Una firma per impedire una esecuzione per tre tweet #freeHamza

Il giornalista e scrittore saudita Hamza Kashgari rischia l’esecuzione per tre tweet. Rispetto a quando ne ho scritto la prima volta le cose sono perfino peggiorate. Perché il ventitreenne è stato prelevato da Kuala Lumpur, dove era stato fermato dalle autorità malesiane mentre tentava di raggiungere la Nuova Zelanda per chiedere asilo politico, rimpatriato e incarcerato a Riyad. Ad attenderlo, una possibile condanna per apostasia. Che può voler dire la morte. Non solo: a rischiare l’incriminazione per blasfemia potrebbero essere perfino alcuni dei cittadini digitali (pochi) che su Twitter l’avevano difeso allo scoppio dello ‘scandalo’ per il dialogo immaginario con Maometto.

Per provare a limitare i danni di questa inaccettabile violazione dei diritti umani, Amnesty International ha scritto un appello che vi invito a firmare (si può fare qui):

His Majesty King Abdullah Bin Abdul Aziz Al Saud
The Custodian of the two Holy Mosques
Office of His Majesty the King
Royal Court, Riyadh
KINGDOM OF SAUDI ARABIA

Sua Maestà,

sono un simpatizzante di Amnesty International, l’Organizzazione non governativa che dal 1961 agisce in difesa dei diritti umani, ovunque nel mondo vengano violati.

Le scrivo per sollecitarLa a revocare l’ordine d’arresto nei confronti di Hamza Kashgari.

Le chiedo di rilasciarlo immediatamente e senza condizioni, che l’inchiesta venga archiviata e che nell’immediato egli possa essere assistito da un avvocato di sua scelta, anche nel corso degli interrogatori.

La ringrazio per l’attenzione.

(Qui la versione in inglese)

Io l’ho fatto, ci vogliono davvero pochi secondi. Molti meno di quanti ne servirebbero per leggere uno dei tanti, inutilissimi commenti seriosi su Sanremo.

A voi la scelta.

Quella (realissima) fatwa digitale per una poesia in tre tweet

«Nel giorno del tuo compleanno, dirò che ho amato il ribelle in te, che sei sempre stato una fonte di ispirazione per me, e che non mi piacciono gli aloni di divinità intorno a te. Non pregherò per te.

Nel giorno del tuo compleanno, ti trovo ovunque mi giri. Dirò che ho amato alcuni tuoi aspetti, odiato altri, e che non ho potuto comprenderne molti di più.

Nel giorno del tuo compleanno, non mi inchinerò a te. Non bacerò la tua mano. Piuttosto, la stringerò come si fa tra pari, e ti sorriderò come tu sorridi a me. Ti parlerò come a un amico, niente di più.»

(Trad. mia)

Allo scrittore saudita Hamza Kashgari, 23 anni, è bastato pubblicare questi tre tweet, indirizzati al profeta Maometto a ridosso dell’anniversario della sua nascita, per attirarsi una vera e propria fatwa digitale, ma dalle realissime conseguenze. Non sono state sufficienti le scuse, e nemmeno cancellare i tre post: Kashgari è stato inondato di insulti e minacce. Oltre alle 30 mila risposte generate in poche ore, e una pagina Facebook con 10 mila iscritti intitolata ‘La popolazione saudita chiede l’esecuzione di Hamza Kashgari’, qualcuno ha perfino pubblicato il suo indirizzo di casa su YouTube, scrive il Daily Beast. E, sostengono gli amici, la polizia è venuto a cercarlo nella moschea che frequentava abitualmente. Inutile aggiungere che le parole del giovane non potranno essere più pubblicate su alcun organo di stampa.

Kashgari, temendo per la sua incolumità, ha lasciato il Paese tra lunedì e martedì, direzione Nuova Zelanda, dove avrebbe inteso chiedere asilo politico. Ma al suo arrivo allo scalo di Kuala Lumpur, scrive il Wall Street Journal, è stato arrestato dalla polizia locale – anche se ancora non si sa con quale accusa. Re Abdullah era stato il primo a chiedere le manette: ora resta da capire se il giovane sarà rimpatriato, con tutto ciò che ne consegue.

«Chiedevo soltanto di poter esercitare i miei diritti fondamentali – di pensiero ed espressione», ha detto Kashgari al Daily Beast. Eppure a causa di questo componimento, che non chiamiamo letteratura solo perché non abbiamo ancora compreso come si relazionino Twitter e le forme tradizionali della cultura, ora rischia la pena di morte. Un caso che rivela, una volta di più, come la vera censura sia di natura culturale, prima ancora che normativa. E se tanto – e giustamente – abbiamo discusso dei modi in cui i gestori di piattaforme come Twitter possano e debbano garantire al meglio le libertà e i diritti dei propri utenti, sarebbe bene che questi discorsi non ci facessero dimenticare che non bastano liberi tweet per fare un libero Stato.

La censura in rete è un problema: perché non ne parliamo?

Proprio mentre finivo di stendere questo articolo su una nuova legge-bavaglio per blog e giornali online in Arabia Saudita, Marco mi ha segnalato un eccellente post di Antonio Lupetti, un po’ datato ma ancora valido e aggiornato. Che ricorda come secondo i più recenti dati disponibili di OpenNet Initiative e Reporters Without Borders, all’alba del 2011 circa 1,72 miliardi di persone nel mondo subiscano una forma di censura «sostanziale» o «pervasiva» in rete. Cioè, a livello globale, un individuo su quattro.

Fonte: Woorkup.com

Questa la distribuzione per paesi, in milioni di unità (miliardi per la Cina):

Fonte: Woorkup.com

Nonostante la portata del problema, e nonostante l’ondata di discussioni suscitata da Wikileaks, la necessità di difendere la libera espressione del pensiero in rete non si inserisce nel dibattito pubblico. Invece i temi di discussione non mancherebbero. Qualche esempio tratto dalla cronaca degli ultimi giorni:

  • Nel comune di Venezia Internet sarà a giorni considerato «un’infrastruttura essenziale per l’esercizio dei diritti di cittadinanza». Un esempio da seguire o, almeno, menzionare?
  • Il ministro francese della cultura, Eric Besson, ha detto oggi che «le informazioni che sono state fornite da Wikileaks sono state rubate, piratate» e dunque «nel momento in cui si diffondono si diventa complici di un’attività criminale». Per questo si è detto favorevole al divieto di ospitare Wikileaks su server francesi. Nessuno ha da ridire?
  • Il collettivo Anonymous ha lanciato un attacco Ddos contro il governo tunisino in segno di protesta contro la sua politica censoria nei confronti dei web-dissidenti (leggi la lettera di Anonymous ai giornalisti in italiano). Riuscendo a far saltare temporaneamente l’accesso a diversi siti governativi. Tuttavia, contrariamente a quanto avvenuto nei casi di Amazon, Paypal e Mastercard, i principali media occidentali non hanno coperto l’evento. Perché? Che significa? E soprattutto: è un esercizio di libertà o un’infrazione?
  • Sul piatto, poi, ci sarebbe l’agenda digitale per l’Italia del 2011 di cui abbiamo parlato poco tempo fa. Vi piace o no? Dobbiamo inserirci la difesa della libera espressione in rete oppure no?

Perché non proviamo a parlarne, soprattutto ora che la politica è in una tragicomica fase di stallo?