Italia, il digital divide si allarga

Dal rapporto Akamai per il terzo trimestre del 2011 emerge che i dati del digital divide italiano non solo non sono migliorati rispetto ai tre mesi precedenti, ma al contrario sono addirittura peggiorati:

Velocità media di connessione in Europa, fonte: Akamai.

Picco medio della velocità di connessione in Europa, fonte: Akamai.

Diffusione delle connessioni high broadband in Europa, fonte: Akamai.

In compenso abbiamo il primato europeo delle connessioni a velocità inferiore ai 256 kbps:

Paesi in cui è più alta la diffusione di connessioni a velocità inferiore a 256 kbps, fonte: Akamai.

E siamo ritornati a essere il Paese al mondo da cui origina più traffico legato ad attacchi provenienti da reti mobili:

L’ennesima dimostrazione dell’urgenza di passare dagli annunci ai fatti nella predisposizione di un’agenda digitale per l’Italia.

Digitale, nel 2011 è ancora Medioevo.

Sconfortanti – ma non poteva essere altrimenti, visto il disinteresse della politica – i dati Istat contenuti nel rapporto Cittadini e nuove tecnologie 2011:

Fonte: Cittadini e nuove tecnologie 2011, Istat, p. 6.

Fonte: Cittadini e nuove tecnologie 2011, Istat, p. 7.

Inoltre,

Tra il 2010 e il 2011 il divario tecnologico relativo al territorio e alle differenze sociali rimane stabile per quasi tutti i beni e servizi considerati.

E ancora:

Se si confronta la disponibilità di personal computer, di un accesso a Internet e di una connessione a banda larga, il divario tra i nuclei in cui il capofamiglia è un operaio e quelli in cui è un dirigente, un imprenditore o un libero professionista è di circa 24 punti percentuali a favore di questi ultimi.

Non resta che sperare che i piani del nuovo governo in tema di agenda digitale si traducano, contrariamente a quelli del precedente, in fatti.

Digitale, ora o mai più.

Uno studio del Digital Advisory Group, con la partecipazione di McKinsey, fa con estrema chiarezza il punto dell’internet economy in Italia. L’analisi, intitolata Sviluppare l’economia digitale in Italia: un percorso per la crescita e l’occupazione, evidenzia innanzitutto quattro modi in cui il digitale crea valore:

1. Incrementando il Pil (in Italia, del 2% – in Svezia e Gran Bretagna il contributo è del 5%, in Francia di oltre il 3%).
2. Creando posti di lavoro (700 mila in 15 anni; al netto di quelli distrutti sono 320 mila – il che significa che la internet economy ne crea in media 1,8 per ogni posto di lavoro eliminato. In Svezia sono 3,9).
3. Favorendo la crescita e l’esportazione delle aziende (le PMI digitali sono cresciute «a una velocità più che doppia» rispetto a quelle ‘sconnesse’)
4. Offrendo agli utenti di internet un surplus di valore derivante dai benefici aggiuntivi che la Rete mette a disposizione gratuitamente (in Italia nel 2009 era di 7 miliardi di euro, cioè 21 euro al mese per ogni famiglia connessa).

Tuttavia, sottolinea il rapporto, la crescita del digitale incontra nel nostro Paese cinque tipi di ostacoli:

1. Insufficiente accesso alla banda larga

Il che comporta, per esempio, che «ogni giorno, in media, più di 200 uffici postali non sono in grado di operare a causa di problemi di connessione». E che «a marzo 2011, 4,3 milioni di persone (il 7,1% della popolazione italiana) risiedevano in zona non coperte dalla rete a banda larga». «Se non si attuerà una strategia di investimenti efficace di lungo termine» (pubblici, privati o misti) «il ritardo si aggraverà» a causa della diffusione sempre più capillare di dispositivi connessi a internet (gli smartphone, per esempio) e di «applicazioni sempre più ‘affamate’ di banda (come i servizi di cloud computing)».

2. La scarsa propensione all’e-commerce da parte di consumatori e aziende (in Italia l’e-commerce rappresenta lo 0,7% del Pil contro l’1% di Francia e Germania e il 3% del Regno Unito; meno del 5% delle PMI italiane vende tramite canali online, contro il 20% di Germania e Uk). Tuttavia il settore cresce in Italia più che altrove:

3. La solo parziale divulgazione dei servizi online nella Pubblica Amministrazione:

4. Limiti nel quadro normativo (per esempio su privacy e copyright – si pensi alla recente polemica sulla delibera Agcom – su cui «una revisione dell’approccio sarebbe assai proficua»).

5. Carenza di competenze digitali qualificate (e qui il problema è la formazione; un esempio: «La maggior parte delle università italiane non eroga corsi di studio dedicati alla formazione di imprenditori digitali»).

Che fare? Il rapporto del Digital Advisory Group formula 12 «iniziativa prioritarie»

Se, attraverso queste misure o un’altra seria agenda digitale, «si riuscisse a colmare anche solo la metà della distanza […] che ci separa dal Regno Unito, dalla Germania e dalla Francia entro il 2015, il beneficio potrebbe essere […] lo 0,25% in più crescita annua del Pil, con un contributo complessivo sul Pil di oltre il 4%, equivalente a 25 miliardi di euro di valore aggiuntivo.

In conclusione:

L’economia digitale italiana si trova […] a un punto di svolta. Ed è questo il momento di ridurre il divario che la separa dalle altre economie europee, collocandosi finalmente tra i paesi digitalmente sviluppati. In caso contrario, il divario continuerà inevitabilmente ad allargarsi e per l’Italia diventerà sempre più difficile cogliere quei benefici economici di cui ora godono gli altri paesi.

Il rapporto completo in pdf 

Digitale, i fondi spariscono di nuovo
Romani, usciamo dal Medioevo digitale?
Da «Gògol» a un presidente del consiglio digitale 

Digitale, i fondi spariscono di nuovo.

Soltanto due giorni fa documentavo il ritardo italiano sullo sviluppo del digitale, chiedendo al ministro Paolo Romani cosa intendesse fare al riguardo.

Bene, oggi apprendo dall’Ansa la risposta indiretta del ministro:

I circa 1,6 miliardi aggiuntivi, rispetto all’obiettivo minimo di 2,4, incassati dallo Stato nell’asta delle frequenze 4G non andranno nemmeno in parte (era previsto il 50%) alle tlc. E’ quanto prevede la bozza della Legge di stabilità. I fondi in più andranno al fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato e all’istruzione.

Se la bozza venisse confermata, quindi, il settore dovrebbe fare a meno di circa 800 milioni di euro di finanziamenti da parte dello Stato. La legge attualmente prevede infatti che il 50% dei proventi aggiuntivi rispetto ai 2,4 miliardi previsti debbano tornare al settore. L’asta si è chiusa con un introito che ha sfiorato i 4 miliardi di euro, quindi i proventi in più ammontano a 1,6 miliardi, di cui la metà è, per l’appunto, 800 milioni. La bozza modifica invece il testo originario e dice che “eventuali maggiori entrate accertate rispetto alla stima di cui al presente comma sono riassegnate per il 50% al fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato e per il 50% ad incremento della dotazione del fondo di cui all’articolo 7-quinquies, comma 1, del decreto-legge 10 febbraio 2009, n.5, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 aprile 2009, n.33”. Si tratta di un fondo “nello stato di previsione del ministero dell’Economia e delle finanze” istituito “al fine di assicurare il finanziamento di interventi urgenti ed indifferibili, con particolare riguardo ai settori dell’istruzione e agli interventi organizzativi connessi ad eventi celebrativi“.

Non risulta alcuna dichiarazione di Romani in merito.

Qual è la strategia del governo per colmare il divario con il resto d’Europa e azzerare (come promesso) il digital divide entro fine 2012, dunque? Che ne è dei fondi ripetutamente annunciati e mai erogati? Si è deciso di affidarsi interamente al mercato (con i rischi che ne conseguono)? E se è così, come, quando e perché?

In definitiva che ne è, ministro, della «accelerazione» promessa ad agosto?

Romani, usciamo dal Medioevo digitale?

Qualche dato sul medioevo digitale in cui vive l’Italia:

– L’Italia è al 20esimo posto nell’Unione europea rispetto sia al possesso di internet sia alla qualità della connessione. Il tasso di penetrazione del web nelle famiglie con almeno un componente tra i 16 e i 64 anni è infatti del 59%, contro una media europea del 70%. Cifre simili si registrano in Spagna (59%) e Lettonia (60%), mentre Paesi come Olanda, Lussemburgo, Svezia e Danimarca si attestano su valori superiori all’86%.
Il tasso di penetrazione della banda larga, invece, è del 49% rispetto a una media Ue del 61%. Stesso risultato per la Slovacchia, mentre il Portogallo è al 50%.
– In Italia la velocità media di connessione è 3,7 megabit al secondo (Mbps). La media europea è 5 mbps.
– Nel Belpaese soltanto l’11,4% delle connessioni supera i 5 Mbps (high broadband). Solo la Grecia fa peggio, in Europa. La media globale è 25%.
Paesi come la Romania e la Lettonia hanno percentuali rispettivamente del 51 e 44%.
– In Europa soltanto sette Paesi su 23 utilizzano ancora connessioni di velocità inferiore ai 256 kilobit al secondo (kbps), o narrowband. L’Italia non solo è tra loro, ma è in vetta alla classifica, con lo 0,9% di penetrazione. In Francia è allo 0,3%.
Nessuna città italiana figura tra le 100 con il picco medio di velocità di connessione più elevato al mondo. Del resto, il valore medio registrato nel primo quarto del 2011 in Italia (14.877 kbps) è addirittura inferiore a quello rilevato nel secondo quarto del 2009 (17.137 kbps).
– Tra le 100 con la velocità media di connessione più elevata al mondo, non ci sono città del nostro Paese. Ci sono invece Riga, in Lettonia; Iasi e Costanza, in Romania; Brno, in Repubblica Ceca. E Valencia, in Spagna.
– L’Italia è la prima fonte di traffico al mondo legato agli attacchi da Reti mobili.
– L’Italia è al penultimo posto della classifica del ‘Bcg e-Intensity Index’, un indice che misura la disponibilità e l’utilizzo di internet nelle nazioni Ocse. I punti totalizzati sono 63, meglio della sola Grecia (54). Spagna (86), Francia (105), Germania (120) e Regno Unito (128) sono lontanissime. Per non parlare della vetta, occupata dalla Danimarca con 140 punti. Diretti concorrenti sono invece Paesi dell’Est come Polonia (65), Slovacchia (70) e Ungheria (76).
L’e-intensity è molto diversa tra Nord e Sud del Paese, con la Valle D’Aosta che totalizza 74 punti, e la Calabria ai livelli di Atene (54 punti).
– Negli ultimi cinque anni il contributo di internet alla crescita del Pil è stato in media del 21% nelle economie del G8. In Italia è stato, invece, del 12%.Francia (18%), Gran Bretagna (23%) e Germania (24%) sono lontanissime.
– Il nostro Paese occupa il terzultimo posto nella classifica compilata da McKinsey secondo il suo “Internet leadership supply index”, che misura il contributo di un Paese all’interno dell’ecosistema globale della Rete. Il valore ottenuto dall’Italia è 19. La Germania è a 25, la Francia a 27, la Gran Bretagna a 39.Tra gli aspetti considerati dall’indice, la «preparazione al futuro», ossia una misura anche degli investimenti in ricerca e sviluppo effettuati. Il risultato dell’Italia è particolarmente negativo: 8 punti contro i 23 della Francia, i 27 della Gran Bretagna e i 31 della Germania. Il primo posto spetta alla Svezia, con 87.
– L’Italia è penultima nella classifica compilata sempre da McKinsey secondo il ‘i4F Internet ecosystem index’ che misura quattro aree chiave dello sviluppo del digitale: capitale umano, capitale finanziario, infrastrutture e ambiente di business.
l risultato ottenuto dall’Italia è 31, contro il 76 degli Stati Uniti, che occupano la prima posizione. Il Belpaese in particolare è ultima per quanto riguarda la variabile capitale finanziario, e accusa 23 punti di distacco da Francia, Germania e Gran Bretagna quanto a infrastrutture.
Abisso anche per quanto riguarda il capitale umano: 27 punti contro i 47 della Francia, i 49 della Germania e i 53 della Gran Bretagna.

Ci sono in ballo almeno 18 miliardi di euro da qui al 2015, quelli che potrebbe produrre l’internet economy in più se fosse adeguatamente incentivata.

Che facciamo, ministro Romani: li mandiamo in fumo?