Cos’è il Datagate

In breve

Scandalo NSA, un primo bilancio

I fatti

Parte 1
Parte 2
Parte 3
Parte 4
Datagate, la protesta del 4 luglio
Parte 5
Datagate, l’NSA spia l’America Latina
Datagate, la lettera della coalizione per la trasparenza
Datagate, i silenzi e le contraddizioni di Angela Merkel
Datagate, bocciato l’emendamento anti-sorveglianza
XKeyscore, il programma di sorveglianza che registra «quasi tutto»
La sorveglianza dell’NSA usata per combattere crimini domestici
Il NYT: l’NSA analizza i contenuti di comunicazioni da e per gli Stati Uniti
Datagate, chiudono Lavabit e Silent Mail
Datagate, una dichiarazione di guerra al giornalismo
Datagate, le intimidazioni del governo al Guardian
L’NSA ha pagato milioni di dollari alle aziende coinvolte in PRISM
L’NSA ha hackerato l’ONU
Parte 6
Parte 7
La guerra dell’NSA alle comunicazioni protette
L’NSA può spiare gli smartphone
Parte 8
La mappa della sorveglianza globale dell’NSA
Il social network dell’NSA
Marina, il deposito dei metadati dell’NSA
I tentativi dell’NSA di violare l’anonimato online
L’NSA registra le liste di contatti di milioni di utenti
L’NSA ha hackerato la mail del presidente del Messico

Il Datagate e l’Italia

Spiate Nsa, l’imbarazzo di Letta
Il Copasir snobba il Datagate
Datagate, operazione anestesia
Il Datagate e l’Italia: basta silenzi
L’NSA e l’Italia: cosa sappiamo (e 10 domande a Letta)
Caso Nsa, sullo spionaggio Letta è morbido con Kerry
Cosa non ha spiegato il governo sul Datagate
Nsa e Italia, le contraddizioni del governo

Fact-checking

Snowden e la bufala su Twitter: ma quale errore, è un giallo
Snowden su Twitter: il ritorno della bufala
Non notizie che non lo erano
Fact-checking della difesa di Obama dell’Nsa
Quando Obama difendeva i whistleblower

Commenti

Nsa e Prism, l’ipocrisia di Obama
Ma agli statunitensi interessa il Datagate?
Perché 1984 non è il Datagate
Datagate, sicurezza e senso morale
Sul racconto iperconnesso della fuga di Snowden
Datagate, è in gioco la nostra libertà
Snowden e il caso Nsa: qualche pensiero scomodo
Datagate, ora gli statunitensi si preoccupano per la privacy
La vittoria di Edward Snowden
Come conciliare sorveglianza digitale e diritti umani
La rabbia del potere ferito
‘Sì, aveva ragione Orwell’ – Intervita a Bruce Schneier
‘L’infrastruttura di Internet diventi open source’
Sull’attivismo contro la sorveglianza NSA
Tutti spiati? Ora il premier parli

(Nota: post in continuo aggiornamento)

La tv che ti guarda

E’ il 2013, il 1984. L’anno, cioè, in cui tu guardi la tv, e la tv guarda te. A quanto scrive Phys.org, al Ces di Las Vegas è stata infatti presentata una televisione dotata di tecnologia di riconoscimento facciale e «sensori» in grado di capire chi la sta osservando. Il fine? Offrire una programmazione dinamica, modulata sulle preferenze di chi è di fronte allo schermo in quel preciso momento. Servono un sacco di dati sugli spettatori, ma – lo sappiamo – non è un problema: basta chiamarla «personalizzazione», come scrive Eli Pariser ne ‘il Filtro’, e i dubbi si dissolvono. E infatti, è proprio la parola magica che usa il responsabile per gli Stati Uniti dell’azienda produttrice, la cinese TCL: «Abbiamo sviluppato molte innovazioni per personalizzare la fruizione degli spettatori». Che ciò si traduca in un’altra, l’ennesima, marea di dati consegnata nelle mani di quello che un esperto definisce, più che il Big Brother, il Big Marketer, è materia per cultori della privacy. Perché, scrive Pariser, «come strategia di mercato, la formula dei colossi di Internet è semplice: più informazioni personali sono in grado di offrire, più spazi pubblicitari possono vendere, e più probabilità ci sono che compriamo i prodotti che ci vengono mostrati». Che la TCL si appoggi all’intelligenza (sì, l’altro trucco è chiamare tutto smart: questa, infatti, è una smart tv) della piattaforma Google Tv, a questo punto, dovrebbe suonare meno strano.

Su Weibo la censura è in crowdsourcing

Ci sono due notizie nel nuovo ‘contratto con gli utenti‘ che Sina Weibo, una sorta di Twitter cinese da 300 milioni di iscritti, adotterà a partire dal 28 maggio. No, nessuna delle due riguarda la guerra del governo di Pechino a voci, indiscrezioni e giudizi politici sui social media: che su Weibo non si possa «minacciare l’unità della nazione», metterne a repentaglio la «sicurezza», l’«onore» o i «segreti» né tantomeno «diffondere voci, turbare l’ordine e distruggere la stabilità sociale» è cosa nota. Come è tristemente scontato che non si possa utilizzare il servizio di microblogging per organizzare proteste di piazza (articolo 13). A dare la prima notizia, che comunque era nell’aria, è l’articolo 6. Che mette nero su bianco la ritirata dell’azienda dall’obbligo, fortemente voluto dal governo, di registrarsi con la propria reale identità per accedere a Weibo. La procedura è «incoraggiata», ma non è un pre-requisito indispensabile per iscriversi o utilizzarlo. Non è tuttavia una presa di posizione in difesa della libertà di espressione dei suoi utenti. La seconda notizia viene infatti dalla sezione 4, che crea un sistema misto di controllo dei contenuti e di punizione delle violazioni (dalla disabilitazione dei commenti alla chiusura dell’account). Alla sorveglianza della polizia del pensiero di Sina, si aggiunge il neonato organo deputato alla gestione della community (‘Community Management’). I primi interverranno per le violazioni «evidenti», mentre i membri del Community Management saranno chiamati a esprimersi in tutti gli altri casi. I membri «regolari» si occuperanno dei «conflitti tra utenti», quelli «esperti» potranno «determinare se un contenuto informativo è vero» (art. 25). E qui giungono le considerazioni davvero inquietanti. Prima di tutto, perché la censura cerca di darsi una maschera sociale, trasparente e democratica: le deliberazioni saranno prese a maggioranza (art. 26), nei modi stabiliti e pubblicate sul sito (art. 27). Servirà a cercare di coprire il fatto che i casi di natura politica, e dunque evidentemente in violazione delle ‘contratto’, resteranno nelle mani dei guardiani di Sina. E, in ultima analisi, di quelli del Partito. Gli utenti, semmai, potranno soltanto aiutare a completare l’opera segnalando ciò che sfugge ai censori. In secondo luogo, perché è un continuo incentivo alle denunce incrociate, che tanto ricordano il clima di sospetto reciproco tra cittadini che si respira in finzioni distopiche come 1984. Un ulteriore passo verso il connubio di ‘social’ e totalitario. Da ultimo, perché pensare di far passare l’identificazione propagandistica di menzogna e contenuto sgradito come una decisione degli utenti stessi (art. 28), e non dell’azienda o del governo, è un modo particolarmente subdolo e pericoloso di abdicare alla distinzione tra vero e falso. Una perversione del concetto di collaborazione dal basso che si instaura sugli stessi strumenti (i social media) e le stesse dinamiche (il crowdsourcing, la trasparenza) che consentono di parlare di democrazia diretta attraverso il web. L’ennesima dimostrazione di quanto il potere sia abile a cannibalizzare gli strumenti che potrebbero metterlo in crisi. Che ci riesca o meno dipende dalla volontà dei cittadini di smettere di trovare sempre nuovi modi per ingannarsi.

Twitter, il nuovo iPad e la distopia

C’è qualcosa di profondamente distopico nel flusso incessante di tweet che ha accompagnato la presentazione del nuovo iPad. Quelle parole tutte uguali, ridondanti. Le stesse specifiche ripetute ancora e ancora. I dettagli rivelati a San Francisco e contemporaneamente in tutto il mondo tramite dita che premono tutte gli stessi tasti, tutte sugli stessi apparecchi, tutte sullo stesso sito. Tutte con desiderio, come atleti che vogliano giungere per primi alla meta. Per battere gli altri sul tempo, dare la notizia. Atleti. Ma allo stesso tempo operai. Forse schiavi. Chissà per quale ragione mi è venuto in mente il passaggio di una poesia di Eliot in cui lavoratori sfiniti – almeno, così li ricordo – silenziosamente attraversano London Bridge, capo chino sotto la pioggia. O le scene in bianco e nero di Metropolis: destra, sinistra, destra, sinistra. Tutti a ciondolare da una parte, tutti a ciondolare dall’altra. Sarà per come ciascuno ha cercato di distinguersi dall’altro, dando dettagli, coloriture, toni e sfumature diverse, personali, a ciò che ha scritto. Per come anche questo abbia finito per accomunare tutto ciò che ho letto, renderlo simile quanto le stesse semplici, nude notizie ripetute all’unisono, all’infinito. Poi mi è venuto in mente come, individualmente, ciascuno dei professionisti (e non) che ha preso parte a quella assurda marcia sappia benissimo lo scarso o nullo valore della ridondanza nel mondo dell’informazione. Come, superata una certa soglia, diventi sovraccarico e rigetto. E che ugualmente, pur di esserci, pur di ciondolare insieme agli altri, abbia momentaneamente rinunciato a questo suo principio, a questa base della sua professione. Tutto terribilmente distopico. Ma non nel senso di 1984. Perché non c’è alcuna costrizione in quella ripetizione meccanica di gesti: guarda, ascolta, prendi il cellulare, apri Twitter, twitta, premi il bottone centrale, riponi il cellulare, ascolta di nuovo. E’ tutto volontario. Chissà se Jobs l’aveva previsto, dipingendo l’acerrimo rivale come il Grande Fratello. Chissà se aveva già capito che il vero potere si ottiene come nell’incubo di Huxley: perché finisci per chiamare libertà ciò che sei costretto a fare senza che nessuno ti costringa a farlo. E, mentre lo fai, ha una strana euforia addosso, ti senti felice. Un’ultima cosa mi è venuta in mente. E’ una domanda che ho trovato in un mazzo di appunti su un romanzo distopico di Margaret Atwood. «Why do I want?». Perché voglio? Il fatto che suonasse così strana, e al contempo così viva, ha reso il tutto perfino più reale.

Tre cose sulla morte di Kim Jong Il.

Il dittatore nordcoreano Kim Jong Il è morto. Ma la mistica del regime, l’essenza del suo carattere distopico, vuole che la successione del leader non avvenga mai. Che il successore sia una emanazione del predecessore. Come se l’intera catena del comando non si spezzasse mai, fosse un sol uomo. Le foto campeggeranno una accanto all’altra sulle pareti, come già quelle di Kim Il Sung e Kim Jong Il. I riti si ripeteranno sempre uguali, per il padre come per il figlio. Commemorazioni si aggiungeranno a commemorazioni, celebrazioni a celebrazioni, ricorrenze a ricorrenze. Ma, affinché tutto tenga, nulla deve cambiare. Per questo tutti gli occhi sono puntati su Kim Jong Un, apparso per la prima volta accanto al padre lo scorso ottobre. E di cui non si sa nemmeno l’età, figurarsi l’acume politico e strategico.

Non sono certo in grado di dire che accadrà. Se il passaggio di consegne sarà indolore, rapido, inavvertito oppure si creerà lo spazio per un colpo al regime. Per ora la morte di Kim Jong Il segna a mio avviso tre fatti degni di nota. Il primo è che la Corea del Nord ci ricorda come nel 2011, cioè nell’era della comunicazione globale istantanea, sia ancora possibile tenere il decesso di un capo di Stato all’oscuro dei media per 36 ore. Un blackout per molti versi inconcepibile. Il secondo è che, da quanto ho potuto vedere, nell’anno della ‘primavera araba’, degli ‘indignados’ e di Occupy Wall Street, esiste ancora una popolazione che non solo non chiede la destituzione del suo affamatore, ma ne piange sinceramente la scomparsa. Se la scelta di Time di incoronare «il manifestante» come «uomo dell’anno» è azzeccata – e trovo lo sia – significa che le tecniche di manipolazione del consenso di un regime possono essere talmente forti da rendere impermeabili i suoi sudditi allo spirito del tempo.

E qui sta forse il terzo fatto degno di nota: nessuna tecnologia è bastata a fuggire le maglie del più tradizionale dei regimi distopici, quello che meglio si adatta alla straordinaria narrazione che Orwell stese oltre sessant’anni fa, nel 1948. Si dirà che è vero il contrario. Che, per esempio, il libero web è così duramente represso proprio perché portatore sano di dissenso. Senz’altro. Però mi ripeto la domanda  che Guy Delisle, nella graphic novel Pyongyang, pone a se stesso osservando i suoi inseparabili accompagnatori assorti in treno, di fronte a lui: «Credono davvero a tutte le stupidaggini che sono costretti a ingoiare?». Se la risposta fosse affermativa – ed è tutt’altro da escludere – allora significherebbe che quel tipo di risposta repressiva (totalitaria, estrema) è tale da costringere l’individuo al rigetto della libertà. Così che mentre il resto delle popolazioni oppresse si riversa in rete e nelle piazze nel suo nome, i nordcoreani piangono la scomparsa del dittatore. O meglio: del dittatore che avevano imparato a desiderare.

(Immagine: Kim Il Sung ritratto da Guy Delisle in Pyongyang)