Il problema dell’autodittatura digitale

In psicologia cognitiva, la tendenza a credere in ciò che conferma il nostro sistema di credenze ha un nome: ‘confirmation bias‘. E’ un meccanismo del nostro modo di pensare che, in altre parole, ci ‘costringe’ a vedere solo ciò che vogliamo vedere – e ignorare il resto. Di norma è una tendenza bilanciata da quella, altrettanto potente, ad adattare ciò che sappiamo alle novità imposte dall’ambiente che ci circonda. Ma, segnala Eli Pariser in The Filter Bubblequesto delicato equilibrio è reso sempre più difficile dalla crescente personalizzazione dei contenuti di cui fruiamo su Internet, dalla pubblicità ai risultati dei motori di ricerca e del news feed di Facebook, per dirne alcuni. E’ un effetto collaterale perfino più pericoloso della disintegrazione (solo in parte volontaria) della privacy dei cittadini digitali, perché – proprio a causa del confirmation bias – siamo predisposti a non renderci conto della partigianeria dei contenuti che esprimono concetti con cui siamo d’accordo. E per questo tendiamo a ritenere i motori di ricerca oggettivi e imparziali – anche se non lo sono, dato che sono tarati sulle precedenti ricerche di ogni singolo utente, e danno maggiore rilevanza alle risposte adeguate ai suoi gusti. Il problema è che la personalizzazione dei contenuti è incrementale, e i filtri diventano sempre più precisi e selettivi. E così finiamo per ritrovarci – inconsapevolmente – all’interno di quella che Pariser chiama una «filter bubble», una «bolla» i cui confini sono stabiliti dai filtri che determinano con quali contenuti è più probabile veniamo in contatto. E che, sempre più, ci assomigliano, riducendo l’esperienza online a una specie perversa di solipsismo – allontanandoci al contempo dagli altri. In altre parole, la «filter bubble» tende a rinforzare «in modo drammatico» il ‘confirmation bias’. «In un certo senso, è fatta per quello», scrive Pariser. Il concetto che i filtri che offrono contenuti personalizzati (Alexis Madrigal ne offre una panoramica su The Atlantic: sono centinaia per una qualunque navigazione) si traduce secondo l’autore nel pensiero spaventoso di una «autopropaganda invisibile che ci indottrina con le nostre stesse idee.» Insomma, un’autodittatura digitale le cui conseguenze non sono solo individuali, ma anche – e soprattutto – sociali. Perché «la democrazia richiede che i cittadini vedano le cose l’uno con la prospettiva dell’altro.» E ancora, che «ci si affidi a fatti condivisi; invece ci vengono offerti universi paralleli, ma separati.» C’è chi sostiene che, tutto sommato, sia il prezzo da pagare per poter condividere su Facebook un articolo che ci piace tramite un semplice ‘like’ da una qualunque pagina web, o usufruire dei consigli per gli acquisti di Amazon, o per non dover semplicemente ridigitare l’url o la password di un sito che visitiamo frequentemente. Ma è un problema serio, la cui consapevolezza potrebbe non bastare. Prima di tutto, perché rivolgersi agli ‘esperti’ non aiuterà: sono proprio loro, scrive Pariser, le prime e più probabili vittime. E poi perché, nonostante il moltiplicarsi di richieste – la più recente da parte del governo USA – per strumenti che rendano visibile la «bolla» (a partire dalle opzioni ‘Do Not Track‘), c’è un’intera popolazione a cui ricordare che potrebbe essere preda di perversi meccanismi psicologici. Gli economisti tentano da decenni – e Daniel Kahneman ci ha perfino vinto un premio Nobel – di insegnare ai consumatori strategie per evitare che le loro scorciatoie cognitive li consegnino nelle mani dei dipartimenti di marketing delle multinazionali. Finora, tuttavia, non hanno avuto successo. Difficile credere che, se non vale per decidere cosa mettere nel carrello della spesa, valga per qualcosa di così terribilmente astratto come la democrazia.

Tweet di regime.

La censura online dei regimi continua a cercare di rispondere, colpo su colpo, alle strategie dei dissidenti. Da questo punto di vista, il caso delle contestatissime elezioni russe (di cui ho già scritto qui e qui) non smette di fornire spunti di riflessione.

Come scrive Alexis Madrigal su The Atlantic, riprendendo un post di Brian Krebs,

L’infrastruttura di Internet rende un po’ più difficile fermare la libera espressione. Le persone possono postare in modo anonimo (anche se, come scrive Repubblica, proprio in Russia il tentativo in atto è di eliminare tale possibilità, ndr); possono postare (o sembrare di postare) da tutto il mondo; ci sono meno nodi centralizzati su cui esercitare autorità. Ma i regimi autoritari non stanno con le mani in mano, lasciando risuonare il libero pensiero. Al contrario, stanno ingegnandosi con nuovi modi per impedire che i messaggi dei loro oppositori circolino.  

Nel caso russo, scrive Krebs, agli arresti dei manifestanti nelle piazze (per esempio quello del blogger e leader dell’opposizione Alexei Navalny) hanno corrisposto azioni altrettanto repressive in rete. E così, per contrastare i tweet in supporto dei dissidenti (identificati soprattutto dall’hashtag #триумфальная, Triumfalnaya), migliaia di bot attivati per l’occasione hanno inondato Twitter di ‘cinguettii’ di regime contrassegnati dagli stessi hashtag usati dagli attivisti digitali, ma con contenuti pro-Cremlino.

Maxim Goncharov, ricercatore senior nell’azienda di protezione dai virus informatici e sicurezza dei contenuti informatici Trend Micro, ha notato che «se si osserva attualmente questo hashtag su Twitter (#триумфальная, ndr) si può vedere un’inondazione di 5-7 tweet identici da account che sono stati inattivi per un mese e che avevano prodotto 10-20 tweet prima di oggi. A questo punto questi account hackerati hanno già postato 10-20 tweet in più in solo un’ora.

Che questi attacchi siano ufficialmente supportati (dal regime, ndr) non è rilevante, ma possiamo osservare già ora come i social media siano diventati il terreno di battaglia di una nuova guerra per la libertà di espressione», ha scritto Goncharov.

L’obiettivo, in altre parole, è lasciar parlare gli attivisti, ma rendere incomprensibili o inutili le loro conversazioni riempiendo di disinformazione e spazzatura gli hashtag attraverso cui i loro messaggi diventano un flusso comunicativo aperto a ulteriori potenziali dissidenti e a qualunque osservatore interessato. Gli account utilizzati dai bot sarebbero circa 2 mila, e sarebbero follower gli uni degli altri.

Un po’ presto, dunque, per parlare di una «primavera slava». In ogni caso per Twitter, che ha recentemente espresso una netta posizione in favore della difesa della libera espressione sulla sua piattaforma, si pone il problema di se e come intervenire in modo efficace per impedire che queste strategie repressive abbiano successo.