Ma non si riuscirà mai a liberarci della democrazia diretta

da Vittorio Foa, ‘Passaggi’ (1993):

Nel pensiero corrente, che è anche quello classico, la democrazia è un insieme di regole sui diritti della maggioranza, sul rispetto delle minoranze, sul riconoscimento delle libertà fondamentali. La democrazia così definita, la democrazia rappresentativa, ovviamente non è esaustiva. Il pensiero politico ne descrive i limiti: i poteri invisibili, le oligarchie, i corpi intermedi con i loro interessi organizzati, il difetto di partecipazione, e soprattutto la disuguaglianza sociale che distrugge l’uguaglianza dei diritti. Si tratta di limiti pesanti che però possono essere curati e corretti dentro lo stesso schema classico della democrazia, tutto quello che si chiama politica vi è impegnato. Il vero, serio, limite della democrazia è dentro la rappresentanza, è nel rapporto tra rappresentante e rappresentato, quando quest’ultimo non si sente rappresentato da chi ha eletto come rappresentante. Non vi è, non vi può essere, un modello sistematico di democrazia diretta capace di risolvere una volta per tutte il rapporto fra rappresentante e rappresentato. Il socialismo libertario non ha mai potuto erigersi a sistema. Ma non si riuscirà mai a liberarci della democrazia diretta, essa vive come ineluttabile contestazione del rappresentante da parte del rappresentato. La democrazia diretta ha quindi come suo presupposto la democrazia rappresentativa. E senza la verifica della contestazione la democrazia rappresentativa morirebbe nella palude della burocrazia.

Se ciascuno, come Grillo, scegliesse i «suoi» media

«Io il mio media me lo scelgo», risponde Beppe Grillo a un giornalista di Piazza Pulita che cercava di fargli qualche domanda dopo il comizio a Brescia. Legittimo negarsi, ci mancherebbe. Ma proviamo a immaginare diventi un esempio per tutti i personaggi pubblici italiani, in particolare quelli che si trovino a gestire – in modo diretto o indiretto – un significativo consenso elettorale. Fai una domanda a Berlusconi? Nessuna risposta, perché lui ha i suoi media. Bersani? Niente da fare, anche lui ha i suoi media. Di Pietro, Vendola, Casini? Peggio per voi che chiedete: «Io il mio media me lo scelgo», potrebbero rispondere con Grillo, «ho il mio blog, e quello che dovremo dire lo scriveremo online». O sul nostro giornale o canale televisivo, poco importa – e solo su quello. Risultato? Decine, centinaia di domande le cui risposte sarebbero sostituite da comunicati stampa – sì, anche dei post su un blog possono svolgere la stessa funzione – riportati acriticamente o criticati senza possibilità di replica. E una guerra permanente tra miei media e loro media, sempre per interposta persona, sempre senza interpellare direttamente il bersaglio. In altre parole, la fine del confronto e del pluralismo, e di conseguenza l’avvio di una spirale autoritaria. Se questo è l’imperativo categorico dell’«iperdemocrazia» di Grillo, se questa è la massima da elevare a legge universale, c’è da tenersi stretta questa democrazia moribonda. In cui a volte i giornali non fanno le domande che dovrebbero, deturpano il pensiero degli intervistati, inventano notizie di sana pianta. E certo, fanno anche battaglie per il padrone. Ma quantomeno non pretendono di eliminare il contraddittorio. Né, di certo, di convincerci che sia una conquista democratica. C’è da sperare il comico non susciti emulazioni: chissà che finirebbe per pensare di se stesso se dovesse scoprirsi ispiratore – e fonte di legittimazione – della peggiore forma di arroganza della tanto detestata ‘Casta’: non rispondere alle domande, e cercare di convincerci sia colpa di chi le fa.

Perché serve una visione progressista del Paese

C’è un pensiero che Ignazio Silone, nel suo La scuola dei dittatori, mette in bocca al protagonista Tommaso il Cinico la cui verità è dimostrata dal suo essere attuale ancora oggi, a oltre settant’anni dalla formulazione. «La maggiore debolezza del sistema democratico nei nostri giorni», dice il personaggio dell’immaginario dialogo con un aspirante dittatore e il suo consigliere, «è, a mio parere, nel suo carattere conservatore». Che cosa significhi esattamente, Silone l’aveva spiegato poche pagine prima, parlando della tendenza della democrazia ad autodivorarsi nel suo processo di compimento: «E’ una condanna», scrive facendo parlare sempre il Cinico, «alla quale la democrazia difficilmente può sottrarsi. Infatti, essa deve soccorrere le masse e gli stessi imprenditori in difficoltà e può farlo soltanto sovraccaricando le vecchie istituzioni liberali di un numero sempre più grande di funzioni sociali. Ne risulta ovunque un accrescimento di poteri, di una specie e in una quantità tali che la democrazia politica non può in alcun modo controllare. La cosiddetta sovranità popolare», prosegue il Cinico toccando uno dei nervi scoperti della contemporaneità, «si riduce in tal guisa ancor più a una finzione. Il bilancio dello stato assume proporzioni mostruose, indecifrabili per gli stessi specialisti». Sembra di leggere la cronaca dei mesi del governo Monti, sopraffatto dal debito pubblico fuori controllo e reduce dall’immane difficoltà di individuare capitoli di spesa da tagliare e rendere efficienti. Non solo: «La sovranità passa alla burocrazia» – e alla tecnocrazia, aggiungeremmo oggi – «che per definizione è anonima e irresponsabile, mentre i corpi legislativi fanno la figura di assemblee di chiacchieroni che si accapigliano su questioni secondarie» – per esempio, il semipresidenzialismo imposto all’agenda dal Pdl. «Alla decadenza della funzione legislativa», continua Silone, «corrisponde fatalmente la caduta del livello morale medio degli eletti. I deputati non si curano che della propria rielezione. Per poter servire i gruppi di pressione che la facilitano, essi stessi hanno bisogno della benevolenza dell’amministrazione. Le autonomie locali, i cosiddetti poteri intermedi, tutte le forme spontanee e tradizionali di vita sociale, deperiscono, oppure, se sopravvivono, sono svuotati di ogni contenuto». Parole stese nel 1938, ma che sembrano raccontare il 2012. E che dipingono un quadro in cui le istituzioni democratiche non si adoperano più per rinnovare e rinnovarsi, ma per mantenere faticosamente le conquiste dei decenni precedenti – si veda, su tutte, la questione del lavoro. Mirando unicamente al consenso di breve termine, la classe dirigente «vive di mezze misure, giorno per giorno, e rinvia sempre all’indomani le questioni scottanti» – dalla riforma della legge elettorale ai diritti civili. «Costretta a prendere decisioni, essa nomina commissioni e sottocommissioni, le quali terminano i loro lavori quando la situazione è già cambiata», osserva il Cinico, così che «il colmo dell’arte per i democratici dei paesi in crisi sembra consistere nell’incassare degli schiaffi per non ricevere dei calci». Si pensi alla serie infinita di incontri, accordi, riunioni, annunci sul futuro della governance europea e ai deludenti risultati conseguiti: niente di più azzeccato. Insomma, «i democratici di oggi non hanno più un ideale da realizzare». Se non, appunto, tentare disperatamente di conservare – a destra ma anche e forse soprattutto a sinistra. Così si fa un gran parlare di riforme, ma quelle effettivamente ottenute non sono che una pallida imitazione di un progetto innovativo di lungo respiro per il Paese. Si discute per mesi di primarie per svecchiare la classe dirigente, poi di colpo vengono rimesse in discussione. E il leader che per quasi vent’anni ha monopolizzato il potere nel Paese, Silvio Berlusconi, può dire a distanza di pochi mesi e senza timore di incorrere nella condanna dell’opinione pubblica che «tutta la mia generazione deve fare un passo indietro e lasciare spazio ai più giovani» (18 febbraio 2012) e contemporaneamente riproporre per la sesta volta la sua candidatura a presidente del Consiglio. Ecco, se l’analisi di Silone ha ancora senso – e io trovo ce l’abbia per tutte le corrispondenze sopra elencate – deve insegnarci che non è più solo una questione di uomini, singoli eventi o responsabilità individuali: è il ripetersi e l’acuirsi di un processo che investe l’organizzazione stessa della nostra convivenza civile. Allo scrittore il monito serve per mettere in guardia dall’insorgere di «iniziative totalitarie». Senza una visione chiaramente progressista del nostro futuro democratico, ammesso sia possibile, difficile escludere che il rischio sia ancora attuale.

In difesa dei partiti

Visto che iniziano a circolare ipotesi su una fantomatica «iperdemocrazia senza i partiti», e si legge che Simone Weil in un pamphlet avrebbe concluso in maniera «nitida come al termine di una dimostrazione matematica» che «la soppressione dei partiti costituirebbe un bene allo stato quasi puro», vorrei ricordare per quale ragione i partiti esistono, e perché è bene continuino a esistere. Non questi partiti, certo, ma l’istituzione-partito.

Uno degli argomenti dei sostenitori dell’eliminazione dei partiti è che non servano più perché sostituibili grazie all’auto-organizzazione dei cittadini tramite Internet. Come ho già scritto, è l’idea di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, ma naturalmente non solo la loro (Carlo Formenti la racconta in un libro, Cybersoviet, già nel 2008). Affido la replica a uno scritto del 1984 di Norberto Bobbio, Il Futuro della Democrazia:

L’ipotesi che la futura computer-crazia, com’è stata chiamata, consenta l’esercizio della democrazia diretta, cioè dia a ogni cittadino la possibilità di trasmettere il proprio voto a un cervello elettronico, è puerile.

Perché? Bobbio lo spiega con straordinaria chiarezza:

A giudicare dalle leggi che vengono emanate ogni anno in Italia il buon cittadino dovrebbe essere chiamato a esprimere il proprio voto almeno una volta al giorno. L’eccesso di partecipazione, che produce il fenomeno che Dahrendorf ha chiamato, deprecandolo, del cittadino totale, può avere per effetto la sazietà della politica e l’aumento dell’apatia elettorale. Il prezzo che si deve pagare per l’impegno di pochi è spesso l’indifferenza di molti. Nulla rischia di uccidere la democrazia più che l’eccesso di democrazia. (p. 22)

Certo, nel 1984 Bobbio non poteva prevedere la diffusione capillare di Internet né soprattutto lo sviluppo del web 2.0. Ma né l’uno né l’altro fenomeno intaccato di una virgola, a mio parere, i problemi sollevati. Anzi, la frenesia dell’era dei social media rischierebbe di acuire il problema del ‘cittadino totale’ (in questo caso, il ‘netizen totale‘), trasformando la democrazia di fatto in una sorta di referendum istantaneo permanente sulla volontà popolare. Un incubo, se si considera quanta poca attenzione si presti a contenuti complessi, e quanto le nostre capacità attentive siano già duramente messe alla prova dall’enorme serie di stimoli con cui veniamo quotidianamente bombardati, spesso in simultanea.

Non a caso, sempre Bobbio sostiene poche pagine dopo che «il cittadino totale non è a ben guardare che l’altra faccia non meno minacciosa dello stato totale». Due facce della stessa medaglia, scrive ancora, perché il principio è lo stesso: «che tutto è politica, ovvero la riduzione di tutti gl’interessi umani agli interessi della polis, la politicizzazione integrale dell’uomo, la risoluzione dell’uomo nel cittadino, la completa eliminazione della sfera privata nella sfera pubblica, e via dicendo». Il cortocircuito tra pubblico e privato suona quasi profetico, pensando ai proclami di Mark Zuckerberg sulla fine dell’era della privacy, e al moltiplicarsi di richieste di trasparenza radicale.

Da dove l’utilità dei partiti? Beh, sono proprio loro i corpi intermedi tra cittadino e Stato che servono a mantenere da un lato la libertà del cittadino, e dall’altro a tutelare l’indipendenza dello Stato dalla dittatura dell’opinione. A questo serve il divieto di mandato imperativo, contenuto nella nostra Costituzione all’articolo 67: a fare sì che l’eletto possa comunque adoperare il suo giudizio nello scegliere come meglio servire l’interesse collettivo, se assecondando l’opinione della maggioranza o se ascoltando la voce della sua coscienza (una possibilità che, come afferma Thoreau ne ‘La Disobbedienza Civile’, è anche un antidoto al rispetto cieco della legge). Fermo nella consapevolezza che il bene collettivo, a volte, può doversi strutturare – e qui sorgono naturalmente i problemi legati alla scarsa capacità di giudizio o buonafede degli eletti di cui sappiamo – anche contro l’opinione prevalente.

Altri problemi legati all’eliminazione dei partiti sono connessi al fatto che la democrazia diretta si sia dimostrata inservibile, scrive Bobbio, una volta che lo stato è diventato nazione e le sue dimensioni hanno superato quelle dell’agorà – rendendola di fatto «anacronistica». Spunto da cui Hans Kelsen, in ‘La Democrazia’, trae un ulteriore argomento:

Data l’irrealizzabilità pratica della democrazia diretta nei grandi Stati economicamente e culturalmente evoluti, gli sforzi per stabilire il contatto più stretto possibile fra la volontà popolare e i necessari rappresentanti del popolo, la tendenza ad avvicinarsi al governo diretto portano non ad una eliminazione od anche a una riduzione del parlamentarismo, ma ad un’ipertrofia non sospettata del parlamentarismo stesso. La Costituzione sovietica (Kelsen scrive negli anni ’20 del 900, ndr), che si oppone scientemente e intenzionalmente alla democrazia rappresentativa della borghesia, lo mostra chiaramente. Parlamenti piramidiformi chiamati «sovieti» o «Consigli» che sono semplicemente assemblee rappresentative. Il parlamentarismo così si estende ma, contemporaneamente, si intensifica. (p. 84)

Non molto di diverso dal caos di forum, pagine di discussione e polemiche che accompagnano le strutture orizzontali odierne, che siano coordinate tramite meetup o Facebook. E che si risolvono molto spesso in litigi, paralisi decisionale e incapacità di proposte minoritarie.

L’ultimo, e credo il più grosso problema, è il rapporto tra democrazia e visibilità, tra esercizio della sovranità e presenza. Nell’era di WikiLeaks e dell’open government, la richiesta di annientare il segreto è forte, e più che giustificata in moltissimi casi. Ma si deve fare attenzione: perché la eliminazione dei corpi intermedi (tra cui i partiti) tra cittadino e Stato può significare non solo che i cittadini sanno tutto dello Stato, ma anche che lo Stato sa tutto dei cittadini. E’ il rapporto tra il sogno di Rousseau e quello di Bentham. Scrive Michel Foucault nella conversazione che precede l’edizione italiana del Panopticon benthamiano:

Direi che Bentham è complementare a Rousseau. Qual è, in effetti, il sogno roussoiano che ha animato parecchi rivoluzionari? Quello di una società trasparente, al tempo stesso visibile e leggibile in ciascuna delle sue parti; che non ci siano più zone oscure, zone regolate da privilegi del potere reale o dalle prerogative di questo o di quel corpo, o ancora dal disordine; che ciascuno, dal punto che occupa, possa vedere l’insieme della società; che cuori comunichino gli uni con gli altri, che gli sguardi non incontrino più ostacoli, che regni l’opinione, l’opinione di tutti su tutti. […] Bentham è questo, e al tempo stesso tutto il contrario. Egli pone il problema della visibilità organizzata interamente attorno ad uno sguardo che domina e sorveglia. Fa funzionare il progetto di una visibilità universale, che giocherebbe a profitto di un potere rigoroso e meticoloso.

Michelle Perrot, subito dopo, incalza il filosofo: «C’è questa frase nel Panopticon: ‘Ogni compagno diventa un sorvegliante’». E lui: «Rousseau avrebbe senza dubbio detto l’inverso: che ogni sorvegliante sia un compagno». Se non bastasse l’ambiguità, crescente – paradossalmente – al crescere della gestione diretta del potere da parte dei cittadini, Foucault invoca un altro e più temibile spettro: il rischio di una dittatura della trasparenza:

Questo regno dell’«opinione» che viene tanto spesso invocato, in quest’epoca, è un modo di funzionamento in cui il potere potrà essere esercitato per il solo fatto che le cose saranno conosciute e che le persone saranno viste attraverso una sorta di sguardo immediato, collettivo e anonimo. Un potere la cui risorsa principale sia l’opinione non potrebbe tollerare delle regioni d’ombra. Se ci si è interessati al progetto di Bentham, è perché egli forniva, applicabile a molti domini diversi, la formula di un «potere per trasparenze», di un «assoggettamento grazie alla messa in luce».

Tutto ciò non vuole affatto dire che non serva maggiore trasparenza nella attuale gestione della democrazia rappresentativa: sarebbe folle sostenerlo. Il punto è che la trasparenza deve essere messa al servizio dei cittadini, non dello Stato; dei controllori, non dei controllati. E perché ciò avvenga in modo non ambiguo non si può eliminare la differenza tra i due. Nel mezzo, in altre parole, ci devono essere i partiti: aperti all’ascolto delle istanze dei cittadini, gestiti in modo chiaro e immediatamente verificabile da ciascuno, e possibilmente in grado di realizzare i programmi con cui si presentano agli elettori. In grado di motivare gli scostamenti dalla volontà popolare, quando siano necessari. Ma soprattutto capaci di ribadire che la politica – per tutti i motivi sopra esposti – richiede rappresentanza.

L’alternativa, la distruzione dei partiti, conduce all’autoritarismo. E lo fa subdolamente, nel nome del popolo. Per questo ha ragione Giorgio Napolitano quando dice, pur sapendo di essere impopolare, che il web è sì un «importante canale di partecipazione», ma non può «condurre direttamente al luogo delle decisioni politiche». E per lo stesso motivo mi fa paura, al contrario, sentire una persona in grado di attirare consensi a doppia cifra dire con leggerezza:

«A cosa ti serve un politico che ti rappresenta. Io con un click, semplicissimo, […] io decido se fare la guerra o non fare la guerra, se uscire dalla Nato, se essere padroni in casa nostra, se avere una sovranità monetaria, una sovranità economica» (Beppe Grillo, 25 gennaio 2012).

Semplice, immediato, seducente. Ma non per questo meno sbagliato. Pur nel disastro attuale, e sapendo a mia volta di essere impopolare, se questa è l’alternativa non resta che esclamare: evviva i partiti.

Il peccato capitale del Movimento 5 Stelle

L’ultimo grido della retorica su Beppe Grillo è sostenere, in vario modo, che faccia «un perfetto uso della Rete». E che sia questo «uso perfetto» ad avergli garantito il successo elettorale. Trovo sia un errore, ma utile. Perché porta finalmente il discorso mainstream su Grillo e il Movimento 5 Stelle (dopo l’indifferenza, la demonizzazione e i salti carpiati sul carro del vincitore) al cuore della questione: il rapporto tra Internet e democrazia. Dove sta l’errore? In superficie, nel fatto che a usare il web come strumento partecipativo siano gli aderenti al Movimento, e non Grillo. Che lo usa perfettamente, semmai, per farsi propaganda senza contraddittorio, senza interagire minimamente con i suoi (e)lettori su Twitter e Facebook (lo chiediamo a tutti i personaggi pubblici, perché a lui no?). Fosse tutto qui, non ci sarebbe di che preoccuparsi: di propaganda è pieno il mondo. Invece c’è altro. Perché a scavare in profondità, tra i miti fondativi del Movimento si trova l’idea, a mio avviso folle, che la democrazia diretta attraverso la rete possa sostituire – e non rendere più trasparente, responsabile e realmente partecipata – la democrazia rappresentativa. E’ a questo modo che intendo il significato ultimo dello slogan secondo cui «ognuno vale uno»; così che capisco l’idea che ogni candidato non sia che un portavoce dei cittadini. Siamo noi, insomma, a decidere: dei partiti e di ogni altro corpo intermedio non c’è più bisogno. Certo, ancora resistono. Ma hanno le ore contate. Moriranno. E il potere andrà finalmente al popolo, ai cittadini informati – da Internet, ovviamente. E’ la guerra dei partiti contro la Rete di cui Grillo ha parlato nel recente libro con Gianroberto Casaleggio: un manuale di tecno-utopismo completamente fuori dal tempo e dallo spazio, come ho scritto a suo tempo. Ecco, il peccato capitale degli attivisti del Movimento 5 Stelle sarebbe accettarlo, a scatola chiusa, senza sottoporre anche questa idea – pericolosa non meno della degenerazione della democrazia dei partiti che abbiamo vissuto negli ultimi 20 anni – non soltanto al giudizio della community, ma anche e soprattutto della ragione e dei dubbi di ogni suo membro. Perché se oggi il problema è come dare più potere decisionale ai cittadini, domani – già nel 2013, se il Movimento dovesse sbancare le prossime elezioni – potrebbe diventare come sottrarglielo per il bene di tutti. E di fronte a un problema simile, qualunque democrazia – per quanto trasparente e partecipata – si arresta.