La Rete di Grillo non esiste

(Da Limes 4/2013, pp. 109-115)

Al cuore dell’offerta politica e della «rivoluzione culturale» del MoVimento 5 Stelle c’è una concezione irrealistica della «Rete», usata in modo strumentale dal suo ideologo Gianroberto Casaleggio e dal «garante» Beppe Grillo per dare corpo alla differenza fondamentale che intercorre tra i Cinque Stelle e «i partiti». Ovvero, l’idea che dalla democrazia rappresentativa così come la conosciamo si debba – per uscire dalla crisi istituzionale, economica e sociale in cui ci troviamo – gradualmente approdare a una «iperdemocrazia» basata essenzialmente sull’uso di Internet per sostituire i partiti politici1. E l’articolo 67 della Costituzione, il divieto di mandato imperativo, da mutare in un rapporto di totale «dipendenza» degli eletti (che divengono così meri «portavoce») dagli elettori.

È infatti «alla totalità degli utenti in Rete» (e non dei cittadini) che il «non statuto» – come lo statuto vero e proprio – del M5S riconosce «il ruolo di governo e indirizzo normalmente attribuito a pochi»; e la sua sede coincide con l’indirizzo web beppegrillo.it. «È la Rete che cambia tutto!», gridava l’ex comico dal palco di Piazza San Giovanni, concludendo trionfalmente lo Tsunami Tour che ha contribuito a portare il M5S al 25,5% dei consensi alle elezioni politiche 2013. Una visione che ben si accorda con quella dei tanti movimenti nati, pur senza accettare la sfida di entrare nelle istituzioni per cambiarle, in tutto il mondo: dagli Indignados a Occupy Wall Street.

A uno sguardo superficiale, i proclami tecno-entusiasti sembrerebbero giustificati. Dal 2005, anno di nascita del blog, a oggi, Grillo è riuscito – grazie alla piattaforma Meetup.com – a dare corpo prima a una moltitudine (gli ultimi dati dicono siano oltre 500 in 381 città di 11 Paesi diversi2) di gruppi locali nati sul web e cresciuti grazie all’interazione con modalità più tradizionali di attivismo politico (gazebo, volantinaggi, incontri, convegni); e poi, dal 2009, a un movimento nazionale vero e proprio, il M5S appunto, capace di passare dal 2-3% degli esordi a sondaggi fino a quasi il 30% dei consensi. Si badi bene, in tutto il Paese, e pescando – pur se maggiormente a sinistra – da tutti i tipi di elettorato3. La soluzione del problema di coordinare i due livelli, locale e nazionale, dipende in buona parte secondo gli attivisti4 da come verrà realizzata ed effettivamente implementata la piattaforma informatica di partecipazione «dal basso» cui i tecnici di Casaleggio stanno lavorando da oltre un anno, e che pare in dirittura d’arrivo.

Ma se la tecnologia gioca un ruolo determinante nell’organizzazione della politica a Cinque Stelle, siamo sicuri sia stata altrettanto importante nel garantirne il successo? I dati provenienti dalle elezioni dello scorso 24 e 25 febbraio sembrano non supportare l’affermazione, che dà il titolo a un’analisi di Casaleggio dopo l’ottimo risultato alle amministrative 2012, per cui «le prossime elezioni si vincono in Rete»5. Prima di tutto, nessuno dei tanti (troppi) analisti dei flussi conversazionali e di presenza sui social media è riuscito a predire il risultato delle urne, né per «i partiti» né per Grillo6.

Si prenda per esempio la mappa delle menzioni su Twitter per Grillo prodotta da Tycho Big Data per La Stampa (lanciata sotto l’ambizioso cappello «perché ha vinto chi vincerà stasera le elezioni»), e la si confronti con quella dei voti realmente ottenuti dal M5S.

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Se in regioni come la Liguria e il Lazio i risultati sembrano sovrapponibili (rispettivamente, il 32,1 e il 28% di preferenze cui si associano una frequenza di menzione «alta» e «molto alta»), altrettanto non si può dire per Marche (32,1% di consensi reali, con picchi del 33,5 a Pesaro e Urbino – ma la frequenza in regione è «bassa»), Friuli (27,2%, frequenza «bassa») e soprattutto Sicilia. Dove, a fronte di una frequenza di menzioni su Twitter «bassa», il M5S ha raccolto il 33,5% dei voti con punte addirittura del 40% a Trapani, del 39,3% a Ragusa e del 37% a Siracusa. Ancora, i dati non si correlano se non marginalmente con la mappa del digital divide7 – cioè la difficoltà di accedere a Internet – nel Paese, che in ogni caso è agli ultimi posti per connettività tra quelli sviluppati.

Difficile dunque spiegare il successo elettorale in termini unicamente dell’uso più o meno «perfetto» di Internet da parte di Grillo e dei suoi. Non a caso, gli analisti più attenti delle cause della loro affermazione dicono altro. Prima di tutto, contrariamente a quanto sostiene Casaleggio, la Rete non sta «sostituendo» gli altri mezzi di comunicazione. Secondo l’istituto Cattaneo, anzi, perfino tra i Cinque Stelle il principale strumento di informazione resta la televisione8.

Ancora, Biorcio e Natale – osservando la lenta ascesa dei consensi del M5S, paragonabile a quella della Lega di Bossi piuttosto che a quella di Forza Italia e Berlusconi – scrivono che «soltanto quando si afferma il tema centrale, la critica feroce alla classe politica (…) inizia realmente l’ascesa». Per precisare poco dopo: «Sono la crisi delle tradizionali forme di partito», giunte dopo l’esperienza del governo Monti ai minimi storici, «e la feroce alterità nei confronti dei politici contemporanei (…) a rimanere i due tasselli fondamentali del successo di Beppe Grillo». Ilvo Diamanti aggiunge: «Il successo del M5S, nell’ultimo anno, dipende, in larga misura, dal sostegno e dal consenso di elettori che non frequentano il suo blog, non partecipano ai Meetup né alle manifestazioni promosse dal leader»9Insomma, se avesse vinto le elezioni «in Rete», non si capisce perché l’abbia fatto solo ora e non già prima. E, soprattutto, non si capisce perché altri partiti presenti in Rete con modalità di coinvolgimento perfino più avanzate di quelle – sostanzialmente ‘broadcast’, unidirezionali – di Grillo10 non ne abbiano beneficiato affatto.

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Non c’è dunque nessun automatismo nella corrispondenza tra il primato del M5S online e nelle urne. Ma, per capirlo a fondo, bisogna chiedersi: cos’è «la Rete» secondo Grillo e Casaleggio? Dalla lettura del loro vero e proprio manifesto politico, Siamo in guerra (2011, Chiarelettere), emerge la visione di una entità radicalmente rivoluzionaria (la sua comparsa nella storia è un evento unico), dotata di leggi sue proprie, immutabili (a cui le norme sociali – per prime, quelle che regolano la convivenza democratica – devono piegarsi, piuttosto che viceversa), il cui cammino è destinato a portare con sé una promessa millenaristica e salvifica (si vedano i proclami di Casaleggio nel video ‘Gaia: the future of politics’) e, soprattutto, che sta al centro sia della definizione che della soluzione di ogni problema.

Caratteristiche che, utilizzando la terminologia impiegata dallo scienziato politico bielorusso Evgeny Morozov nel recente volume To Save Everything, Click Here (2013, Penguin Books), possono essere definite «epocalismo» (l’idea che Internet rappresenti una rivoluzione «inedita», un primum nella storia umana), «Internet-centrismo» (tutti i problemi vanno definiti e affrontati attraverso Internet) e «soluzionismo» (la convinzione che la politica sia fatta di bug che abbisognano di un aggiustamento, fix, ottenibile – sempre – tramite un numero finito, algoritmico, di passi).

Fare ricorso all’armamentario concettuale di Morozov non è un vezzo accademico, ma il modo per ricondurre l’ideologia di Casaleggio e Grillo a radici che affondano nella storia del pensiero tecnologico e – soprattutto – degli evangelisti e intellettuali di Silicon Valley dell’ultimo ventennio. E, una volta compiuta questa operazione, applicare all’«iperdemocrazia» a Cinque Stelle le critiche che Morozov applica a quella tradizione.

Prima di tutto, per dire che «la Rete» abbia in realtà dato luogo agli stessi (eccessivi) proclami di rivoluzione democratica scaturiti dall’invenzione della stampa, del telefono e della televisione; che non sia dotata di alcuna legge di natura intrinseca e necessaria, come dimostrato dalle aspre battaglie politiche necessarie a mantenerne la regolamentazione a livelli compatibili con la libertà di espressione11; e che decisioni come quella di dare il proprio voto a Pietro Grasso per la presidenza del Senato o affidare la fiducia al Pd nella formazione di un nuovo governo siano tutte politiche, e non certo risolvibili con un algoritmo che esegua la sommatoria di qualche migliaio di click online.

Ancora, per sostenere che «la Rete» di cui parlano i due ideologi del M5S non esiste. E del resto, non è difficile crederlo leggendo alcuni passaggi del già citato Siamo in guerra. La Rete, scrivono i due, «è francescana, anticapitalista» («nel web le idee e la loro condivisione valgono più del denaro»; Mark Zuckerberg annuisce); «permette all’ignaro investitore di comprendere i misteri della Borsa» (sarà per questo che brancoliamo nel buio rispetto a come regolare il trading algoritmico12 e risolvere la crisi economica in atto dal 2008); darà i natali a «nuovi Dostoevskij del digitale», «renderà i politici del futuro più intelligenti», e noi tutti più onesti. Perché «non rubi attraverso la Rete».

Ancora e soprattutto, la Rete «assomiglierà a un genio della lampada che ci risponderà su qualunque argomento». Ed è questo il fulcro del problema qualora si osservi il movimento non come catalizzatore di una protesta diffusa contro i partiti e l’attuale classe dirigente, ma come motore di un cambiamento radicale del nostro sistema istituzionale. È grazie all’«intelligenza collettiva» sviluppata su Internet mettendo in connessione i «terminali» a Cinque Stelle, questa l’idea, che ogni problema trova magicamente soluzione13. Una panacea per ogni male. Le agenzie interinali per collocare i lavoratori che usufruiranno del reddito di cittadinanza propagandato nel programma del M5S? Saranno la Rete, ha detto e ripetuto Grillo nei suoi comizi. Le parti mancanti del programma stesso? Ci pensa la Rete. Allo stesso modo, sarà la Rete a eliminare – pur gradualmente – ogni menzogna e falsità (nel frattempo, si apra la caccia ai ‘troll’, i disturbatori sul blog di Grillo14) e «gran parte delle strutture gerarchiche» che le diffondono. Tra cui, gli odiati giornali, ma anche gli esperti, gli intellettuali e chiunque anteponga sostanzialmente l’«io» al «noi». Nelle parole del neo-eletto Andrea Cioffi all’incontro romano all’Hotel Universo, «dobbiamo demolire il nostro ego per metterlo al servizio dell’Idea complessiva».

‘Internet-centrismo’ e ‘soluzionismo’ allo stato puro, per dirla con Morozov. Che hanno la sgradevole conseguenza di ridurre i cittadini a consumatori (che, come tali, «hanno sempre ragione»), i politici a «dipendenti» costretti a obbedirvi in ogni caso (e se la maggioranza fosse in errore?) e la politica a un contrattare continuo che tuttavia si risolve sempre e necessariamente nella decisione dei pochi che hanno tempo e capacità per stare sempre a contrattare15, e nel «mi piace» tramite referendum istantanei permanenti di tutti gli altri.

Ci sarebbe l’istituto della delega «liquida» che deriva da sistemi informatici come «Liquid Feedback», utilizzato dai Pirati Tedeschi e che consente di affidare e revocare la delega in maniera selettiva e temporanea a seconda dell’argomento trattato. Ma, come ricorda Morozov, siamo sicuri lo sforzo necessario a capire di chi fidarsi sia inferiore rispetto a quello che serve per decidere da sé? E ancora: siamo sicuri che la «democrazia liquida» non dia solamente l’impressione di una maggiore partecipazione alla vita democratica? Dopotutto, alle parlamentarie del M5S hanno preso parte poco più di 32 mila attivisti – quando la base elettorale è di oltre otto milioni di italiani.

Nel movimento si è tanto discusso, e molto si discute, rispetto alla «democrazia interna»; e i critici non mancano di osservare che l’ideale della trasparenza assoluta – incarnato nello streaming, più o meno rispettato, di ogni riunione a contenuto politico del movimento e non solo – è terribilmente controproducente per la natura della politica stessa, che è compromesso e non può fare di un metodo (la trasparenza, appunto) un fine. Eppure poco o nulla si discute se, come scrive Riccardo Luna in Cambiamo tutto!, sia vero che «questo dell’intelligenza collettiva non è più solo un mito per tecno-utopisti: è un fatto». E se invece non lo fosse? La domanda è lecita in un Paese in cui un italiano su due non ha letto alcun libro negli ultimi dodici mesi e sette su dieci hanno difficoltà a comprendere un testo di media complessità scritto in lingua italiana.

Ancora, se è in Rete che questa «intelligenza» deve prodursi, va considerato il fatto che l’Italia – come detto – è tra i paesi sviluppati con maggiori problemi in termini non solo di carenze infrastrutturali per accedere a Internet (e come si esprime, nell’«iperdemocrazia», chi non è connesso?), ma anche e soprattutto dove il digital divide si coniuga in termini di deficit culturali e di genere.

Da ultimo, possibile produrre «intelligenza collettiva» nell’ecosistema web che ha in mente Grillo, dove l’anonimato è bandito (le regole per commentare al suo blog lo vietano), migliaia di commenti scompaiono senza capire bene perché e, soprattutto, c’è sempre il rischio che un non ben identificato «staff» equipari un commento critico a «trolling», cioè molestia digitale, e dunque faccia di ogni dissenziente un dissidente a rischio espulsione?

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Date tutte queste condizioni, l’idea centrale su cui si regge la parte propositiva e di metodo dell’offerta politica del M5S – quella che lo distingue essenzialmente da tutti gli altri, i «partiti» – potrebbe rovesciarsi nel suo opposto, in «demenza collettiva». Un movimento che catalizza il consenso di un italiano su quattro avrebbe il dovere di porre all’ordine del giorno un simile problema, e discuterlo – se davvero crede si tratti di una questione risolvibile con un dibattito collettivo in Rete – proprio sulle piattaforme online che dovrebbero distinguerlo dalla «vecchia» politica.

Se Grillo e Casaleggio hanno ragione, del resto, una risposta – e decisiva – non tarderà ad arrivare. Che non lo facciano rivela un pregiudizio o, peggio, una contraddizione fondamentale: che non basti dotarsi della migliore struttura tecnologica disponibile per produrre idee buone abbastanza da guidare un Paese popoloso e complesso come l’Italia (quali ha prodotto finora?), e che perfino loro lo sospettino.

E del resto, al cuore della critica morozoviana sta proprio l’idea che la politica non debba per forza somigliare alle sue riduzioni tecnologiche, e che la ricerca della perfezione algoritmica nella gestione della cosa pubblica possa addirittura diventare controproducente. Si pensi a quanto affermava Grillo il 25 gennaio 2012: «Io con un click, semplicissimo, decido se fare la guerra o non fare la guerra, se uscire dalla Nato, se essere padroni in casa nostra, se avere una sovranità monetaria, una sovranità economica». Che si pensi che decisioni simili, le cui conseguenze in termini diacronici non possono essere certo valutate istantaneamente dagli elettori dell’ipotetica «iperdemocrazia» a Cinque Stelle, si prendano premendo un bottone dovrebbe essere sufficiente a farci considerare con maggiore attenzione se il nuovo che avanza sia davvero migliore del vecchio che vogliamo, e dobbiamo, cambiare.

Note:

1 «Quando c’è un partito si instaura la corruzione. Noi vogliamo una cosa nuova. Una ‘iper-democrazia senza i partiti’ con al centro i cittadini. Metteremo in rete tutto. Anche le discussioni del movimento. È difficilissimo lo so ma noi ci vogliamo riuscire» (Beppe Grillo a Sette del Corriere della Sera, 30 maggio 2012).

2 Natale, P. e Biorcio, R., Politica a 5 Stelle, 2013, Feltrinelli.

3 Si vedano in proposito P. Corbetta, E. Gualmini (a cura di), Il partito di Grillo, 2013, il Mulino; l’analisi dei flussi elettorali per le politiche 2013 dell’Istituto Cattaneo; e lo stesso Politica a 5 Stelle.

4 E anche questa è una forma di quello che in seguito definiremo «soluzionismo».

6 Come ho dimostrato in questa analisi per Valigia Blu: http://www.valigiablu.it/elezioni-2013-non-ha-vinto-internet-abbiamo-perso-noi/

7 http://tg24.sky.it/tg24/economia/mappe/internet_digital_divide_italia.html Da cui si evince, per esempio, che in Friuli il digital divide è alto, ma lo sono anche i consensi di Grillo; in Lombardia basso, così come i consensi di Grillo.

8 «Internet è religione nelle parole del Movimento, eppure la televisione è il primo mezzo usato dai grillini», ha detto Elisabetta Gualmini a Huffington Post Italia, http://www.huffingtonpost.it/2013/01/30/beppe-grillo-ricerca-cattaneo_n_2581558.html. Ne Il partito di Grillo, da lei curato, si legge che la televisione è considerata dal 71% degli elettori del M5S tra i «primi due canali di informazione più utilizzati per intenzione di voto».

9 Diamanti, I., Una mappa della crisi della democrazia rappresentativa, in Comunicazione Politica, XIII, 1, aprile 2013.

10 Si pensi alla piattaforma collaborativa utilizzata da Scelta Civica di Mario Monti, per esempio, cui ha corrisposto una débâcle– e non un successo – elettorale.

11 Si vedano le campagne di attivismo necessarie a contrastare norme liberticide come le statunitensti SOPA e PIPA, le prime versioni del trattato anticontraffazione ACTA, il nuovo sistema di governance inizialmente proposto da alcuni Paesi in occasione dell’ultima conferenza mondiale delle telecomunicazioni (WCIT) e, in Italia, le polemiche infinite sul cosiddetto «comma ammazzablog».

12 Si veda in proposito Steiner, C., Automate This, 2012, Portfolio.

13 Non a caso i due primi capigruppo a Senato e Camera nei video di auto-candidatura al Parlamento sostenevano: «Il nostro ruolo di portavoce dovrebbe essere quello di farci collettori di una intelligenza collettiva» (Vito Crimi). «La Rete e l’intelligenza collettiva che a essa è sottesa devono formare una nuova idea di stato e di cittadinanza» (Roberta Lombardi).

14 Chiusi, F., Se il troll si nasconde in casa tua, pubblicato sui quotidiani locali del gruppo Espresso il 4 aprile 2013.

15 Le élite «casuali» di cui parla Stefano Rodotà in Tecnopolitica (2004, Laterza). Per un approfondimento sul tema, si legga Formenti, C., Cybersoviet, 2008, Raffaello Cortina Editore.

Critica della democrazia diretta istantanea di Wolff

In difesa dell’anarchia è un bel testo di Robert Paul Wolff del 1970 in cui si indaga la questione – attualissima – del conflitto tra autorità (dello Stato) e autonomia (dell’individuo). Il filosofo dedica pagine lucidissime a enucleare il problema. Che, più chiaramente, è esposto a pagina 22: «Il solo modo per preservare l’autonomia e nel contempo l’autogoverno collettivo è la democrazia diretta unanime. In altre parole, l’autonomia può essere preservata nel processo legislativo solo se ogni persona vincolata dalla legge partecipa direttamente alla determinazione della legge stessa, e inoltre se ogni persona è vincolata solo da quelle leggi per le quali ha direttamente votato. Ogni genere di regola maggioritaria è un compromesso con l’autonomia. E la rappresentanza, come fece notare Jean-Jacques Rousseau molto tempo fa, non è molto meglio di un autoasservimento volontario».

Discorso di straordinaria importanza, nell’epoca della crisi delle democrazie rappresentative o, per alcuni, addirittura delle postdemocrazie. La soluzione, suggerisce l’autore, è  la democrazia diretta unanime. Che tuttavia, prosegue, è un ideale, un limite che ha una funzione teorica (dire come dovrebbe essere uno Stato perfettamente legittimato dal rispetto dell’autonomia dei suoi cittadini – un discorso dunque normativo) e pedagogica. Ma non è realizzabile nei fatti: «L’unica proposta che sembra risolvere genuinamente il conflitto (tra autorità legittima dello Stato e autonomia morale dell’individuo, ndr) – la democrazia diretta unanime – è così restrittiva nelle sue applicazioni da non offrire alcuna seria speranza di poter essere tradotta in uno Stato effettivo. Anzi, dato che essa raggiunge il successo solo escludendo proprio i conflitti di opinione che la politica è designata a risolvere, potrebbe essere considerata un caso limite di soluzione più che un esempio veritiero di Stato legittimo» (p. 109).

La democrazia diretta unanime tradizionale non è praticabile. E tuttavia, Wolff dice che con l’innesto del digitale è tutto diverso (Morozov lo taccerebbe, giustamente, di epocalismo, Internet-centrismo e soluzionismo insieme – tutti termini che spiego qui): «Quando ho scritto In difesa dell’anarchia la rivoluzione dei computer era ancora nella sua infanzia», scrive nella Prefazione alla Seconda Edizione, datata febbraio 1998. E ancora: «Quando evocavo l’idea di una democrazia diretta tecnologicamente avanzata, il massimo che potevo concepire era l’uso di apparecchi televisivi e di analizzatori di impronte digitali» (alcuni ribattezzano l’idea «democrazia televisiva», dice). «Ma ora che siamo entrati nell’era dell’informatica, dovrebbe apparire ovvio a tutti che gli ostacoli tecnici a una democrazia diretta – o plebiscitaria – sono stati risolti» (puro soluzionismo).

E chi ne dubita? Rivela di non essere un vero democratico: «La forza e l’immediatezza con cui la forza e le obiezioni alla democrazia diretta emergono ogniqualvolta l’argomento viene tirato in ballo dimostrano, se ancora ce ne fosse bisogno, che ben pochi studiosi di scienze politiche credono davvero nella democrazia» (pp. 26-27).

Ma in che cosa consiste la proposta di una «democrazia diretta istantanea»? La risposta è alle pagine 69-73. L’ipotesi è doppia: «Attualmente gli ostacoli che si frappongono a una democrazia diretta sono solamente tecnici» (IPOTESI 1, di cui non si capisce la fondatezza – a meno che non si identifichino democrazia diretta istantanea e democrazia diretta unanime, ossia non si sostenga che il problema sia ‘solamente’ di come ottenere una democrazia funzionante attraverso l’unanimità e non la regola – definita non giustificata dal punto di vista dell’autorità morale dello Stato che la usa sul singolo – della maggioranza); «e possiamo quindi supporre che in questi tempi di progresso tecnologico pianificarli sia possibile eliminarli» (IPOTESI 2, che rientra perfettamente nelle critiche di Morozov, come del resto l’«iperdemocrazia» di Casaleggio, di cui rappresenta una sorta di antesignano, ma con la televisione al posto della «Rete»).

Wolff abbozza anche come dovrebbe essere il cuore pulsante della nuova democrazia elettronica: «Propongo che per promuovere gli ostacoli a una democrazia diretta sia messo a punto un sistema di congegni elettorali a domicilio. In ogni abitazione si dovrebbe installare sul televisore un dispositivo che registri elettronicamente i voti e li trasmetta a un elaboratore che si trova a Washington». Per chi non ha la tv, serve un «aiuto finanziario federale». I brogli? Nessun problema: il dispositivo sarà attrezzato per «registrare le impronte digitali».

«Ogni sera, all’ora in cui si trasmette il notiziario, ci sarebbe un programma, in collegamento nazionale su tutte le stazioni, dedicato al dibattito delle varie questioni davanti a tutti i cittadini». Qualunque progetto di legge presentato al «Congresso» (come diremmo oggi) sarebbe dibattuto dai rappresentanti di tutte le diverse posizioni. Verrebbero naturalmente fornite istruzioni sulle questioni tecnicamente difficili e vi sarebbero dibattiti formali, interrogazioni e così via. A dei comitati di esperti (ma non era una democrazia diretta?) verrebbe dato l’incarico di raccogliere dati (quindi sarebbero loro a formulare i quesiti e dettare l’agenda – non si scappa dai problemi evidenziati dalla letteratura recente per esempio in psicologia cognitiva e scienza politica sul framing e le sue conseguenze sulle decisioni individuali e aggregate), raccomandare nuove misure o preparare schemi di leggi. Si potrebbe inoltre istituire la funzione di Pubblico Dissidente per garantire che vengano ascoltati i dissidenti e chi ha posizioni poco comuni (sì, ma come si compongono le posizioni comuni e quelle non comuni se non tramite la regola della maggioranza, anche in democrazia diretta istantanea?). Ogni venerdì, dopo una settimana di discussioni e dibattimenti, si procederebbe alle votazioni. Le misure da adottare sarebbero sottoposte al pubblico, una per una, e la nazione registrerebbe istantaneamente le sue preferenze grazie ai congegni elettronici (in sostanza, è una forma di click democracy aumentata da una fase precedente di discussione per una deliberazione informata: ma quanto tempo e coinvolgimento da parte dei cittadini richiede? Una quota compatibile con le nostre vite attuali? Restano poi valide tutte o quasi le critiche applicabili a una click-democracy). Così prevarrebbe la regola della maggioranza semplice», ammette poi Wolff, che passa le successive trenta pagine a smontarne l’autorità morale, v. p. 94.

L’autore stesso dice che la soluzione non è perfetta, ma «una comunità politica che amministrasse i suoi affari per mezzo della «democrazia diretta istantanea» è incommensurabilmente più vicina a realizzare l’ideale di una democrazia autentica che non le cosiddette nazioni democratiche oggi esistenti» (contestabile: dipende 1. dalla reale efficacia e capacità di funzionamento del nuovo ordinamento istituzionale; 2. dai risultati ottenuti in termini di bene comune: come essere certi che le decisioni prese unicamente dal popolo nella sua interezza siano necessariamente migliori di quelle prese dai suoi rappresentanti, se sappiamo come funzionano in pratica le democrazie rappresentative ma non quelle dirette, specie se istantanee?).

Wolff non è preoccupato dagli esiti di una dittatura della maggioranza istantanea: «gli uomini imparerebbero molto presto – cosa che oggi è pura chimera – che i loro voti possono produrre un cambiamento nel mondo, un cambiamento immediato e visibile» (e per i cambiamenti non immediatamente visibili, questa soluzione sarebbe benefica?). «Non c’è niente di meglio di questa consapevolezza per suscitare rapidamente un senso di responsabilità» (e perché mai non dovrebbe essere invece la ragione migliore per fare spudoratamente i propri interessi, e cercare di vederli realizzati tramite campagne di disinformazione, corruzione degli esperti che pongono le questioni, le dibattono in tv – o in rete, nelle piattaforme liquide di oggi – e formulano le proposte di legge, attività di lobbying e tutto l’armamentario di strumenti di pressione sull’opinione pubblica che conosciamo in atto nelle democrazie rappresentative?). Ancora: «Come si potrebbe non riconoscere che la democrazia diretta istantanea genererebbe un livello di interesse e di partecipazione agli affari politici oggi impensabile?» (inoltre, «la giustizia sociale prospererebbe come non è mai accaduto finora» – di nuovo, e perché mai? L’autore non lo dice).

Insomma, la questione da porre a Wolff è: se non resta che l’anarchismo (questo l’esito della disanima teorica del rapporto inconciliabile tra autorità statale e autonomia dell’individuo), perché la democrazia diretta istantanea? Ne è un esempio? E se non lo è (e del resto ha delle sue regole vincolanti per il singolo, già nell’embrionale proposta), da dove trae la legittimità teorica per sottrarvisi? Dal suo essere, ammesso lo sia, una forma di democrazia diretta unanime realizzata? Questioni valide a maggior ragione oggi che gli esperti – per esempio, Steven Johnson – si interrogano sull’opportunità di promuovere forme di «democrazia liquida» basate su concetti non molto differenti da quelli di Wolff.

Per una critica morozoviana dell’«iperdemocrazia» del M5S

Domattina al liceo Tasso di Roma con Arturo di Corinto e Davide Bennato si parla di ‘Democrazia e web‘. Per chi non potesse venire, queste sono le slide che presenterò. Si tratta del nucleo concettuale di un ragionamento più lungo e articolato che verrà pubblicato in seguito e che, in sostanza, applica l’armamentario concettuale sviluppato da Evgeny Morozov nel suo nuovo libro, ‘To Save Everything, Click Here’ (qui la recensione per l’Espresso), all’ideologia internettiana di fondo del MoVimento 5 Stelle.

Niente di particolarmente nuovo per chi segue questo blog da qualche tempo (come si può vedere dagli ‘approfondimenti’ proposti in fondo alle slide), ma era giunto decisamente il momento di mettere un po’ di ordine tra le idee e le critiche all’«iperdemocrazia» di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio sviluppate in quest’ultimo anno circa.

Contro-Amaca, o del determinismo tecnologico di Michele Serra

«Era come se il mezzo (che mai come in questo caso è davvero il messaggio) generasse un linguaggio totalmente binario, o X o Y, o tesi o antitesi», scrive Michele Serra nell’Amaca odierna, raccontando l’esperienza della «visione di un programma tivù in compagnia di un amico» intento a leggere e leggergli «quasi in diretta» la relativa «gragnola di commenti su Twitter». Che suscitano in Serra una riflessione amara: «Nessuna sintesi possibile, nessuna sfumatura»: solo un «puerile scontro tra slogan eccitati e frasette monche.» Conclusione? Solo lontano da «quel cicaleccio impotente» si impara a dialogare, ascoltare, ragionare. «Dovessi twittare il concetto, direi: Twitter mi fa schifo. Fortuna che non twitto».

Ma la riflessione di Serra, corretta nell’individuazione dei sintomi, sbaglia diagnosi. E la sbaglia perché viziata da un difetto all’origine: l’idea che sia il mezzo a generare necessariamente quel linguaggio di contrapposizione binaria, un po’ urlato e un po’ lapidario, che impedisce un confronto costruttivo. E’ l’altro lato del determinismo tecnologico che abbiamo imparato a conoscere, e criticare, in chi sostiene che – sempre e comunque – più Internet uguale più democrazia, e che la Rete abbia un potere intrinsecamente liberatorio e salvifico. Un cyber-utopismo alla rovescia, in altre parole, in cui più Internet significa invariabilmente più insulti, più contrapposizioni «totalmente binarie» o, a seconda delle varianti, più menzogne incontrollabili.

Posizioni pericolose, come ha efficacemente argomentato Evgeny Morozov in L’ingenuità della rete.’ Perché ignorano l’importanza del contesto in cui Internet si diffonde, e di capire quali sue caratteristiche abbiano quali effetti in quale tipo di società. Perché, soprattutto, riducono i cittadini digitali a una massa indistinta di automi che reagiscono agli stessi stimoli con le stesse risposte, ignorandone le differenze. Lo stesso vale per Twitter: nelle mani di un dittatore è uno strumento per controllare in tempo reale il dissenso, e reprimerlo; in quelle di un attivista, un modo per contrastarne l’azione. Ancora, è lo stesso mezzo che brucia le agenzie e moltiplica le possibilità del citizen journalism e, allo stesso tempo, consente a notizie non verificate di fare il giro del globo in pochi secondi.

Ma non è una questione di caratteri: lo dimostra il fatto che anche su Facebook, dove si può scrivere quanto si vuole, si riproduca quello scontro manicheo tra buoni e cattivi, eroi e tiranni, amici e nemici che tanto ha colpito Serra. Perché? Io credo, nel caso specifico, la risposta sia che a usare Twitter e Facebook sono gli stessi italiani che da vent’anni – e forse molto di più – concepiscono la politica come un’appendice della tifoseria della domenica, i problemi come risolvibili a colpi di slogan e il confronto come una serata infinita al bar. E’ demerito loro, e nostro, se strumenti di dialogo e condivisione come Twitter e Facebook sono diventati – come giustamente nota Serra – terreno di conquista per il narcisismo e il solipsismo: non di Twitter e Facebook.

Si può «imparare a leggere e scrivere» anche a colpi di 140 caratteri. Basta farlo senza pregiudizi. In fondo, sono sempre loro a uccidere la cultura.

(Foto: Raimondo Grillo Spina)

Morozov e il Grande Fratello digitale: «Sorvegliare l’industria della sorveglianza».

Nel keynote speech al Chaos Communication Congress in corso a Berlino dal 27 al 30 dicembre, Evgeny Morozov affronta un problema non nuovo, ma di grande attualità: la sorveglianza digitale compiuta dai dittatori attraverso la tecnologia ottenuta da aziende occidentali. E’ un vero e proprio mercato, dice Morozov, che conduce (in molti casi consapevolmente) alla violazione di diritti umani, e si traduce in monitoraggio e manipolazione di email e sms, filtraggio dei contenuti online, videosorveglianza ‘intelligente’, atti di spionaggio delle attività online dei cittadini digitali.

Sul tema, Morozov ricorda l’ottima inchiesta di Bloomberg, Wired for Repression, e Censorship Inc. del Wall Street Journal. Ma si spinge oltre, ponendosi una domanda finora poco affrontata: da dove nasce questo mercato? Non dalle richieste dei dittatori, afferma Morozov, ma da quelle delle democrazie occidentali. Su tutte, degli Stati Uniti – che hanno dato incentivi (anche e soprattutto economici) alle aziende dedicate allo sviluppo degli strumenti di sorveglianza. La ragione è sempre la stessa: combattere il terrorismo, lo spionaggio e la criminalità organizzata domestica. In altre parole, siamo di fronte a un’altra delle numerose controindicazioni della ‘guerra al terrore’: più sicurezza, anche se al prezzo di un vero e proprio Grande Fratello digitale.

Che fare? Le sanzioni (per esempio, il divieto di esportare queste tecnologie) funzioneranno unicamente se globali, spiega Morozov: implementarle solo in Europa e negli Stati Uniti non farà altro che incrementare le vendite di aziende concorrenti in Cina, India, Brasile. Quello che si può e si deve fare, dunque, è «sorvegliare l’industria della sorveglianza». E’ un compito che spetta ai giornalisti, certo, ma anche agli attivisti e a qualunque cittadino digitale consapevole. Perché, sostiene, le aziende hanno operato in modo spregiudicato, finora, alla completa luce del sole.

Soprattutto, è tempo di ricollegare il fenomeno alla sua origine domestica, interna alle democrazie occidentali. Ricostruendo i rapporti economici e di potere che hanno permesso l’instaurarsi degli affari di cui siamo venuti a conoscenza. Inserendoli inoltre nel più ampio contesto della politica estera dei paesi coinvolti. Morozov cita il caso di Cisco in Siria, i cui affari sono stati prima incentivati dagli Usa e poi deprecati, a seconda dei rapporti di Assad con gli Stati Uniti. Ma anche quello di Sarkozy, intento a garantire – era solo il 2007 – tecnologie di sorveglianza a Gheddafi.

Usare i rapporti tra aziende occidentali e dittatori scoperti, dunque, come un grimaldello per scardinare quelli – anche più profondi, perché originari – tra quelle aziende e le richieste delle democrazie in cui operano. Solo a questo modo, conclude Morozov, si potranno troncare anche tutte le intermediazioni e le ipocrisie che consentono questo orrendo traffico di morte alla dissidenza.

L’intervento integrale di Morozov (video).