Una giornata qualunque, nel libero web

Al mattino leggi un esperto di governance di Internet sostenere che «nessuno può dire oggi quanto libera e aperta sarà la rete alla fine del 2013». Poi, durante la giornata, leggi – e sono solo le notizie del giorno – che è andata offline la Siria (di nuovo), l’Iran ha annunciato la censura «intelligente» sui social media (per rimpiazzare quella meno intelligente, deduco, come se esistesse censura intelligente), il Kuwait ha condannato a due anni di galera un cittadino per «insulti» all’emiro su Twitter (ormai non fa quasi notizia) e in Pakistan rischiano di riavere YouTube (è bloccato da oltre cento giorni per avere ospitato video di «insulti all’Islam»), ma solo in cambio di una rete in stile cinese (che ha, tra l’altro, da poco annunciato l’utilizzo della real name policy per l’accesso a Internet). E pensi: una giornata qualunque, nel libero web.

La governance di Internet non è un tema per (soli) specialisti

Da un lato l’Onu che stabilisce che i cittadini debbano avere gli stessi diritti online e offline, a partire dalla libertà di espressione, e chiede agli Stati di «promuovere e facilitare l’accesso a Internet»; la vittoria (momentanea?) contro ACTA, bocciato dal Parlamento Europeo; la dichiarazione (vaga ma largamente condivisa) della libertà di Internet. Dall’altro la Cina che dichiara i provider responsabili dei contenuti video dei loro utenti, auspicandosi la creazione di una apposita «associazione dei censori» e maggiore auto-censura da parte dei netizen; la Russia che vuole mettere in una lista nera i siti «estremisti» e costringere i provider a installare una «black box» per consentire al governo di censurare i siti sgraditi, causando l’auto-oscuramento per protesta di Wikipedia – come già avvenuto in Italia. Ma anche il New York Times che racconta come le richieste di ottenere dati personali degli utenti da parte delle autorità statunitensi ai fornitori di connettività mobile siano cresciute costantemente negli anni, fino a raggiungere un picco di 1,3 milioni nell’ultimo anno. Tanto che Andy Greenberg su Forbes ricorre a una parafrasi di Donald Rumsfeld: «Non è soltanto che non sappiamo quanta sorveglianza sia in corso. E’ che non sappiamo nemmeno quanto non sappiamo su ciò che il governo sa di noi». Il tutto mentre emergono i rapporti tra Finmeccanica e Assad, si scopre che il governo di transizione libico continuava a utilizzare gli strumenti di sorveglianza digitale in mano a Gheddafi. E mentre dai ‘transparency report’ di Google e Twitter si delinea un quadro di ingerenze crescenti dei governi nelle attività dei cittadini. O almeno, il tentativo – fortunatamente non sempre assecondato dai provider – di ottenere la rimozione di contenuti che spesso di illegale non hanno nulla. Ed è solo la cronaca degli ultimi giorni. La battaglia per il libero web infuria, e lo fa a svariati livelli: vedendo contrapposti attivisti e lobbisti, governi e giganti tecnologici, democrazie e regimi. Ma anche vedendo tutte queste contrapposizioni mischiarsi e, a volte, elidersi quando gli interessi coincidano (qui l’esempio di scuola è l’opposizione frontale tra giganti tecnologici e politica per SOPA/PIPA e il loro silenzio per CISPA, che avrebbe consentito agli intermediari di liberarsi più facilmente dello spettro di una responsabilità di tipo cinese). Un fenomeno macroscopico, dunque, il cui esito è tutt’altro che scontato. Sfogliando i giornali del mattino, tuttavia, la sensazione è che mentre all’estero la percezione dell’importanza di questa battaglia in cui nemmeno i ruoli – i buoni e i cattivi – sono ben definiti conduca a editoriali, analisi, approfondimenti e riflessioni, dalle nostre parti il tema della governance di Internet sia ancora considerato dai quotidiani generalisti – con poche, lodevoli eccezioni – una stravaganza per pochi, un tema specialistico da relegare tra le curiosità e il gossip, e di cui parlare solo quando lo si possa fare in modo appetibile e invitante per il lettore (ergo, quando c’è una maschera di Guy Fawkes di mezzo, qualche bug potenzialmente catastrofico, qualche vittoria dell’immortale «popolo del web» a suon di petizioni). C’è una evidente disparità nel trattamento di questi temi in Italia e all’estero, insomma. Come se il fenomeno riguardasse più gli altri che noi. Come se l’Italia potesse permettersi di consegnare la descrizione di questa parte della realtà a pochi specialisti, poche righe, e a una parte infinitesimale dell’opinione pubblica. Così per esempio, oggi, si lancia a reti unificate la vittoria di Samsung su Apple perché il suo tablet «non è abbastanza cool», ma delle crescenti richieste di sorveglianza e censura da parte dei governi, dei progetti cinesi e russi, e dei tentativi disperati di mettervi fine non c’è traccia o quasi. La governance di Internet è una questione generalista, che riguarda tutti e che merita di essere trattata con lo stesso risalto e lo stesso grado di approfondimento riservato alle attività del governo e al retroscenismo politico. L’alternativa è vedere la realtà solo una volta che si è trasformata in incubo. Troppo tardi non solo per cambiarla, ma anche e soprattutto per capirla.

Cosa si ottiene querelando Twitter

Immaginiamo che Paola Ferrari decida di andare fino in fondo, e querelare Twitter per gli insulti ricevuti  in svariati ‘cinguettii’ dei suoi utenti. Immaginiamo anche che ci sia un giudice disposto a darle ragione. E che dunque l’azienda Twitter venga condannata a un maxi risarcimento nei confronti della conduttrice della Rai. Per evitare che, stabilito il precedente, chiunque si ritenga insultato sporga querela con successo, il social network si vedrebbe costretto ad applicare dei filtri preventivi per impedire ad alcune parole di comparire del tutto tra i post dei suoi utenti. Risultato? Gli utenti troverebbero dei modi per aggirare la censura storpiando le parole, producendo memi sui modi in cui la censura è stata effettivamente aggirata, e aumentando con ogni probabilità – e per istinto di rivalsa, oltre che semplice trollaggio – il volume e l’intensità di «insulti modificati». Ma nel web di Paola Ferrari ci sarebbe anche l’obbligo di rettifica previsto a più riprese e poi sempre finora accantonato nei progetti del legislatore italiano: quindi servirebbe un qualche modo per obbligare Twitter e le altre piattaforme dove oggi si esprime liberamente il proprio pensiero a imporre la rettifica a ogni opinione sgradita, compresi di certo tutti gli insulti storpiati e diventati virali per via dell’effetto Streisand. Twitter, ma anche YouTube, Facebook, Google+, WordPress e tutte le piattaforme analoghe, si troverebbero dunque in una doppia tenaglia: da un lato, la censura preventiva per evitare di finire responsabili dei miliardi di post dei loro utenti; dall’altro, assumere squadre di controllori – o incentivare in qualche forma l’autocensura e la delazione – per impedire che gli utenti possano insultare e deridere come prima, e divertendosi pure. Non solo: nel web di Paola Ferrari non c’è posto per l’anonimato. Quindi ecco arrivare l’obbligo di iscriversi con il proprio nome e cognome. Il che equivarrebbe a rendere di fatto impossibile il whistleblowing, nonché disincentivare l’espressione di concetti ‘sensibili’, dalla sfera politica a quella della sessualità, dai problemi in famiglia a quelli con il datore di lavoro. Ricapitolando, per evitare di sentirsi diffamata da utenti che già ora sono rintracciabili e punibili con le leggi attuali, laddove ve ne siano gli estremi, la rete sociale diventerebbe un luogo pieno di filtri preventivi, censori e delatori. Oltre che di norme per la verifica dell’identità di chi pubblichi un contenuto e per smentirne l’infondatezza a prescindere dalla loro verità. In altre parole, il web 2.0 italiano diventerebbe quello cinese. E’ in Cina, infatti, che tutte queste misure sono già in atto. Ora, al netto della plausibilità giuridica e sociale di un simile scenario, spetta a tutte le Paola Ferrari d’Italia spiegare in che modo ottenere questo risultato significhi condurre «una battaglia per una informazione più civile».

Su Weibo la censura è in crowdsourcing

Ci sono due notizie nel nuovo ‘contratto con gli utenti‘ che Sina Weibo, una sorta di Twitter cinese da 300 milioni di iscritti, adotterà a partire dal 28 maggio. No, nessuna delle due riguarda la guerra del governo di Pechino a voci, indiscrezioni e giudizi politici sui social media: che su Weibo non si possa «minacciare l’unità della nazione», metterne a repentaglio la «sicurezza», l’«onore» o i «segreti» né tantomeno «diffondere voci, turbare l’ordine e distruggere la stabilità sociale» è cosa nota. Come è tristemente scontato che non si possa utilizzare il servizio di microblogging per organizzare proteste di piazza (articolo 13). A dare la prima notizia, che comunque era nell’aria, è l’articolo 6. Che mette nero su bianco la ritirata dell’azienda dall’obbligo, fortemente voluto dal governo, di registrarsi con la propria reale identità per accedere a Weibo. La procedura è «incoraggiata», ma non è un pre-requisito indispensabile per iscriversi o utilizzarlo. Non è tuttavia una presa di posizione in difesa della libertà di espressione dei suoi utenti. La seconda notizia viene infatti dalla sezione 4, che crea un sistema misto di controllo dei contenuti e di punizione delle violazioni (dalla disabilitazione dei commenti alla chiusura dell’account). Alla sorveglianza della polizia del pensiero di Sina, si aggiunge il neonato organo deputato alla gestione della community (‘Community Management’). I primi interverranno per le violazioni «evidenti», mentre i membri del Community Management saranno chiamati a esprimersi in tutti gli altri casi. I membri «regolari» si occuperanno dei «conflitti tra utenti», quelli «esperti» potranno «determinare se un contenuto informativo è vero» (art. 25). E qui giungono le considerazioni davvero inquietanti. Prima di tutto, perché la censura cerca di darsi una maschera sociale, trasparente e democratica: le deliberazioni saranno prese a maggioranza (art. 26), nei modi stabiliti e pubblicate sul sito (art. 27). Servirà a cercare di coprire il fatto che i casi di natura politica, e dunque evidentemente in violazione delle ‘contratto’, resteranno nelle mani dei guardiani di Sina. E, in ultima analisi, di quelli del Partito. Gli utenti, semmai, potranno soltanto aiutare a completare l’opera segnalando ciò che sfugge ai censori. In secondo luogo, perché è un continuo incentivo alle denunce incrociate, che tanto ricordano il clima di sospetto reciproco tra cittadini che si respira in finzioni distopiche come 1984. Un ulteriore passo verso il connubio di ‘social’ e totalitario. Da ultimo, perché pensare di far passare l’identificazione propagandistica di menzogna e contenuto sgradito come una decisione degli utenti stessi (art. 28), e non dell’azienda o del governo, è un modo particolarmente subdolo e pericoloso di abdicare alla distinzione tra vero e falso. Una perversione del concetto di collaborazione dal basso che si instaura sugli stessi strumenti (i social media) e le stesse dinamiche (il crowdsourcing, la trasparenza) che consentono di parlare di democrazia diretta attraverso il web. L’ennesima dimostrazione di quanto il potere sia abile a cannibalizzare gli strumenti che potrebbero metterlo in crisi. Che ci riesca o meno dipende dalla volontà dei cittadini di smettere di trovare sempre nuovi modi per ingannarsi.

Quando un tweet può costarti la vita

Non deve stupire la condanna a due anni in un «campo di rieducazione» a un utente cinese per aver pubblicato sul Twitter locale, Weibo, la voce di un caso di Sars nella città di Baoding, a Nord del Paese. L’accusa? Aver «diffuso informazioni false» su un’emergenza sanitaria, e dunque aver «disturbato l’ordine sociale». La stessa sanzione – anche se dimezzata – era infatti stata imposta già a novembre 2010 a una donna che aveva avuto l’ardire di retwittare un post che dileggiava le proteste dei connazionali contro dei prodotti giapponesi. Preoccupa, semmai, che casi analoghi si moltiplichino. Perché se si allarga lo sguardo al resto del mondo, democrazie comprese, il quadro non migliora. Anzi. Nel carcere di Riyad, in Arabia Saudita, lo scrittore e poeta Hamza Kashgari, 23 anni, attende di sapere se gli sarà comminata la pena di morte per tre ‘cinguettii’ in cui aveva composto un dialogo fittizio con il Profeta Maometto. Blasfemo, secondo le autorità e una folla inferocita di utenti su Facebook e Twitter, che ne hanno chiesto a gran voce l’esecuzione. A quanto riporta il quotidiano arabo Al Hayat, inoltre, a subire la stessa sorte potrebbero essere perfino i pochi che lo hanno difeso sui social media. In Kuwait, scrive The Next Web, andare in galera per un tweet «sembra essere diventata la norma». Le autorità hanno detenuto un utente, Mohammad al-Mulaifi, per 21 giorni – ma rischia una condanna a tre anni – con l’accusa di aver insultato la minoranza sciita. Lo stesso è accaduto a chi ha osato criticare i governi saudita e del Bahrain, o «minacciare l’unità nazionale». Anche qui la repressione ha incontrato il consenso di molti cittadini. Che sembrano non accontentarsi né delle scuse dei diretti interessati né delle punizioni loro riservate, pur se in chiara violazione dei diritti umani. E anzi, tra le voci critiche alcune hanno chiesto, in aggiunta, la revoca della cittadinanza per al-Mulaifi. A preoccupare, poi, è il rischio di leggere una condanna a sette anni di carcere per un retweet nella democratica Corea del Sud. Dove un 24enne appartenente al partito socialista ha ripetuto la frase «lunga vita al generale Kim Jong-Il» pubblicata sul profilo ufficiale degli acerrimi rivali del Nord. Quanto basta per venire definito un «nemico» del suo stesso Paese. Inutili le precisazioni del giovane, che ha cercato di spiegare fosse semplice sarcasmo. Comuni cittadini in balia della censura anche nell’era di Internet, dunque. E se non basta la persecuzione dei blogger (oltre 250 tra arrestati e vittime di violenze nel solo 2011, secondo Reporters Without Borders), ecco calare la scure sui ‘microblogger’. Ma i metodi sono sempre gli stessi: lo snaturamento autoritario del linguaggio, che confonde dissenso e reato, e il controllo a ogni costo. L’esempio è di nuovo la Cina, con la sua ‘Grande Muraglia Elettronica’, capace di eliminare dal web termini e concetti sgraditi. Un modello che fa proseliti, e non solo nel sempre più repressivo Iran. Il Pakistan, infatti, sta predisponendo un analogo sistema di filtraggio del costo di 10 milioni di dollari. E l’India, la più grande democrazia del mondo, è pronta a varare un’agenzia governativa appositamente dedicata a sorvegliare tutti i tweet, i post su Facebook e perfino la posta elettronica scambiata nel Paese. Chissà che non si trovi il pretesto per passare, come temono svariati osservatori internazionali e ha ammesso perfino un giudice dell’Alta Corte di Delhi, alla censura. Magari di 140 caratteri in 140 caratteri.

(Pubblicato sul Fatto Quotidiano del 9 marzo 2012)