L’Europa dice no alla censura del web #StopACTA

Oggi è il giorno delle proteste in tutta Europa contro ACTA, per dire no alla censura su Internet. Per Cory Doctorow, che fornisce un modulo per chiedere ai propri rappresentanti politici di fermare il trattato anti-contraffazione, potrebbe essere l’occasione buona per segnare una vittoria decisiva, come già per SOPA/PIPA. Staremo a vedere. Nel frattempo, questa mappa fornisce un’idea delle adesioni alle pagine Facebook aperte all’occorrenza (un’altra mappa si trova qui):

Ecco, tramite alcune immagini reperite su Twitter (diverse grazie all’account @YourAnonNews, che le sta raccogliendo), come i ‘like’ si sono trasformati in piazze affollate di maschere di Guy Fawkes, e non solo:

Dresda.

Amsterdam.

Sofia.

Berlino.

Parigi.

Nizza.

Strasburgo.

Vienna.

Londra.

Zagabria.

La Valletta.

Varsavia.

Tallinn.

Indovinate chi manca.

Quello che ACTA non dice

Ho provato a lungo a documentarmi su ACTA, l’accordo commerciale anti-contraffazione che per i molti critici rappresenta una minaccia per la libera espressione in Rete perfino più insidiosa delle già detestabili SOPA e PIPA, e delle infinite varianti nazionali ‘promosse’ dai soliti noti. Più volte mi sono scontrato con articoli che mi sembrava dessero per vive disposizioni in realtà espunte dal testo, e argomentazioni allarmistiche a cui non riuscivo proprio a collegare il dettato della norma. Complicazioni che si aggiungono a quelle derivanti dalla delicatezza dei temi trattati e dalla scarsa pubblicità che ha contrassegnato per anni le negoziazioni – a cui per troppo tempo si è dovuto porre rimedio con bozze, indiscrezioni e fughe di notizie.

Così, quando ho scoperto che il pezzo di Timothy B. Lee per Ars Technica (As Anonymous protests, Internet drowns in inaccurate anti-ACTA arguments) finalmente rispondeva a molte delle mie domande, ho pensato fosse il caso di tradurlo, rendendolo immediatamente accessibile ai lettori italiani. Perché, come recita la sua conclusione, se le buone ragioni per opporsi ad ACTA non mancano, il problema è che

«sono difficili da spiegare al pubblico. Così troppi oppositori di ACTA stanno, forse senza saperlo, attaccando ACTA per disposizioni che non sono nel trattato. Non verseremo troppe lacrime se questa disinformazione aiuterà a uccidere un cattivo trattato, ma preferiremmo vincere il dibattito onestamente […]»

In particolare, ArsTechnica sottolinea quattro affermazioni inesatte tra quelle che i critici rivolgono ad ACTA (per le argomentazioni rimando all’articolo integrale):

1. Non è vero che ACTA obbliga necessariamente i provider a controllare il traffico dei propri utenti trasformandoli, come si è letto da più parti, in ‘sceriffi del web’.

2. Non è vero che ACTA mette al bando farmaci generici indispensabili alla salute di migliaia di persone.

3. Non è vero che ACTA è la versione europea di SOPA e PIPA, per giunta riformulate in modo anche più pericoloso.

4. Non è vero che se passasse ACTA perfino «parti di frasi» rientrerebbero tra i contenuti protetti da copyright che i provider sarebbero costretti a eliminare dai propri server (come parte del loro obbligo di costante sorveglianza del traffico dei propri utenti).

Ciò non significa che non ci si debba opporre ad ACTA, e Lee descrive chiaramente i problemi «sia procedurali che sostanziali» che restano anche nella versione definitiva dell’accordo (ne scrive molto bene anche Arturo Di Corinto su Repubblica). Tuttavia, significa  che bisogna opporvisi con gli argomenti giusti. E senza abusare delle grida alla censura, perché è proprio a quel modo che il termine «censura» finisce per perdere il suo (realissimo) significato.

(La traduzione integrale del pezzo di ArsTechnica su Valigia Blu)