Ritorno al futuro

I dubbi sulle reali potenzialità del progetto sono tanti, e più che giustificati. Eppure trovo che l’importanza che Google sta dando al suo ‘Project Glass‘, cioè ai suoi occhiali per la realtà aumentata in fase di sperimentazione, sia un segnale positivo. Perché riannoda il filo – spezzato – tra tecnologia, masse e slancio visionario. Riportando finalmente il futuro sulla scena, e da protagonista. Un futuro che da troppo tempo abbiamo relegato ai voli pindarici dei pensatori del passato, come ricorda splendidamente David Graeber nel suo recente saggio ‘Of Flying Cars and the Declining Rate of Profit‘. Certo, ciò non significa che il futuro immaginato da Google sia attuabile, o anche solo desiderabile. Anche perché, allo stadio attuale, è difficile definirne i contorni. Secondo CNET il progetto è in realtà quello di ottenere un «cervello aumentato»: un giorno fare una ricerca in rete sarà talmente rapido, sostiene uno degli sviluppatori del progetto di Google, che «non sembrerà, se hai una domanda, di dover cercare una risposta». Ancora, di liberarci dalla schiavitù dei device facendo sparire non la nostra interazione con la tecnologia, ma i device. Google sostiene che la pubblicità non avrà diritto di cittadinanza tra le funzionalità degli occhiali. Ma è presto per tirare un sospiro di sollievo. Anche perché il Project Glass – soprattutto se dovessero riuscire i tentativi di incorporare le sempre più diffuse tecnologie di riconoscimento facciale  – sembra la chiave perfetta per realizzare l’incubo di iperpersonalizzazione ubiqua e bombardamento di notifiche pubblicitarie preconizzato da Eli Pariser ne ‘il Filtro’. La spettacolare presentazione all’I/O di ieri con la ripresa in prima persona e in diretta streaming del lancio dei paracadutisti tramite gli occhiali di Google rivela, inoltre, la filosofia di fondo che ispira il progetto: registrare tutto, registrare sempre, così da non perdere nessuno dei momenti importanti della nostra vita. E da poterli rivivere ancora e ancora, quando ci pare. Qualcosa di molto simile a ciò che nel futuro cyberpunk di Strange Days era possibile fare anche con le esperienze altrui. Certo, manca la connessione a livello neurale – retaggio del vecchio cyberspace come ‘altro’ dalla realtà – ma il coinvolgimento e l’empatia sono più che sufficienti per provocare reazioni emotive le cui implicazioni di massa sono difficilmente prevedibili, al momento. Senza contare i possibili sviluppi in termini non di ‘augmented’, ma ‘diminished’ reality: facendo cioè sparire, più che sovrapporre, pezzi di realtà attraverso la tecnologia. Con ulteriori conseguenze ancora tutte da immaginare. Insomma, se come dice Geert Lovink l’era del web 2.0 è finita, sembra che Google stia cercando di dare forma a ciò che ne prenderà il posto. E’ un esercizio da tenere sotto stretto controllo, passo dopo passo, perché ognuno di quei passi può avere riflessi sulla nostra umanità, e sui nostri diritti. Come scriveva Steve Mann, menzionato in un magnifico pezzo di The Verge sulla storia del ‘wearable computing’, «questa tecnologia, con uno sviluppo sinistro, potrebbe portare il controllo totalitario oltre qualunque cosa Orwell abbia immaginato». Ma è un passo finalmente visionario, che non scambia un tweet o uno status update per una conquista di civiltà né si accontenta di aver barattato l’esplorazione dello spazio per l’era dei social media. Sempre che, come sottolineano i cinici, non si tratti solo della patina pubblicitaria che serve a rivestire progetti di scarso successo di un abito fantascientifico. Quindi faccio mio l’appello di Paul Miller: «Per favore, Google, non limitarti a mettermi Google + in faccia».

Il popolo del web, e noi

Il web dice, protesta, complotta, litiga. Lo spettro del ‘popolo del web’ si aggira per le redazioni di tutta Italia. Google, integrando nuove funzionalità tra i risultati di ricerca, diventa più intelligente. E noi, a furia di reificare Internet e tutto ciò che vi accade, a furia di scambiare l’individuo per la sua controparte collettiva digitale, rischiamo di perdere noi stessi. Non è solo questione di pubblico e privato. E nemmeno del fatto che sembriamo difendere la libertà della rete più della nostra. E’ un problema culturale. Come se stessimo dibattendoci tra due esasperazioni: Internet è il male, Internet è il bene. Con due rischi. Nel primo caso, perdere quell’insieme infinito di possibilità che Internet rappresenta. Nel secondo, accettare una sudditanza psicologica alla tecnologia che – lo scrive da tempo Jaron Lanier – finisce per deprimere l’umano, pur di rendere intelligente il codice, o la macchina. Non so se sia questo a motivare inconsciamente la scelta di Telecom Italia di trasformare un gesto artistico, la direzione d’orchestra, in un gesto meccanico, premere ‘invio’. Ma se anche fosse una semplice strategia pubblicitaria, non sarebbe per questo eliminato l’alone di inquietudine che l’avvolge. In quel «Non sta dirigendo, sta dando l’invio» c’è tutta una serie di sconfitte culturali della società nei confronti della sua rappresentazione mediatica, in particolare di quella digitale. Una sudditanza a quelle che Geert Lovink chiama le nostre «ossessioni collettive», prima di tutto, al punto da ridefinire in funzione di quelle ossessioni il valore sociale della creatività. Ma anche la sconfitta di aver metabolizzato la tremenda inversione del soggetto che ci è quotidianamente suggerita. Come fosse ‘il web’ a scandire il ritmo delle note. Come fosse irrilevante che non è in alcun modo in grado di interpretarle. Se la nostra identità dovrà imparare a fare i conti con la cultura della distrazione e con la morte del dualismo digitale, niente è più importante di ribellarsi all’idea che la banalizzazione dei nostri gesti tramite l’informatica sia un valore.