Referendum, quanta ipocrisia.

Un breve (e di certo incompleto) riassunto delle ipocrisie messe a nudo dai referendum:

  • Berlusconi in pubblico dice che «il governo si rimetterà alla volontà dei cittadini», definisce i referendum «inutili», ma intanto in privato fa ricorso per «evidenziare l’inammissibilità» del quesito sul nucleare che ha cercato, fino all’ultimo, di evitare.
  • Il Pdl ha deciso per la libertà di voto dopo che per anni i suoi maggiori esponenti si sono detti nuclearisti convinti e dopo che hanno difeso a spada tratta ogni sorta di scudo giudiziario per il presidente del Consiglio; ora, pur di non legare il loro nome a un esito negativo, preferiscono tacere invece di pronunciarsi per il ‘no’.
  • La Lega sembra orientata per il ‘sì’ sull’acqua (Bossi) e sul nucleare, ma non ha il coraggio di dirlo. Silenzio, invece, sul legittimo impedimento. Che alla base proprio non piace. Ma si sa, un conto è la «lotta», un altro il «governo».
  • Casini, dopo aver ideato il legittimo impedimento per fermare il «processo breve» (non ce l’ha fatta); dopo averlo definito il «male minore», ma anche lodato (è «una buona soluzione onesta e corretta», 22 novembre 2009; «difende il senso dello Stato», 2 febbraio 2010) proprio per la sua natura ad personam (pro Berlusconi); dopo averne preso le distanze nella versione allargata ai ministri («non aggiungete surrettiziamente a questo vagone altri vagoni!», 28 gennaio 2010); dopo averne difeso l’impianto alla vigilia del giudizio della Corte Costituzionale («è stata ideata da Michele Vietti dell’Udc, quindi credo sia difficile che venga bocciata», 10 gennaio 2011) e rimarcato che, nella versione da lui proposta, non sarebbe mai stata (parzialmente) bocciata; dopo tutto questo Casini ha annunciat0 al Corriere che voterà ‘sì’ al quesito che chiede l’abrogazione del legittimo impedimento («Hanno voluto estenderla a tutti i ministri», «il troppo stroppia»). Ma non era «l’unica soluzione per Berlusconi» (22 gennaio 2010)? Non era «giunta l’ora di togliere al governo l’alibi della persecuzione di Silvio Berlusconi (4 febbraio 2010)? La logica di Casini è che il provvedimento va bene per uno solo, ma non se è esteso al resto dei ministri – anche se, di fatto, a usarlo è comunque uno solo?
  • Bersani è diventato un paladino dell’anti-nucleare e dell’acqua pubblica, ma in passato vedeva nell’atomo il futuro energetico del Paese, e sulla gestione del servizio idrico integrato firmava disegni di legge che dicevano il contrario di quanto sostiene ora.
  • Bersani continua a ripetere, a parole, che i referendum non vanno politicizzati, ma nel partito c’è chi la pensa molto diversamente. O meglio: sottrae l’ipocrisia dalle sue parole.
  • La stessa ipocrisia di Di Pietro e dell’Idv: oggi il referendum «non è un voto pro o contro Berlusconi», ieri serviva a «mandare a casa Berlusconi».
  • Fli sull’acqua dovrebbe essere orientata decisamente per il ‘no’, dato che il decreto in discussione nei referendum è a firma del finiano Andrea Ronchi. E invece si divide. Come sul resto: nel partito alcuni sono per quattro ‘sì’ (Granata), altri per quattro ‘no’ (Urso, lo stesso Ronchi), altri andranno in ordine sparso. Notevoli, poi, i cambiamenti repentini di opinione di quanti firmarono per nucleare e decreto Ronchi.

Ronchi dixit.

28 marzo 2010: 

«Quando leggo che dopo le elezioni ci sarà una resa dei conti tra Fini e Berlusconi mi viene da sorridere»

17 aprile 2010:

«Qui il problema è che all’interno del Pdl c’è qualcuno che lavora per distruggere. Ci sono persone che con la rottura pensano di guadagnarci».

«Fini non ha nessuna intenzione di sfasciare tutto dopo questa grande esperienza»

21 aprile 2010:

«Sono smentiti coloro che in questi giorni e settimane hanno ipotizzato scenari di rottura, divisioni o alternativi al centrodestra»

23 aprile 2010:

28 luglio 2010:

«È arrivato il momento di dire la verità sulle intenzioni di Gianfranco Fini: non vuole formare un terzo polo perché il solo posto dove vuole stare è nel Pdl da presidente della Camera»

31 luglio 2010: 

3 agosto 2010:

Costituiti i gruppi autonomi di Futuro e Libertà a Camera e Senato

7 ottobre 2010:

«I terzi poli e altre soluzioni non ci interessano»

8 ottobre 2010:

«Per me il candidato del centrodestra, nel centrodestra e per il centrodestra per il 2013 è Gianfranco Fini. Altre ipotesi alternative e strampalate sono soltanto frutto di scemenza mentale»

7 novembre 2010:

Rimette il suo mandato da ministro delle Politiche comunitarie dal palco di Bastia Umbra, dove si commuove (come già Luca Barbareschi, poi uscito dal partito)

15 novembre 2010:

Conferma, in una lettera, le sue dimissioni da ministro

20 novembre 2010:

«Non vogliamo fare un terzo polo, ma il vero centrodestra»

15 dicembre 2010:

Nasce il terzo polo, e Fini ne è parte integrante con Casini e Rutelli

16 dicembre 2010:

«Però per me, lo dico con serenità, non fu poi così faticoso rinunciare all’incarico, pur prestigioso, di ministro. […] E sa perché? Primo: perché io credo sia all’amicizia che alla lealtà. E con Gianfranco sono entrati in ballo entrambi questi valori. Secondo: perché poi non mi immagino la politica come una misera questione di poltrone».

27 gennaio 2011:

Franco Frattini, ministro degli Esteri, riferisce a Montecitorio sulla vicenda della casa di Montecarlo.

«Oggi il Parlamento ha vissuto una delle pagine più tristi e indecorose della sua storia, a causa del comportamento di un uomo delle istituzioni come il ministro degli Esteri»

1 marzo 2011:

«Il progetto di Futuro e Libertà non fallirà»

«Dobbiamo costruire il centrodestra alternativo. E per farlo ovviamente dobbiamo essere uniti»

18 maggio 2011:

Lascia la presidenza dell’assemblea nazionale del partito.

In molti sono pronti a scommettere che Andrea Ronchi, protagonista di questa incredibile serie di profezie mai avverate, sia pronto a tornare nel Pdl. 

In ogni caso, nonostante svariati rimpasti, la poltrona di ministro per le Politiche comunitarie è vacante da quando l’ha lasciata.

Suggerimento alle opposizioni.

Avanzo, molto immodestamente, un suggerimento alle opposizioni (non riesco a parlare come D’Alema di un’unica «alleanza costituente» che vada da Fli a Vendola, il solo pensiero di vedere un governo simile insediarsi mi fa rabbrividire): per favore, non commentate più il Rubygate. Evitate i toni moralisti, le polemiche sul «corpo delle donne» o sulla presunta privacy del presidente del Consiglio, i commenti sul «regime» e il potenziale eversivo di Berlusconi, i panegirici infiniti nei talk show televisivi sul «tramonto del berlusconismo» (è dal 1994, che «tramonta»), le frecciatine sagaci sul «puttaniere di Hardcore», il «Re Merda» e tutto il frasario travagliesco che strappa, al massimo, una risatina amara o un commento sdegnato su Facebook.

Su questo chi voleva farsi un’idea, dopo la pubblicazione delle carte dell’inchiesta della procura di Milano, se l’è fatta. Chi voleva sapere, sa. E chi voleva condannare, ha emesso la sentenza. E poi, onestamente, il tutto si commenta da sé: non mi serve la prosa ingarbugliata di Rosy Bindi. La magistratura farà comunque il suo lavoro, anche senza le sue spiegazioni.

Perché avanzo questo consiglio? Perché di tutto questo all’elettore medio del Pdl, checché ne dicano i sondaggi (peraltro male interpretati) di Repubblica, non interessa un bel niente. E poi, per un altro motivo: il vero bluff del Cavaliere, l’ennesimo, sta per consumarsi sulle tasse, sull’economia, su ciò che davvero interessa al famigerato «Paese reale». Che è in ginocchio, e su questi temi è molto più sensibile rispetto all’ultima notte brava di Berlusconi.

Sarebbe dunque il caso di spendere il massimo delle forze per smascherare l’incredibile costruzione mediatico-politica che sta montando, grazie alla “geniale” intuizione di Giuliano Ferrara, dopo la lettera di Berlusconi al Corriere sul «piano bipartisan per la crescita». Qui c’è un pazzo che è convinto di poter far salire il Pil del 3-4% in cinque anni grazie a riforme vuote, raffazzonate in un intervallo di tempo compreso tra un giorno e una settimana, che vanno dal piano case al fisco, dalla modifica degli articoli 41 e 118 della Costituzione a un magico incastro con un federalismo alla giornata di cui non capiscono ormai più nulla nemmeno i proponenti. E che rischia di metterci, per l’ennesima volta, le mani in tasca.

Ecco, ci sarebbe un incredibile mostro chiamato, di nuovo, «rivoluzione liberale» da abbattere. Fatelo, per favore. Prima che il Cavaliere possa giocarsi questa carta, consunta ma finora vincente, in campagna elettorale. Ed evitando, se possibile, di parlare di «patrimoniale», grazie.

Che fai, lo cacci?

C’erano una volta i finiani in polemica contro le leggi ad personam per Silvio Berlusconi. Da qualche tempo, tuttavia, i toni si sono ammorbiditi. Ma oggi c’è addirittura in Fli chi pensa che le accuse di concussione e prostituzione minorile avanzate dalla procura di Milano al presidente del Consiglio siano l’occasione giusta per ribadire «con più urgenza» l’opportunità di una legge ad personam per Berlusconi.  Si tratta del deputato Roberto Rosso, passato dal Pdl a Fli agli inizi di novembre diventandone pure il coordinatore regionale in Piemonte. Che ha rotto il prudente silenzio dei futuristi sulla vicenda a questo modo:

Le recenti vicende giudiziarie del premier Berlusconi rilanciano con più urgenza l’opportunità, già ammessa dal presidente Fini, di circondare di uno scudo costituzionale, per tutta la durata del mandato, l’attività delle alte cariche italiane.

Perché

Di fronte all’emergenza economica e sociale del Paese i nostri connazionali si aspettano infatti che il premier si occupi dei loro problemi, anziché delle udienze cui magistrati di mezza Italia lo convocano, rimandando al termine del mandato la doverosa risposta, in sede giudiziaria, alle accuse contestategli.

Due domande:

  • è questa la posizione di Futuro e Libertà e del terzo polo?
  • in caso di risposta affermativa, a che è servito l’ormai famoso «che fai, mi cacci»?