Perché l’isteria falchi-colombe

Temo di avere un’idea che motivi l’isteria (anche mediatica) falchi-colombe di questi giorni. Serve un ragionamento un po’ articolato per spiegarla, ma ci provo. Calcare la mano sulla divisione tra «falchi» e «colombe» – con derive ornitologiche al limite del ridicolo come nell’intervista odierna a Carlo Rossella – serve ai sostenitori del governo Letta per lanciare un messaggio molto chiaro a chi lo vorrebbe sfasciare. E cioè in primis a Silvio Berlusconi. Fosse una lettera al Cavaliere, il messaggio sarebbe all’incirca il seguente:

Caro Silvio, se fai cadere l’esecutivo della «pacificazione», non pensare di andare alle urne. Non è tanto che ti sarebbe controproducente, come ti stiamo spiegando da giorni (poi, chissà come, Silvio le elezioni se le gioca sempre) nonostante ti stiamo al contempo spiegando per l’ennesima volta che sei morto e sepolto (poi, chissà come, Silvio risorge sempre). No: è che alle elezioni non ti mandiamo. E sai perché? Perché, come tentiamo di farti capire da un pezzo, ci sono le «colombe» che non vogliono il governo cada. Sai bene chi sono. Sono quelle che volavano sui nidi dei convegni montiani e di quello che in Italia si ama definire un po’ ad cazzum analogo del partito popolare europeo, quell’altra volta che ti avevamo dato per spacciato – l’ultima, per l’esattezza. Ecco, quei pennuti sarebbero i primi a tradirti per sostenere un Letta-bis benedetto da Napolitano. Che le proverebbe tutte, prima di rimetterti in mano l’arma del voto (evidentemente, chi ha le carte in mano sa che si deve andare oltre il bluff della vittoria-annunciata-del-centrosinistra). Insomma, il piano è rifare le larghe intese, e se sono un po’ meno larghe e un po’ più intese meglio: l’esecutivo sarebbe più compatto, e perfino più passabile agli occhi degli osservatori. Lupi, Gelmini, Formigoni e affini ci starebbero. Scelta Civica ci starebbe. Casini anche. C’è il GAL – e, scrive il Corsera proprio oggi, alcuni iniziano a dire esplicitamente che ci starebbero pure loro. Chissà, magari rispunterebbe qualche «moderato» di centrodestra scomparso dai tempi di Fini. Il Pd anche sarebbe della partita – dopo aver governato con Santanchè e simili, perché no? E del resto, se si può prendere un altro po’ di tempo nell’attesa che l’astro di Renzi si consumi, meglio. Non lo pensano forse in molti, sotto sotto? Insomma, caro Silvio, qui il progetto è rifare la DC, non Forza Italia né il partito dei tuoi odiati comunisti o qualche surrogato che sia presentabile nel 2013. E poi figurati se torniamo a votare con il Porcellum. E se vince Grillo? E se vinci tu? (Questa domanda implica una contraddizione, ma è lo stesso nell’aria) Ci sono dei comandamenti economici da rispettare, per dio! Non è che qui, in tempi di crisi, si può esercitare la sovranità popolare. Qui si deve obbedire, altrimenti si finisce come la Grecia. Facciamo i compiti, dunque, e torniamo a quando si era felici per davvero: quando la democrazia voleva dire che a governare era sempre lo stesso partito. È per il bene del Paese, naturalmente: non del nostro. Affatto. Per nulla.

Fuor di lettera immaginaria, il mantenimento dello status quo penso sia anche la reale ragione per cui chi ha in mente questo progetto non vuole vinca Renzi. Si teme faccia rotolare davvero qualche testa. Che cambi realmente qualcosa, dove conta. Guai: meglio stare tutti insieme appassionatamente, come ai bei tempi, in un ecumenico abbraccio.

L’involuzione della Lega.

Ci sarà tempo e modo per approfondire. Però mi sembra che un dato piuttosto sottovalutato tra quelli emersi da questa crisi di governo sia l’involuzione della Lega. Il segno più evidente è la riapertura del Parlamento del Nord. Una mossa che porta alla memoria gli anni della secessione, della Lega di «Roma ladrona» e dell’equidistanza dai due poli. Ma che mette soprattutto a nudo la stanchezza patita dall’immaginario padano. Una stanchezza inasprita dai dissidi interni sempre più evidenti, e che non possono essere certo cancellati (se non fosse perché Bossi prima o poi dovrà lasciare la guida del Carroccio) dalla fine dell’esperienza del Berlusconi IV.

La Lega, insomma, di fronte alle difficoltà prova il ritorno alle origini. Mette in secondo piano il proposito di dipingersi come forza riformatrice all’interno di uno schieramento di centrodestra, e torna alla demagogia che vuole tutta la politica ugualmente traditrice della sovranità popolare. Senza guardare il familismo e la mancanza di democrazia interni al partito e il fallimento rappresentato dagli anni di governo.

Eppure se il centrodestra, con o senza Berlusconi, sembra ferito ma non battuto, a uscire davvero sconfitta dalla caduta del Cavaliere è proprio la Lega. Che sarà ridotta ai margini decisionali della vita politica, isolata, sola in battaglie che – tra l’altro – iniziano a puzzare di vecchio (la ventennale promessa del federalismo) o folkloristico (i ministeri al Nord) perfino al suo elettorato. Ancora numeroso, certo, ma che intravede da tempo che le promesse di Roma o di Varese, se non si traducono in fatti, sempre promesse restano. 

Il momento per i padani è decisivo. Perché l’ideologia è appannata, gli slogan pure, i modi e i toni non ne parliamo. E il partito che incarna questo affanno concettuale e politico non se la passa tanto meglio quanto agli uomini che lo hanno prodotto. In altre parole, l’arrivo di Monti per la Lega significa che la domanda non è più eludibile: il dopo-Bossi o le sue origini? Nello Stato o contro lo Stato? Di governo o di lotta?

Insomma: il futuro o il passato? Pare che la dirigenza, impaurita, abbia risposto: meglio il passato. Opposizione sia, dunque, radicale quanto è possibile. Ma Bossi non è il leone di un tempo; la differenza ‘genetica’ con Roma è diventata impalpabile; la secessione, già solennemente annunciata una volta, è un mito bruciato; e più dei metri quadri di Monza e del Parlamento col Sole delle Alpi, gli elettori del Nord chiedono meno tasse. Difficile la Lega, uscendo dalla maggioranza e ritornando alle ragioni dell’Indipendenza, possa anche solo fingere di riuscire ad accontentarli.

Due parole sul governo Monti.

Qui non è questione di schierarsi, ma di prendere atto che siamo commissariati dalla Banca centrale europea e dal Fondo monetario internazionale. La prima ha imposto delle misure che ritiene adatte per farci uscire dalla tormenta. Il secondo ne verificherà l’implementazione passo dopo passo. Terzo incomodo, il presidente del Consiglio uscente, Berlusconi. Che rendeva vane le nostre promesse a entrambi i soggetti.

Non c’è molto altro da dire su questa crisi di governo: si è semplicemente cercato di rimuovere il terzo incomodo, così da rendere credibili le nostre promesse di attuazione di quanto ci è stato dettato. Un compito a cui Napolitano non ha voluto (né potuto) sottrarsi dopo che la maggioranza è venuta a mancare sul voto del rendiconto dello Stato. Così che i mercati, fiduciosi che finalmente ci metteremo in moto sui binari disegnati dall’Europa, ci hanno consentito di tirare il fiato. Ma solo per questo. Inutile gridare alla «macelleria sociale»: l’alternativa è ben peggio, cioè il protrarsi di una situazione economicamente insostenibile, fino al fallimento. Inutile porre veti e distinguo. O meglio: utile solo a fini elettorali, quando saremo fuori dalla bufera; o per alzare la posta nella contrattazione dei ministri e dei margini (strettissimi) che ci sono consentiti per rimanere uno Stato sovrano.

Mario Monti sembra poter riuscire nella difficile impresa di formare un fronte di moderati, di ogni schieramento, che dovranno assumersi la responsabilità di dare vita a una maggioranza capace di far digerire al Paese le lacrime e il sangue. Dal Pdl al Pd, come si è sentito ripetere da più parti in questi giorni. Di Pietro non ci sta, la Lega nemmeno. Vendola a tempo. E dentro ogni schieramento ci si divide tra chi accetta di buon grado la soluzione, chi meno, chi per niente.

Che un simile governo sia concettualmente impresentabile è piuttosto chiaro. Del resto, deve limitarsi a eseguire: quindi non ci saranno grosse occasioni per scontri sui massimi sistemi. O così o si salta per aria. Sbagliato, inaccettabile, ma è così. Ci sarà tempo per distribuire le responsabilità del tracollo (in larga parte della maggioranza che ha governato per otto degli ultimi dieci anni; in parte minore, ma comunque significativa, alle opposizioni che non sono riusciti a presentare un’alternativa credibile per trasformare le macerie del centrodestra nella prima pietra di un edificio completamente nuovo): le elezioni serviranno anche a quello. Ma fino ad allora, e nella totale assenza di alternative praticabili, è inutile gridare al complotto della finanza cattiva, delle banche cattive, dei supermanager cattivi, alla politica che si fa dettare i programmi dall’economia, alla sovranità popolare tradita etc etc.

Peggio, è dannoso. Perché erode l’ultimo residuo di credibilità rimasto al Paese (sta già accadendo, con i continui litigi, le accuse tra compagni di partito, i cambi di casacca, le coalizioni che – costruite in anni di congressi e mezze parole – si liquefanno all’istante). Meglio pensarci quando avremo tempo e modo di farlo. Ora non è quel tempo.

Si ingoi il rospo, insomma. Fermo restando che quando questo esecutivo di transizione avrà obbedito (e magari cambiato una buona volta la legge elettorale), tutta l’attuale dirigenza non può che compiere un ulteriore atto di responsabilità nazionale: cambiare mestiere, e lasciarlo a qualcuno che abbia una faccia spendibile, giovane (meglio) o vecchio che sia. Così che, finalmente, si possa tornare a dare alla politica il primato che le spetta.

Vogliono farci fallire?

Trovarsi, a fine di una giornata in cui l’Italia ha passato il punto di non ritorno, a maledire Porta a Porta, per l’occasione in prima serata. Il vuoto delle parole da campagna elettorale, le interruzioni, le alleanze, i sondaggi, le previsioni, i «vinceremo», le accuse, i falsi moderati, i falsi segretari, le false domande, la falsità e basta.

Una prima serata che è un reality sull’impreparazione della nostra classe dirigente di affrontare l’emergenza. L’incapacità perfino di nascondere la propria inadeguatezza. Mancava la maschera, oppure quella che hanno indossato non andava più bene per il pubblico. Ma qualcosa è trapelato. La realtà dietro la farsa, uscita parola per parola. Una comprensione semplice, tra le tante parole: sì, stanno davvero litigando per niente. La scoperta ti fissa su un quadro impietoso. E’ il dopoberlusconi. Eccolo, per la prima volta, in prima serata. In diretta.

Lo guardi bene. E scopri che è un quadro vuoto, dove non c’è più perfino il nemico. Così che, mentre le truppe si chiedono che fare, tra i generali la rabbia lascia lentamente posto alla paura, le certezze ai dubbi, gli insulti alle ipotesi di accordo. Ma nascoste da scontro, che in pubblico è sempre campagna elettorale – è in privato, che si governa. O meglio, si campa. Una serata in cui si è scambiata una crisi potenzialmente letale per il calciomercato. Partiti, alleanze, posizionamenti. Cosa fare? Niente. Perché? Figurarsi.

Si sondano gli umori, si parla di malpancisti. Si smentisce il posizionamento. Si prendono le distanze. Ma non abbiamo le misure, ci mancano gli strumenti per misurare il nulla. Così finisce che li maledici tutti, indistintamente, anche se sai che è sbagliato. Perché non riesci ad appicicarci un valore, non riesci a pesare davvero quanto si distingua una Bindi che non risponde da un La Russa che schiuma.

Poi, prima di spegnere, pensi che non è così, quella – anche senza la maschera – non è la realtà. Che questa gente non descrive niente. Perché fuori c’è il disastro, e loro sono chiusi nella casa che crolla a litigare su che libro portare nella fuga. Gli urli dalla strada, e loro si rinfacciano i propri gusti letterari. Mi dimetto. Ma non per davvero. Allora ti costringo. Governo tecnico. Mario Monti. Senatore a vita. E’ un segno. Tu vorresti salvarli, ma loro non sentono. Forse non ne sono capaci. O forse non abbiamo chi urli abbastanza forte le domande a cui dovrebbero rispondere.

Pensi, ed è l’ultima cosa, alla prima domanda posta durante la trasmissione: «Vogliono farci fallire?». Pensi che loro, dallo studio, la rivolgevano agli speculatori. Spento il televisore, ti scappa una risata.

Quelle incertezze sulle dimissioni di Berlusconi.

Temo si siano sollevati troppi dubbi sull’annuncio di dimissioni di Berlusconi. Credo che a essere incerto sia non il fatto che Berlusconi si dimetta (si dimetterà, c’è una nota ufficiale del Capo dello Stato), quanto ciò che ne farà seguito. Ho sentito ipotizzare da molti, sui social network, che il Cavaliere voglia prendere tempo per tentare un’ultima, estrema campagna acquisti, e magari accrescere il consenso parlamentare con la scusa della responsabilità nazionale. Ma sono scenari che non considerano che l’accordo con il presidente della Repubblica parla esplicitamente dell’approvazione (e rapida, emergenziale) di una legge (quella di stabilità, per giunta, chiesta dall’Europa). E l’approvazione di una legge presuppone l’esistenza di una maggioranza. Per questo non ha senso, credo, dire: «Vuole tornare da Napolitano e dire che ha una maggioranza, chiedere la fiducia, ottenerla e continuare a governare». Napolitano sa benissimo che una maggioranza si dovrà in qualche modo trovare. Ma evidentemente ritiene che non sia una opzione sostenibile per il resto della legislatura. Del resto, difficilmente sopravvivere gioverebbe a Berlusconi.

Qualche incertezza c’è anche sui tempi con cui sarà licenziata la legge di stabilità, ultimo atto del governo (sempre  secondo l’accordo con Napolitano). Ma i tempi dovranno essere stretti, lo ha ribadito anche lo stesso Berlusconi nella sua telefonata al Tg1. Una decina di giorni, forse un paio di settimane: poi questo governo sarà finito. Certo, sarebbero stati preferibili una data e un impegno formale a rassegnare le dimissioni. Ma date le condizioni economiche del Paese, con lo spread che supera quota 500 e tutti gli occhi della comunità internazionale addosso, è come se fossero stati messi nero su bianco. Si tratta di fare presto, e farlo bene: errori potrebbero essere fatali, sui mercati.

La vera incertezza riguarda ciò che seguirà al governo Berlusconi. Il presidente del Consiglio pensa a elezioni anticipate, ma la nota del Capo dello Stato è chiara: sarà lui a fare le consultazioni del caso, «dando la massima attenzione alle posizioni e proposte di ogni forza politica», senza escludere quindi a priori l’ipotesi di un esecutivo di transizione, tecnico o politico. In entrambi gli scenari, poi, l’esito è incerto. La sinistra potrebbe vincere le elezioni a gennaio-febbraio, ma potrebbe essere anche abbastanza divisa per perderle nel caso di un’eventuale ricomposizione del centrodestra; un governo tecnico, dall’altro lato, rimanda ulteriormente la ridefinizione degli equilibri di potere, che sarebbero dunque anche meno intelligibili.

Insomma, le dimissioni di Berlusconi sono sembrate più una necessità che una scelta dopo l’esito disastroso del voto sul rendiconto. E se non riusciamo a essere del tutto ottimisti, forse, è perché la prospettiva della sua uscita di scena (definitiva, poi?) mette a nudo come mai prima che un’alternativa chiara non c’è. O forse ancora, che se anche ci fosse la prospettiva non sarebbe poi così meno fosca.