Poi lo mettiamo in scena su Twitter

Ieri avevo letto la consueta dose di indignazione e scoramento 2.0 per via dell’ennesima, inutile polemica su Twitter tra leader politici. In questo caso, tra Bersani e Ingroia. Oggetto del contendere? Lo straordinario significato ideologico di un bicchiere di vino:

Avevo immediatamente archiviato. Fino a stamane, quando aprendo il Fatto Quotidiano ho trovato, a pagina nove, una breve in cui si legge del loro «incontro casuale» a Fiumicino: «I due si sono intrattenuti a parlare per alcuni minuti, stringendosi la mano e scambiandosi alcune battute, che il comunicato così riporta: «’Io prendo del vino rosso – ha detto il leader di Rivoluzione Civile avvicinandosi al bar – visto che – ha aggiunto sorridendo – noi siamo i veri rossi’. Ha replicato Bersani: ‘Io prendo del vino bianco. Siamo troppo rossi, devo correggerlo un po’ con il bianco’». Poi un saluto, e ciascuno sul proprio aereo.  Una breve ricerca e spunta il comunicato, battuto dall’Ansa alle 14:12 e proveniente dall’«ufficio stampa di Rivoluzione Civile», dove evidentemente tenevano particolarmente a specificare il colore del calice (chissà se amaro) bevuto da Ingroia.

Che importa? Importa che la polemica su Twitter è del tutto artefatta. Nel senso che lo scambio era avvenuto ore prima (Ingroia ha twittato alle 14:43, Bersani ha risposto alle 16:22) e di persona, non su un social network. Nella sostanza non cambia nulla, ma nella forma cambia tutto: tweet che sembrano umanizzare e rendere dialogica (è su Twitter, è in tempo reale, è come per noi comuni cittadini) la polemica non sono altro, ancora una volta, che il risultato (pianificato?) di strategie di comunicazione per rendere massimo l’impatto delle proprie battaglie. Chissà, forse lo staff di Bersani non si aspettava il rilancio della polemica, e ha deciso di replicare in 140 caratteri quanto risposto poche ore prima, in aeroporto. Forse, addirittura, è una strategia concordata (poi lo mettiamo in scena su Twitter?) per dare maggior risalto o visibilità a un siparietto fondato sul nulla ma che serve a tenere saldi i rispettivi presidi: noi siamo rossi rossi, noi  invece siamo rossi ma non troppo (e del resto c’è un governo con i nuovi bianchi, da mettere in piedi).

Ma non è decisivo capire se le cose stiano esattamente così: il punto è, se non fossimo sazi di quelle ‘genuine’, che ora sappiamo dovremo tenerci uno spazio nello stomaco anche per le polemiche inventate su Twitter. Del resto, di norma funziona: i giornali (che possono farci un pezzo a buon mercato) abboccano, i lettori (che possono sfogarsi o dare sostegno direttamente ai due beniamini) pure, e noi si continua a vergare editoriali su quanto è bella la comunicazione bidirezionale, il dialogo tra politica e cittadini sui social media e tutte queste banalità che poi ci lasciano impreparati ad affrontare nuove, ridicole forme di propaganda.

 

Silenziare

Monti che chiede a Bersani di «silenziare» Fassina, vuole «tagliare le ali» o ironizza (autorevolmente, sia chiaro) sulla «statura accademica» di Brunetta non mi sembra particolarmente diverso dal Vendola che accusa lo stesso Monti di essere un politico di razza, sì, ma della «razza padrona» di scalfariana memoria o dal blogger massa che su beppegrillo.it scrive che «Raitre deve chiudere». Linguaggi diversi, eppure simili. E dunque o sono tutti moderati, o non lo è nessuno. E’ in questo atroce dilemma semantico, in questo vortice di nulla che finisce la retorica – altro vortice di nulla – della sobrietà, della tecnocrazia altra dalla politica, dell’Italia che ha voltato pagina e ora guarda con la testa alta al futuro. Non tanto o non solo per presunte riforme o luci in fondo al tunnel (anche qui, quali), ma anche e soprattutto perché la politica che viene avrebbe dovuto parlare un’altra lingua, dire basta alle promesse elettorali e alla personalizzazione del dibattito politico, coinvolgere la società civile. E invece ci lascia con quel «silenziare», con l’idea montiana di abbassare le tasse, con il suo nome (Monti! Monti! Monti!) sul simbolo (o sui simboli) e Casini, Fini e i soliti democristiani che parlano per valori non negoziabili (i loro) alle sue spalle. Nel nome dei cittadini, come un Barbato qualunque. O con gli ex leader seduti in bella vista, nelle prime file, come un rivoluzionario civile appena sbarcato dal Guatemala qualunque. Insomma, in quel «silenziare» c’è tutto il bruttissimo, degradante attaccamento alla vita della Seconda Repubblica e, qui sta il cortocircuito, dei suoi presunti assassini. Io scommetto sul non decesso.

La trattativa di Ingroia

Mai dire mai. No. Indiscrezioni giornalistiche. Resto un magistrato. Si vedrà. Nulla di concreto. L’ultimo dei miei pensieri. Non si può dire che è un no. Sono solo un cittadino. Sto ancora riflettendo. Questa, in soldoni, l’italianissima storia della trattativa tra Antonio Ingroia e la politica. Fino a oggi, quando al Corriere il magistrato ha prima smentito la smentita, data solo ieri al Fatto, che la richiesta di aspettativa al Csm per «motivi elettorali» fosse l’annuncio di una candidatura. E poi ribattuto: «Berlusconi cambia idea ogni giorno, Monti non sa ancora cosa fare. Adesso chi di politica ne capisce meno di tutti, cioè io, dev’essere l’unico ad avere le idee chiare?». Venerdì, cioè tra due giorni, si saprà forse la conclusione di questa ennesima estenuante soap politica. Ma se un astro nasce tra i «non mi credete» e i «così fan tutti», nel solito nebbioso miscuglio di politichese, opportunismo e uso improprio della mezza ironia di chi non sa né rispondere né far sorridere, viene da pensare, se non proprio a una stella cadente, a una qualunque nel mezzo del firmamento.