Su ‘Sottomissione’ di Houellebecq

Chiudo l’ultima pagina di ‘Sottomissione‘ di Houellebecq – se fossi convinto del suo essere una distopia, aggiungerei: che come ogni distopia finisce con un inizio, quello della nuova vita del protagonista una volta che abbia accettato i dettami dell’antiutopia di turno – e il primo pensiero è: come abbiamo fatto, come civiltà, a finire per considerare un libro simile “controverso”, “scandaloso”, al punto che l’autore sia costretto a vivere sotto scorta, cancellare il proprio tour promozionale, vedere rimosse interviste (come da Canal Plus, poi trasmessa) ed essere accusato di islamofobia? Un libro che, al contrario, non ha alcun accenno d’odio, non compie la pretestuosa e pericolosa equiparazione tra l’Islam (cos’è poi, “l’Islam”) e il fondamentalismo di ISIS e Al Qaeda che si può peraltro beatamente sorseggiare, goccia a goccia, sulle pagine e nei discorsi delle destre di tutto il cosiddette “Occidente” (senza fortunatamente riparare nello stucchevole opposto, il multiculturalismo buonista di buona parte del progressismo contemporaneo). Un libro che, inoltre, non deride né offende il Profeta: il che non fa che rendere la coincidenza con l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo e la sua ultima copertina dedicata a fare satira sullo stesso Houellebecq ancora più surreale, grottesca, profondamente e irrimediabilmente errata.

Ma è una ipotesi, quella del legame tra l’opera dello scrittore francese, quella dei vignettisti di Charb e la violenza, che si può definitivamente contestare solo se la censura perde: solo, cioè, se è possibile a chiunque accedere a quelle opere – preventivamente, nel caso di Houellebecq – incriminate. Sopra il tappeto, non sotto: è così che la polvere della disinformazione e dello scontro artefatto di civiltà (cercato non a caso a ogni costo proprio dai fondamentalisti) può essere spazzata via. Se non avessi letto ‘Sottomissione’, se non avessi acquistato Charlie Hebdo con il Fatto Quotidiano e non l’avessi sfogliato, pesato, digerito per quanto possibile a chi come me non mastica perfettamente né il francese né la storia della cultura islamica, probabilmente ora sarei in compagnia dei tanti che dicono alla libertà di espressione: “sì, ma”. Non c’è nessun “ma”, e lo scrive meravigliosamente, su Repubblica del 17 gennaio, Salman Rushdie: “Adesso”, scrive l’autore perseguitato da una fatwa da decenni per i suoi ‘Versetti Satanici’, “assistiamo all’ascesa di quello che ho definito il gruppo del ‘ma’. Sono stufo di questo dannato gruppo del ‘ma’ e quando sento qualcuno dire «sì, credo nella libertà di parola, ma…», smetto di ascoltare”. Perché? Semplice: “se si limita la libertà di parola non è più libertà di parola”.

Per questo gli anglosassoni dicono di combattere l’hate speech con more speech: a guardarlo bene, negli occhi, l’odio evapora. E, tutto sommato, si scopre che non era nemmeno così odio. Nel caso di Houellebecq non lo è affatto, l’ho detto; in quello di Charlie Hebdo nemmeno: solo la voglia e il desiderio e il diritto di ribadire che la libertà di parola o è assoluta o non è, e che è proprio questa sua assolutezza a distinguerci dai paesi in cui branchi vergognosi di uomini e donne che si dicono fedeli pensano basti una vignetta a mettere a repentaglio la credibilità del loro dio, al punto di scendere in piazza e – come nel 2006, come nel 2012 – assaltare le ambasciate, scagliare pietre, condannare la violenza della satira con una ipocrita violenza. Il tutto coi morti di Parigi ancora caldi.

La rabbia, in questi giorni, è tanta da offuscare a volte il giudizio. Ma in Houellebecq non c’è nulla di rabbioso, nessuna rivalsa per un sistema – il nostro – che viene descritto come al tramonto per ragioni fondamentali, filosofiche (non a caso forse il protagonista è un umanista, il massimo esperto di Huysmans); non per incidenti della storia ma per il suo dipanarsi; non per qualche scelta geopolitica errata, ma perché in qualche modo è lo sviluppo stesso del nostro pensare che ci ha portato all’impasse strategica, culturale e sociale odierna, che ci lascia privi di risposte – ma ignoranti e boriosi – di fronte ai nuovi assetti di potere globali, in cui la religione dopo secoli di arretramenti sembra essere tornata protagonista; come se l’Illuminismo, divenuto relativismo, divenuto capitalismo finanziario col buco intorno, avesse finito per inaridirci e terrorizzarci al punto di chiedere nuovi limiti per la ragione, nuovi vincoli morali oltre che meramente teoretici: pratici, dunque. Una sottomissione, appunto, di cui la parola “Islam” non è che un sinonimo. Gli editor di Bompiani hanno azzeccato quale passaggio riportare del volume, in copertina. “È la sottomissione. L’idea sconvolgente e semplice, mai espressa con tanta forza, che il culmine della felicità umana consista nella sottomissione più assoluta”.

È il più significativo, decisamente. A mio avviso, nientemeno che la chiave di volta che regge l’intero impianto del romanzo, lo scivolamento della esausta democrazia francese nelle mani del leader “moderato” di un partito islamista, Ben Abbes, dopo che quest’ultimo si è giocato l’ascesa al potere con l’estrema destra di Marine Le Pen, non con socialisti e UMP – fuori dai giochi per la prima volta al primo turno. La presa del potere avviene secondo dinamiche familiari: con le complicità e i silenzi dei media su determinati, e determinanti, fatti; grazie all’incapacità e all’insipienza dei leader dei due partiti che storicamente se lo erano spartito nel paese fino ad allora; e giocando con furbizia ora alla moderazione e ora al dialogo con l’estremismo identitario cristiano e musulmano.

Ma il punto di Houellebecq, mi sembra di capire dopo una prima lettura, è che la politica – meglio, la mancanza di politica – da sola non basta a giustificare il realizzarsi di quella che tanto somiglia a una colonizzazione culturale, all’Eurabia di Oriana Fallaci riproposta, stancamente, tre lustri dopo la formulazione. No: il punto, di nuovo, è concettuale; ed è il rapporto tra felicità e libertà, la loro opposizione che risale nella sua formulazione credo più pura al ‘Grande inquisitore’ di Dostoevskij. All’attimo della storia del pensiero, cioè, che raccoglie l’idea – potentissima e atroce, al punto di essere incarnata da un anticristo – per cui dio abbia sbagliato a darci l’illusione di una libertà talmente elementare e fondativa da potersi rivolgere anche contro lui stesso, per rifiutarlo: gli uomini non sono in grado di sopportarla; piuttosto, finiscono per preferirle, per sopravvivere al dolore e alla sua costante insensatezza, una più agiata, comoda felicità – anche se ciò significa, appunto, il più esatto sinonimo di “sottomissione”. “Nulla”, dice l’inquisitore, “mai è stato per l’uomo e la società umana più intollerabile della libertà”. Tanto che “questi uomini sono più che mai convinti di essere perfettamente liberi, e tuttavia ci hanno essi stessi recato la propria libertà, e l’hanno deposta umilmente ai nostri piedi”. Si tratta, precisa Ivan ad Aljòsa, di “avere infine soppresso la libertà e di averlo fatto per rendere felici gli uomini”. È questo forse il senso profondo del motto dell’orwelliano IngSoc in ‘1984’, il celebre “la libertà è schiavitù” che costituisce il filo rosso tra Dostoevskij, Orwell e Houellebecq messo già chiaramente in risalto, per altri versi, da Emanuel Carrère sul Corriere della sera del 6 gennaio.

Nelle pagine di Houellebecq questo recedere delle libertà che in “Occidente” abbiamo lottato per considerare acquisite, questa altrimenti inspiegabile accettazione, avviene continuamente nel nome proprio delle comodità, del suo farsi promessa di felicità addirittura eterna. Un esempio è il modo in cui il partito del neopresidente Ben Abbes riesce a convincere gli alleati, i vecchi partiti, a impostare una riforma radicale dell’educazione in senso islamista. Come si convincono i docenti, gli intellettuali di un paese tradizionalmente laico, anzi al fronte del laicismo, come la Francia a sottomettersi all’autorità del Profeta e del Corano? Semplice, si usano i dollari della petromonarchia dell’Arabia Saudita per moltiplicare loro gli stipendi. La considerazione di fondo di Houellebecq, quella che regge la plausibilità dell’impianto narrativo in senso fantapolitico, è che le società – tutte quelle dotate di reale potere, anche le nostre – sono ancora profondamente patriarcali, vivono e muoiono dei desideri dei maschi che le compongono. E allora quale incentivo alla conversione è migliore di promettere e realizzare una fine delle conquiste di emancipazione della donna, che così può tornare a essere una docile, affettuosa guardiana domestica per uomini in carriera che quegli stessi maschi hanno il potere e il diritto di comandare, limitare, a loro volta sottomettere? Se l’uomo è nulla di fronte a Dio, è Dio di fronte alla donna, dice – pur con altre parole – in un passaggio Houellebecq, e questa divinità di mezzo si traduce in privilegi concretissimi: la poligamia, per esempio, il potere accompagnarsi a giovanissime schiave che peraltro non hanno nemmeno più l’odioso, per alcuni, potere di rendersi attraenti ad altri uomini, altri rivali, indossando minigonne e mostrando i loro bellissimi – e colpevolissimi – volti.

La nuova società sarà meno libera, perché impone il costume e le leggi di una religione sopra quelle della ragione, ma per chi ha potere è più comoda. Non a caso il pensiero che emana dal nuovo potere è intriso di elitarismo, di dettami aristocratici che oggi sembrano indicibili, e invece – sembra suggerire lo scrittore – serpeggiano eccome nelle nostre società, in tutte le nostre società. I pochi migliori, gli aristoi, hanno il potere ed è giusto ne detengano sempre di più, dice Rediger nel romanzo, mentre i molti è altrettanto giusto abbiano di che vivere, ma pensino a realizzarsi in modi non monetari, non materialisti: nella famiglia, nella fede; nel lavoro modesto, non intellettuale; in una dimensione diversa, più umile ma – qui sta la differenza – non inferiore. A questo modo il protagonista racconta uno degli articoli del futuro ministro degli Esteri della Francia islamista, ed ex “identitario”: “Rediger si dichiarava nettamente in favore di una suddivisione nient’affatto egualitaria delle ricchezze. Se la povertà propriamente detta andava esclusa da una società musulmana autentica (il sostegno con l’elemosina costituendo addirittura uno dei cinque pilastri dell’islam), quest’ultima doveva comunque mantenere un notevole scarto tra la grande massa della popolazione, vivente in una miseria decorosa, e una ridottissima minoranza di individui smodatamente ricchi, tanto da potersi abbandonare a spese esagerate e folli che assicurassero la sopravvivenza del lusso e delle arti”; altrimenti detto, da potersi abbandonare a spese per mantenere se stessi. Di nuovo, piuttosto comodo. E non solo per le élites: se la donna deve accudire e servire l’uomo e la famiglia, i posti di lavoro che si liberano per tutti gli uomini potrebbero essere tali da sconfiggere la disoccupazione, fantastica Houellebecq. Di nuovo, la cessione di un diritto fondamentale nel nome di una comodità, di un opportunismo giustificato, e quindi redento, dalla parola divina.

In questa purezza del ribaltamento dei valori consolidati, ‘Sottomissione’ è un testo antiutopico. E, come anticipato, finisce come da tradizione: con l’accettazione del nuovo ordine da parte del protagonista; e con una sua riforma esistenziale integrale, altrettanto pura e assoluta. Accompagnata da una serie di condizionali che anticipano i vantaggi pratici, di nuovo, della conversione: ma pura, perché ideologicamente incorrotta. Eppure qualcosa manca, tra le pagine. La distopia sembra senza distopia, un’idea senza reale svolgimento: come si organizza davvero questo nuovo Stato? Basta la scommessa del Grande Inquisitore a giustificarne la legittimità politica? Basta la complicità dei giornali e dei ceti intellettuali? Dov’è il popolo che è sceso a milioni in piazza dopo il massacro a Charlie Hebdo? Tutti e soli ipocriti incapaci di combattere per difendere il nucleo centrale del proprio vivere comune, le libertà e i diritti civili guadagnati peraltro proprio a partire dalla Rivoluzione del 1789?

Soprattutto, e basterebbe questo a chiudere le polemiche sulla presunta islamofobia del testo, ‘Sottomissione’ non sembra formulare una esplicita condanna di quella che dovrebbe porsi come antiutopia, e che solamente come tale potrebbe motivare la rabbia di chi invece vi vede l’opposto. Ecco, lo stesso Houellebecq sembra talmente immerso nel cinismo, nella disperazione, nella disintegrazione da fine impero che abita, e che noi tutti abitiamo nel cosiddetto ‘Occidente’, da valutare seriamente se l’alternativa non sia tutto sommato equivalente o quasi; chissà, per certi versi forse perfino positiva. Carrère, a cui sono arrivato solo dopo la lettura del romanzo e la stesura di una prima bozza di queste considerazioni, sembra concordare: “«Non avrei avuto niente da rimpiangere»: è l’ultima frase del libro (‘Sottomissione’, ndr), e la trovo altrettanto memorabile dell’ultima frase di 1984 : «Amava il Grande Fratello». Invece il senso è totalmente diverso: Winston Smith si è arreso, ma Orwell continua a resistere per lui. La resistenza non interessa a Houellebecq. Egli ritiene che l’Occidente sia spacciato, talmente spacciato che non c’è più niente da rimpiangere. Che la libertà, l’autonomia, l’individualismo democratico ci abbiano immersi in uno sconforto assoluto”. Da cui, appunto, il desiderio di liberarsi delle nostre libertà descritto da Dostoeveskij, e che nei fatti non è altro che un desiderio di schiavitù volontaria, di “sottomissione” che diventa assolutamente, perfettamente sinonimo di felicità. O almeno, come detto, della sua eterna promessa.

Ho letto che per Houellebecq il passaggio centrale è la mancata conversione del protagonista al cattolicesimo di fronte alla Vergine nera di Rocamadour: “non sono riuscito a scriverlo”, ha detto a Stefano Montefiori del Corriere, “l’avanzata islamica mi è parsa più credibile”. Non ho ancora potuto leggere tutti gli ulteriori commenti dell’autore in merito, ma le opere dovrebbero poter parlare da sole, senza interpreti e – paradossalmente – senza nemmeno autori. E quello che dice ‘Sottomissione’, quello che lascia una volta terminata la lettura, è che siamo in tanti – anche in “Occidente” – a scegliere la felicità al posto della libertà: il modo in cui il dibattito post-Charlie Hebdo ha virato in poche ore dalla marcia repubblicana di Parigi in difesa della libera espressione a un profluvio di norme che, nel nome della sicurezza e dunque della felicità, conferiscono “poteri eccezionali” per meglio sorvegliare e reprimere alle agenzie governative e di intelligence di tutto il mondo, non fa che testimoniarlo. Per questo ‘Sottomissione’ sembra una critica del mondo attuale più che una profezia di un mondo futuro; una critica rivolta principalmente a uno specchio, poi: non un dito puntato contro una religione e una intera cultura. Forse, sembra suggerire Houellebecq, l’islamizzazione non è che un altro nome del nostro desiderio più recondito: obbedire, e obbedire di nuovo a un dio, così da essere finalmente liberi dalla libertà, e dal suo insostenibile peso. Il problema non è l’Islam, né moderato né radicale: è il ritorno della religione e dei suoi dogmi sullo scenario della politica e della storia, in un contesto in cui i suoi protagonisti non hanno la più pallida idea di come fronteggiarlo.

Due cose

Scritte altrove, ma che ritengo importanti.

Il «frasismo»:

In cosa consiste? Si prende un parere, un’idea, un’espressione controversa, meglio se isolata o estrapolata dal contesto, in modo da estremizzarne il più possibile il messaggio. La si riporta in bella vista sui giornali online. La si twitta e pubblica su Facebook, accompagnata da una delle seguenti reazioni: commento sarcastico, osservazione cinica o disincantata, dura e indignata denuncia. Per contribuire alla massima diffusione, si accompagna l’uscita infelice con una foto o un fotomontaggio che metta in luce l’idiozia di chi l’ha pronunciata – la premessa incontestabile di ogni forma di «frasismo».

La neolingua delle larghe intese:

Se, parafrasando Wittgenstein, i limiti del nostro linguaggio sono i limiti del nostro mondo, la prima riforma di cui ha bisogno l’Italia riguarda proprio il linguaggio utilizzato per descrivere e commentare l’attuale situazione politica. Una lingua che non significa più nulla, se non il mantenimento dello status quo. Che sterilizza le parole, svuotandole di ogni significato potenzialmente avverso alle «larghe intese» e al governo. E ci costringe a una visione dell’esistente al contempo falsa e rassegnata.

La tv che ti guarda

E’ il 2013, il 1984. L’anno, cioè, in cui tu guardi la tv, e la tv guarda te. A quanto scrive Phys.org, al Ces di Las Vegas è stata infatti presentata una televisione dotata di tecnologia di riconoscimento facciale e «sensori» in grado di capire chi la sta osservando. Il fine? Offrire una programmazione dinamica, modulata sulle preferenze di chi è di fronte allo schermo in quel preciso momento. Servono un sacco di dati sugli spettatori, ma – lo sappiamo – non è un problema: basta chiamarla «personalizzazione», come scrive Eli Pariser ne ‘il Filtro’, e i dubbi si dissolvono. E infatti, è proprio la parola magica che usa il responsabile per gli Stati Uniti dell’azienda produttrice, la cinese TCL: «Abbiamo sviluppato molte innovazioni per personalizzare la fruizione degli spettatori». Che ciò si traduca in un’altra, l’ennesima, marea di dati consegnata nelle mani di quello che un esperto definisce, più che il Big Brother, il Big Marketer, è materia per cultori della privacy. Perché, scrive Pariser, «come strategia di mercato, la formula dei colossi di Internet è semplice: più informazioni personali sono in grado di offrire, più spazi pubblicitari possono vendere, e più probabilità ci sono che compriamo i prodotti che ci vengono mostrati». Che la TCL si appoggi all’intelligenza (sì, l’altro trucco è chiamare tutto smart: questa, infatti, è una smart tv) della piattaforma Google Tv, a questo punto, dovrebbe suonare meno strano.

Tre cose sulla morte di Kim Jong Il.

Il dittatore nordcoreano Kim Jong Il è morto. Ma la mistica del regime, l’essenza del suo carattere distopico, vuole che la successione del leader non avvenga mai. Che il successore sia una emanazione del predecessore. Come se l’intera catena del comando non si spezzasse mai, fosse un sol uomo. Le foto campeggeranno una accanto all’altra sulle pareti, come già quelle di Kim Il Sung e Kim Jong Il. I riti si ripeteranno sempre uguali, per il padre come per il figlio. Commemorazioni si aggiungeranno a commemorazioni, celebrazioni a celebrazioni, ricorrenze a ricorrenze. Ma, affinché tutto tenga, nulla deve cambiare. Per questo tutti gli occhi sono puntati su Kim Jong Un, apparso per la prima volta accanto al padre lo scorso ottobre. E di cui non si sa nemmeno l’età, figurarsi l’acume politico e strategico.

Non sono certo in grado di dire che accadrà. Se il passaggio di consegne sarà indolore, rapido, inavvertito oppure si creerà lo spazio per un colpo al regime. Per ora la morte di Kim Jong Il segna a mio avviso tre fatti degni di nota. Il primo è che la Corea del Nord ci ricorda come nel 2011, cioè nell’era della comunicazione globale istantanea, sia ancora possibile tenere il decesso di un capo di Stato all’oscuro dei media per 36 ore. Un blackout per molti versi inconcepibile. Il secondo è che, da quanto ho potuto vedere, nell’anno della ‘primavera araba’, degli ‘indignados’ e di Occupy Wall Street, esiste ancora una popolazione che non solo non chiede la destituzione del suo affamatore, ma ne piange sinceramente la scomparsa. Se la scelta di Time di incoronare «il manifestante» come «uomo dell’anno» è azzeccata – e trovo lo sia – significa che le tecniche di manipolazione del consenso di un regime possono essere talmente forti da rendere impermeabili i suoi sudditi allo spirito del tempo.

E qui sta forse il terzo fatto degno di nota: nessuna tecnologia è bastata a fuggire le maglie del più tradizionale dei regimi distopici, quello che meglio si adatta alla straordinaria narrazione che Orwell stese oltre sessant’anni fa, nel 1948. Si dirà che è vero il contrario. Che, per esempio, il libero web è così duramente represso proprio perché portatore sano di dissenso. Senz’altro. Però mi ripeto la domanda  che Guy Delisle, nella graphic novel Pyongyang, pone a se stesso osservando i suoi inseparabili accompagnatori assorti in treno, di fronte a lui: «Credono davvero a tutte le stupidaggini che sono costretti a ingoiare?». Se la risposta fosse affermativa – ed è tutt’altro da escludere – allora significherebbe che quel tipo di risposta repressiva (totalitaria, estrema) è tale da costringere l’individuo al rigetto della libertà. Così che mentre il resto delle popolazioni oppresse si riversa in rete e nelle piazze nel suo nome, i nordcoreani piangono la scomparsa del dittatore. O meglio: del dittatore che avevano imparato a desiderare.

(Immagine: Kim Il Sung ritratto da Guy Delisle in Pyongyang)