, chiacchiera un po’ con un ombrosissimo Filippo Facci, poi con una signora, poi prende sottobraccio il cronista di Annozero, dicendosi dispiaciuto per quanto accaduto in precedenza. Ma tutto intorno si forma un capannello di persone che bersagliano di insulti il giornalista. «Comunista bastardo», «vai a lavorare», «imbecille», «idiota». Con vette tragicomiche: «Fatelo condurre a Marrazzo, così diventa Anozero». Ah, questi antipuritani.

Nel mezzo tre ore in cui Iva Zanicchi si è guadagnata un posto d’onore nel gotha dei «liberali veri» d’Italia. Piero Ostellino ha detto di pensarla «come Immanuel Kant» e definito i suoi critici dei «censori da Repubblica giacobina». Assuntina Morresi ha ipotizzato sei mesi di seminari sulla Humanae Vitae (ah, l’agognata separazione di etica e politica) prima di potersi pronunciare a favore o contro una certa idea di dignità della donna. Il pubblico si è bruciato le mani applaudendo Daniela Santanchè, che ha «molestato» il Palazzo di giustizia di Milano. E Giuliano Ferrara ha appiccicato all’antiberlusconismo paragoni sul Terzo Reich, la Germania comunista e una pletora infinita di dittature e totalitarismi di un passato che, a sentire l’Elefantino, sta per ritornare presente.

Tutto nel nome del liberalismo. Da un lato, gli «intellettuali» che giocano a fare gli scanzonati, ma colti. In mutande, ma «di chiffon». Dall’altro, il loro pubblico. I primi a riempirsi la bocca di libertà, i secondi a dimostrare, una volta di più, quanto siano profonde, tristi e ipocrite le loro bugie.