Perché bisogna opporsi al blocco bancario a WikiLeaks.

Ci sono voluti dieci mesi di blocco bancario, ma ce l’hanno fatta. PayPal, Visa, Mastercard, Western Union e Bank of America sono riusciti a indurre WikiLeaks a sospendere le pubblicazioni. Come ha annunciato il suo fondatore Julian Assange in una conferenza stampa al Frontline Club, infatti, lo stop ai trasferimenti di denaro nelle casse di WikiLeaks da loro deciso ha comportato una erosione del 95% delle finanze dell’organizzazione oltre a una perdita stimata tra i 40 e i 50 milioni di euro (le stime sono di WikiLeaks). Ergo, il sito di leaking digitale è sull’orlo della bancarotta. Da cui la decisione di Assange di concentrarsi esclusivamente sul reperimento di fondi. E sulle azioni legali intraprese nei confronti delle società in questione.

L'andamento delle donazioni a WikiLeaks prima e dopo il blocco bancario.

C’è davvero da riflettere su chi sia realmente a gioire per questo risultato: se i clienti dei servizi che consentivano le donazioni a WikiLeaks, che non correranno il rischio di trovarsi in compagnia di una organizzazione che «viola le condizioni di utilizzo» (ma potranno continuare a utilizzarli per sponsorizzare il KKK, per esempio); o se a beneficiarne siano invece i fornitori del servizio, tutti improvvisamente resisi conto (tra il primo e il 21 dicembre 2010, cioè proprio a partire dai giorni immediatamente seguenti lo scoppio del Cablegate) che l’attività di WikiLeaks, nonostante sia fondamentalmente la stessa dal 2007, «incoraggi, promuova faciliti o istruisca gli altri a intraprendere azioni illegali» (come recita il comunicato ufficiale di PayPal).

WikiLeaks sospetta l’epifania collettiva non sia casuale. E che, anzi, sia stata per così dire ‘suggerita’ dal Dipartimento di Stato Usa. Che a PayPal, per esempio, aveva scritto il 27 novembre 2010, affermando di ritenere WikiLeaks «illegale». Anche se a tutt’oggi non si sa in base a quale legge e, soprattutto, a quale processo, visto che l’organizzazione non ha mai subito condanne e non è attualmente nemmeno sotto processo in alcun paese al mondo. Senza contare che i giorni in cui quella comunicazione è giunta a PayPal erano gli stessi in cui il senatore Joe Lieberman ha persuaso Amazon (e a cascata Visa, Mastercard, Western Union e Bank of America) a non fornire i propri servizi all’organizzazione. Anche in questo caso, sulla base di un teorema: quello che fosse «irresponsabile» farlo. E che WikiLeaks fosse non uno strumento giornalistico e per la trasparenza, ma un covo di pericolosi terroristi da incriminare per spionaggio (sulla base di una legge del 1917).

Si aggiungano le ulteriori complicazioni che ha dovuto patire il progetto. Assange ha ricevuto strampalate accuse a sfondo sessuale dalla Svezia che lo hanno portato prima in cella e poi ai domiciliari in Inghilterra. Situazione in cui, seguito giorno e notte da un braccialetto elettronico, si trova da ormai 330 giorni, nell’attesa che il giudice si esprima sull’appello alla richiesta di estradizione nel Paese scandinavo. Bradley Manning, colui che avrebbe fornito il materiale più scottante ad Assange, è detenuto da oltre 500 giorni senza non solo una condanna (anche se Obama l’ha già emessa), ma nemmeno un regolare processo. Con l’aggiunta di dieci mesi in isolamento in condizioni definite disumane da diversi organismi internazionali. Poi c’è stata la rottura, tutt’altro che indolore, con l’ex numero due, Daniel Domscheit-Berg, che ha condotto – attraverso la fondamentale e incredibile mancanza di acume del giornalista del Guardian, David Leigh – alla pubblicazione integrale dei 250 mila cablo della diplomazia statunitense senza alcun intervento editoriale. E giù a ripetere il ritornello delle «mani sporche di sangue» (quello degli informatori identificabili tramite i documenti in presunto pericolo di vita), già sentito nei mesi precedenti. E già rivelatosi nei mesi precedenti infondato, perfino secondo le stesse autorità Usa.

Insomma, al netto della cronaca e delle proprie simpatie per Assange e WikiLeaks, c’è una questione fondamentale che dovrebbe allertare tutti i cittadini digitali. L’ha spiegata in modo straordinario Yochai Benkler in un recente saggio: la metodologia che abbiamo qui visto all’opera è un modo efficace di operare la censura in rete. Non si serve di filtri ai contenuti, non fa sparire direttamente parole o interi siti, non si attua attraverso ‘leggi bavaglio’. Si tratta di un metodo più subdolo, paziente e, per questo, pericoloso: da un lato, si imbastisce una formidabile campagna mediatica di delegittimazione; dall’altro, si fanno pressioni su soggetti privati affinché cessino di fornire i loro servizi al bersaglio che si vuole censurare.

Perché prendersi la responsabilità di decidere che WikiLeaks non deve essere raggiungibile dagli Stati Uniti in quanto compie una attività illegale? Troppo complicato: bisogna innanzitutto dimostrare che compia attività illegali; poi bisogna trovare un modo efficace per far sparire il sito dalla rete (data la trama di migliaia di mirror che supporta WikiLeaks, è virtualmente impossibile); infine bisogna gestire la rabbia e lo scontento di quanti protestino per la censura subita.

Invece operando come hanno fatto le autorità statunitensi è tutto molto più semplice: si ‘suggerisce’ alle aziende che permettono il mantenimento in vita di WikiLeaks che è «irresponsabile» mantenere in vita WikiLeaks; si ‘suggerisce’ al pubblico, tramite una stampa largamente compiacente o troppo ignorante per accorgersi di esserlo, che dopotutto WikiLeaks è un covo di criminali (falso), assassini (falso), stupratori (falso) e guardoni (falso). E che dunque se dovesse chiudere, non sarebbe una sconfitta per l’ecosistema dell’informazione e per la democrazia, ma una vittoria di tutti.

Benkler riassume tutto questo nell’uso di mezzi «extralegali» per ottenere la soppressione delle voci sgradite al potere. Credo sia proprio quanto è accaduto in questi mesi, sotto gli occhi colpevolmente compiacenti di tanti, troppi cittadini digitali. E’ ora di dire basta, e di dirlo con forza. Perché se dovesse stabilirsi il precedente, sarebbe più difficile combattere questa strategia censoria quando si ripresenterà. E si ripresenterà. Perché funziona. Sempre che non siamo noi a provare a impedirlo.

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Due nuovi modi di censurare la rete.

Yochai Benkler, nel raccontare la storia del blocco finanziario a WikiLeaks, illustra due nuovi modi attraverso cui opera – e funziona – la censura in rete (la traduzione è mia):

Gli anni 2010 e 2011 hanno testimoniato l’introduzione di un nuovo schema di attacco a siti controversi, che coinvolge sia lo stato che i principali attori privati in una partnership pubblico-privato creata per sopprimere contenuti offensivi. WikiLeaks pubblica contenuti che sono di primario interesse per lo Stato; la loro soppressione è proibita dal Primo Emendamento. L’attacco al sito cercava di eludere le protezioni costituzionali applicando pressioni informali (che non sono essere riconsiderate secondo la Costituzione) ad attori privati (che non erano soggetti ai vincoli costituzionali) per promuovere l’obiettivo dello Stato di sopprimere la pubblicazione del materiale in questione. La PROTECT-IP (una sorta di parente Usa della delibera Agcom nostrana, ndr) rappresenta l’inverso di questa partnership pubblico-privato per la censura. In questo caso, gli interessi sono quelli di certi segmenti del mondo degli affari – l’industria del copyright – che cercano di usare lo Stato affinché attacchi altri attori privati per imporre i loro interessi.

Gli elementi comuni a entrambi i metodi di attacco sono l’impedimento a fare affari (denial of business) e a utilizzare strumenti tecnici, e l’uso di forme extralegali o molto debolmente vincolate alla legge per identificare il bersaglio e definire lo schema di negazione del servizio. L’effetto è di sottrarre, o quantomeno limitare, le protezioni procedurali e sostanziali garantite ai siti bersaglio, e di svilire, se non impedire completamente, il funzionamento delle organizzazioni che fanno uso del sito. Tutto ciò è ottenuto senza praticamente nessun bisogno di approvazione del giudice prima che l’azione sia compiuta, e con solo una revisione giudiziaria durante l’attacco relativamente costosa e lenta.

Azioni amministrative intraprese senza il passaggio di fronte a un giudice, protezioni deboli o inesistenti per il sito bersaglio e utilizzo del settore privato a fini pubblici, precisa Benkler, non sono novità: sono l’ossatura del modello della «guerra al terrore» di inizio millennio.

Ma, aggiunge, la logica si è arricchita di recente con l’introduzione di due elementi:

Il primo è l’utilizzo di modelli extragiudiziali per la designazione dei bersagli. Il secondo è lo sfruttamento di attori privati, in particolare fornitori di servizi finanziari e di affari, per strangolare i flussi di donazioni nei confronti di organizzazioni sospette.

La conclusione del co-direttore del Berkman Center di Harvard è durissima:

Mettendo da parte il dibattito sul fatto che tali elementi sia o meno giustificabili quando il bersaglio è una presunta organizzazione terroristica, osservarli incancrenire la parte civile della normale vita politica ed economica in una società democratica e connessa è profondamente preoccupante e bisognerebbe opporvisi dal punto di vista politico, legale e tecnico.

Ecco uno dei punti che vorrei veder comparire nel prossimo programma delle opposizioni, visto che in questi giorni sembrano più che mai a caccia di idee.

(Il saggio integrale di Benkler in pdf, WikiLeaks and the PROTECT-IP Act: A new public-private threat to the Internet Commons)