Ruzzlefication

La tragicomicità della lotta per la nostra attenzione online cresce con lo strutturarsi delle presenze online. E’ un dato anti-intuitivo (e qualitativo, in assenza di studi rigorosi), ma evidente. E riguarda il giornalismo quanto la politica. Gli esempi sono sotto gli occhi di chiunque frequenti le pagine Facebook dei candidati alle elezioni e di quotidiani online – ‘vecchi’ o ‘nuovi’ poco importa – in questi giorni confusi di campagna elettorale.

E’ un filo rosso che tiene insieme le pillole del Monti-pensiero incastonate in immagini pronte per essere condivise e le modalità sempre più strillate o scandalistiche di presentazione delle notizie, dai network di ‘controinformazione’ (Cado in Piedi) a quelli dell’informazione da click (Giornalettismo) passando per i colossi tradizionali giovani (Huffington Post) e meno giovani (Repubblica); la ruzzlefication degli spot elettorali (da Vendola al Pd) e gli indovinelli («Chi l’ha detto?»), le esche più o meno morbose («Attenzione, immagini di nudo!», «Guardate cos’è successo poco fa sul palco!!!») lanciate da giornali ai lettori, trattandoli – giustamente, forse – come pesci pronti ad abboccare.

Risultato? Una miscela di gamification, qualunque cosa essa sia, e riduzione estrema dei messaggi giornalistici e politici a fini di diffusione; il sacrificio dei contenuti all’altare della viralità, della politica alla comunicazione politica. Niente di terribilmente nuovo, certo (le banalizzazioni sono da sempre il principale prodotto delle campagne elettorali), ma è significativo che l’irruzione delle prime vere social media elections (o anche, delle primissime meme elections) non abbia cambiato sostanzialmente nulla da quando gli slogan propagandistici venivano declamati senza troppe interazioni dialogiche (senza troppo 2.0) in televisione o nelle piazze (per inciso: continuano a essere declamati anche in televisione e nelle piazze, e continuano a essere i luoghi davvero importanti per la formazione del consenso).

Certo, abbiamo guadagnato diverse piattaforme di ‘partecipazione dal basso’ o ‘liquida’. Ma che contino davvero nella stesura dei programmi elettorali (ammesso contino ancora i programmi elettorali) è tutto da dimostrare. Quanto ai titoli e alle riduzioni giornalistiche: anche loro non migliorano. Oggi, oltre che seo-friendly, i titoli devono essere social-friendly. Ma il risultato non cambia. Anzi, cambia solamente nel fatto che il potenziale di condivisione sui social è diventato uno dei criteri per stabilire se un articolo è degno di pubblicazione o meno.

Ora che abbiamo iper-personalizzato le fonti da cui ci approvvigioniamo, dalla social search di Google al graph search di Facebook («una doppia filter bubble», ha scritto Eli Pariser – che di filtri si intende – su Twitter), e che abbiamo pensato significasse principalmente disintermediare, dialogare, aprire, scopriamo che tra i prodotti primari di quella disintermediazione, di quel dialogo, di quella apertura c’è la composizione di un panorama desolante di informazioni e contenuti prodotte appositamente per essere facilmente tramutate in vetrine pubblicitarie. Tanto che viene da pensare che, alle prossime elezioni, il vero problema non sarà tanto o solo una improbabile par condicio 2.0, ma la sostituzione delle questioni sostanziali con réclame. E che saranno sempre più queste ultime, più che i contenuti, a contribuire a decidere della vita e della morte di un progetto politico o editoriale.

Il problema, alla radice, è quello di Lanier: le strutture formali (in questo caso, le modalità di fruizione del news feed di Facebook) condizionano ciò che contengono e che possono contenere. Con la ulteriore complicazione che alle forme tendiamo ad abituarci, e considerarle prive di alternative (lock in). La mia (pur limitata) esperienza lo conferma. Quando qualche settimana fa ho chiesto agli amici su Facebook se fosse o meno una buona idea postare i contenuti del mio blog anche integralmente sul mio profilo sul social network per ovviare al calo dei contatti, una parte non ha investito abbastanza tempo per capire a fondo cosa stavo cercando di dire, rispondendomi non chiudere il blog, è una pessima idea (mai nemmeno pensato); e un’altra, la più consistente, ha detto che il calo ha a che fare con l’assenza della tradizionale fotografia in cima al post (basta, mi ha stufato) e con titoli poco accattivanti (basta, mi hanno stufato pure quelli). Nessuno ha sollevato l’obiezione che mi sarei aspettato: i contenuti non sono abbastanza buoni. Tragicomico, appunto.

Il problema dell’autodittatura digitale

In psicologia cognitiva, la tendenza a credere in ciò che conferma il nostro sistema di credenze ha un nome: ‘confirmation bias‘. E’ un meccanismo del nostro modo di pensare che, in altre parole, ci ‘costringe’ a vedere solo ciò che vogliamo vedere – e ignorare il resto. Di norma è una tendenza bilanciata da quella, altrettanto potente, ad adattare ciò che sappiamo alle novità imposte dall’ambiente che ci circonda. Ma, segnala Eli Pariser in The Filter Bubblequesto delicato equilibrio è reso sempre più difficile dalla crescente personalizzazione dei contenuti di cui fruiamo su Internet, dalla pubblicità ai risultati dei motori di ricerca e del news feed di Facebook, per dirne alcuni. E’ un effetto collaterale perfino più pericoloso della disintegrazione (solo in parte volontaria) della privacy dei cittadini digitali, perché – proprio a causa del confirmation bias – siamo predisposti a non renderci conto della partigianeria dei contenuti che esprimono concetti con cui siamo d’accordo. E per questo tendiamo a ritenere i motori di ricerca oggettivi e imparziali – anche se non lo sono, dato che sono tarati sulle precedenti ricerche di ogni singolo utente, e danno maggiore rilevanza alle risposte adeguate ai suoi gusti. Il problema è che la personalizzazione dei contenuti è incrementale, e i filtri diventano sempre più precisi e selettivi. E così finiamo per ritrovarci – inconsapevolmente – all’interno di quella che Pariser chiama una «filter bubble», una «bolla» i cui confini sono stabiliti dai filtri che determinano con quali contenuti è più probabile veniamo in contatto. E che, sempre più, ci assomigliano, riducendo l’esperienza online a una specie perversa di solipsismo – allontanandoci al contempo dagli altri. In altre parole, la «filter bubble» tende a rinforzare «in modo drammatico» il ‘confirmation bias’. «In un certo senso, è fatta per quello», scrive Pariser. Il concetto che i filtri che offrono contenuti personalizzati (Alexis Madrigal ne offre una panoramica su The Atlantic: sono centinaia per una qualunque navigazione) si traduce secondo l’autore nel pensiero spaventoso di una «autopropaganda invisibile che ci indottrina con le nostre stesse idee.» Insomma, un’autodittatura digitale le cui conseguenze non sono solo individuali, ma anche – e soprattutto – sociali. Perché «la democrazia richiede che i cittadini vedano le cose l’uno con la prospettiva dell’altro.» E ancora, che «ci si affidi a fatti condivisi; invece ci vengono offerti universi paralleli, ma separati.» C’è chi sostiene che, tutto sommato, sia il prezzo da pagare per poter condividere su Facebook un articolo che ci piace tramite un semplice ‘like’ da una qualunque pagina web, o usufruire dei consigli per gli acquisti di Amazon, o per non dover semplicemente ridigitare l’url o la password di un sito che visitiamo frequentemente. Ma è un problema serio, la cui consapevolezza potrebbe non bastare. Prima di tutto, perché rivolgersi agli ‘esperti’ non aiuterà: sono proprio loro, scrive Pariser, le prime e più probabili vittime. E poi perché, nonostante il moltiplicarsi di richieste – la più recente da parte del governo USA – per strumenti che rendano visibile la «bolla» (a partire dalle opzioni ‘Do Not Track‘), c’è un’intera popolazione a cui ricordare che potrebbe essere preda di perversi meccanismi psicologici. Gli economisti tentano da decenni – e Daniel Kahneman ci ha perfino vinto un premio Nobel – di insegnare ai consumatori strategie per evitare che le loro scorciatoie cognitive li consegnino nelle mani dei dipartimenti di marketing delle multinazionali. Finora, tuttavia, non hanno avuto successo. Difficile credere che, se non vale per decidere cosa mettere nel carrello della spesa, valga per qualcosa di così terribilmente astratto come la democrazia.