Perché la campagna elettorale fa schifo

In questi giorni sto pensando molto alla differenza terribile che c’è in politica tra una bugia (o una serie di bugie) e una verità assoluta (o una serie di verità assolute). Al fatto che sia, credo, molto peggio la seconda della prima, perché se la prima si può mostrare (nel senso proprio di ‘far vedere’) per quello che è, confutare con dati e fatti, per la seconda non abbiamo che gli argomenti. E perché la validità e la bontà degli argomenti siano percepite come tali bisogna già condividere le regole del gioco: la logica. E, lo abbiamo capito, logica e politica – specie dalle nostre parti – sono mondi paralleli, binari che non si incontrano che per caso, a volte, di passaggio. Una bugia poi raramente è un sistema, una ideologia, senza verità assolute: senza colpire queste ultime, è inutile attaccare le bugie. O meglio: si può (si deve) fare, ma se resta l’impianto di fondo resta la base su cui quelle bugie, anche le prossime, si reggono.

Il tutto poi è terribilmente complicato dal fatto che gli strumenti su cui esprimiamo le nostre critiche – sia alle bugie che alle verità assolute – non hanno più l’autorevolezza necessaria per raggiungere i bugiardi e i difensori delle verità assolute che vorremmo criticare, e raggiungerli come un pugno in faccia, con evidenza e immediatezza, sentendo il peso del colpo. È inutile, per capirci, cercare di usare la logica e i fatti su un giornale X che fa campagna elettorale per Y se si vuole decostruire la narrazione di una qualunque lettera (partito, movimento, leader) che si oppone a Y. Manca il presupposto di partenza: la credibilità di X. Insomma, il problema è che ci mancano le condizioni di fondo per imbastire un discorso critico costruttivo e secondo ragione, temo. Se la campagna elettorale è una schifezza immonda potrebbe essere questa una delle cause più profonde.

Poco più di un pensiero a voce alta messo nero su bianco, naturalmente. Ma l’impressione è che stiamo davvero testimoniando il ritorno delle verità assolute, anche e forse soprattutto come conseguenza del frame adottato dai tutti e tre i principali leader politici in gara (che poi non siano nemmeno loro, a essere davvero in gara, ma che sia percepito come tale è un altro elemento su cui riflettere): il manicheismo di «noi» e «loro», l’idea per cui da una parte c’è un «noi» detentore della verità assoluta e dall’altra un «loro» inevitabilmente e perfettamente bugiardo. Cos’è il «derby» di cui parla Matteo Renzi,

cosa il #vinciamoNOI di Grillo – con annessi processi popolari online agli infallibilmente corrotti, e dunque falsi (le cui ragioni non meritano nemmeno di essere considerate, nel tribunale assoluto della «Rete»), cosa l’eterno dualismo berlusconiano tra «comunisti» e uomini liberi se non appunto il perpetuarsi di un’idea per cui da una parte ci sia la Verità (inconfutabile, inemendabile) e dall’altra le bugie?

Insomma, non è nemmeno più che il flusso comunicativo cui siamo continuamente esposti rende difficile se non impossibile distinguere il vero del falso (come si fa il fact-checking a un presidente del Consiglio che produce n annunci – la maggior parte terribilmente vaghi – in poche settimane, smentendosi e ritrattando continuamente? Come a una opposizione quale è quella di Berlusconi, con un piede nelle riforme e l’altro nelle teorie del complotto e dello sfascio?): è proprio che siamo costretti a preferire il falso al vero, perché almeno del falso possiamo dire che è tale, mentre del vero – sempre declinato al maiuscolo, il Vero – non possiamo più dire nulla, intriso com’è di saccenza, ideologismi e preconcetti da perdere completamente di significato, diventare una bandiera che cambia colore e direzione a seconda di chi la impugna, un camaleonte che si nutre di un sistema mediatico senza credibilità e non fa che produrre inganni, divisioni, incomprensione.

Ecco, fino a oggi se mi avessero chiesto di scegliere tra il vero e il falso avrei, come è logico, scelto il vero. Da oggi, invece, mi viene da preferire il falso. Ed è questa forse la vera antipolitica, il suo perfetto compimento. E il suo più grave annuncio.

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Ma non si riuscirà mai a liberarci della democrazia diretta

da Vittorio Foa, ‘Passaggi’ (1993):

Nel pensiero corrente, che è anche quello classico, la democrazia è un insieme di regole sui diritti della maggioranza, sul rispetto delle minoranze, sul riconoscimento delle libertà fondamentali. La democrazia così definita, la democrazia rappresentativa, ovviamente non è esaustiva. Il pensiero politico ne descrive i limiti: i poteri invisibili, le oligarchie, i corpi intermedi con i loro interessi organizzati, il difetto di partecipazione, e soprattutto la disuguaglianza sociale che distrugge l’uguaglianza dei diritti. Si tratta di limiti pesanti che però possono essere curati e corretti dentro lo stesso schema classico della democrazia, tutto quello che si chiama politica vi è impegnato. Il vero, serio, limite della democrazia è dentro la rappresentanza, è nel rapporto tra rappresentante e rappresentato, quando quest’ultimo non si sente rappresentato da chi ha eletto come rappresentante. Non vi è, non vi può essere, un modello sistematico di democrazia diretta capace di risolvere una volta per tutte il rapporto fra rappresentante e rappresentato. Il socialismo libertario non ha mai potuto erigersi a sistema. Ma non si riuscirà mai a liberarci della democrazia diretta, essa vive come ineluttabile contestazione del rappresentante da parte del rappresentato. La democrazia diretta ha quindi come suo presupposto la democrazia rappresentativa. E senza la verifica della contestazione la democrazia rappresentativa morirebbe nella palude della burocrazia.

Lo spot perfetto

(Da un cittadino di domani, a un cittadino di oggi)

A B. H.

E insomma c’è la televisione, e io la guardo. E alla televisione c’è questo: una pubblicità elettorale. La chiamavano così, prima delle pubblicità elettorali. Quelle di adesso, dico. Quella che guardo alla televisione. Ora le chiamano partecipazioni. Non è che ti vendono un prodotto. Tu sei il prodotto. Quindi partecipi. Non che il prodotto sia diventato umano: è viceversa. Almeno, questo dicono i professoroni. Quelli con la parrucca, credo di avere capito, che mai se ne stanno zitti. Prima che li abbiano messi a tacere, ecco. Anzi, prima che tacessero, come io stesso ho taciuto. Non so se lo avete capito, voi che leggete. Qui un tempo c’è stata una serie di professoroni, e io ero uno di loro, che agitavano il dito indice, come a puntare. Giudicare. Scrutare. Cose terribili, insomma. Cose che adesso sono vietate, e grazie al cielo. Noi che ci piace guardare la televisione: noi non li vogliamo, i professoroni. Ecco, quella è una noia che ricordo di quando ero bambino. Sentire la critica. Quella cosa insopportabile per cui tu provi a fare e arriva uno a disfare. Quella cosa terribile che chiamavano, appunto, pubblicità elettorale. Per quanto fosse perfettamente partecipativa non faceva che mettere dubbi. Ci eravamo convinti fosse quel dubbio, l’indubitabile. La fonte di ogni possibilità di gioia, perfino. E invece era la dannazione. Esempio. La pubblicità elettorale diceva: ecco un milione di posti di lavoro, domani. E subito arrivava qualcuno a contraddire. Diceva: ecco un miliardo per le famiglie. E subito il cinguettare insolente dei battutisti, dei polemisti, dei tuttologi. Ora che tutto si partecipa non esistono più questi distinguo: li riassumiamo in una partecipazione. E chi potrebbe negarla. E insomma ora che guardo la televisione e non so perché vi ho detto perché si guarda la televisione posso dirvi che alla televisione c’è un viso di donna. Bello, penetrante. Che mi guarda fisso. Poi, lentamente, la telecamera arretra. Si vedono le spalle, nude. Coralline, vorrei dire, ma non posso. Arretra ancora, e si intravede l’inizio del seno. L’incavo in cui gli uomini perdono le direzioni, avrei scritto quando volevo essere scrittore, quando ancora non mi ero messo alla televisione. Arretra, e ora il seno è tutto in vista. Non che scandalizzi o che. Quella era l’altra epoca, quella prima. Quella in cui si era ipocriti. Si nascondevano i sentimenti, le cose. Ora non si nasconde niente. Ci mancherebbe: immaginate come si possa costruire una convivenza civile, ma civile davvero, sul segreto. Se quello è il fondamento, tutto scompare. Se quello è l’inizio, è anche la fine. Ecco, lo so che lo sapete. Non ha funzionato. Ma non poteva funzionare, è stato inutile attribuire le colpe. Inutile chiedersi come mai le riforme non si facevano. Non c’era niente da riformare: tutto era da distruggere, questo è il punto. Pochi l’avevano capito. Io no di certo. Ma chi l’ha capito, fortunatamente, ha prevalso. E noi siamo qui davanti alla televisione. Non che prima non ci fosse. È che ve l’ho detto: c’era il dubbio, e si sentiva sempre una voce contraria. Era insopportabile. Abbiamo solo dovuto capire che il problema era la dissonanza e, di conseguenza, rimuoverla. Ora niente stona. Le cose, finalmente, si fanno. I seni, ecco: quelli si vedono. Non che prima non si vedessero, è che insomma lo avete capito: sembrava chissà che cosa. E invece qui se si vuole si può guardare un seno prosperoso, provocante, affascinante, lussurioso con la propria compagna, per partecipare alla collettività. Per essere cittadini davvero. Per civismo. E in tutto questo lei vi dirà, come la mia: lo vedi quel seno? È più bello del mio. Se lo vuoi me lo faccio. E lei se lo fa, come lo farebbe qualunque lei. Per compiacervi. Per sembrare la televisione. E per sembrare me, e noi tutti. È questa la sua preferenza. Quel desiderio di rifarsi il seno, a immagine e somiglianza di ogni seno. Quel suo farsi ripetizione, identità. Uguaglianza. Quale concetto è più nobile? Ed ecco, la telecamera arretra ancora. Lei non ha neanche finito di invidiarle le tette che già sono lontane, si punta altrove. Noi si va al sodo, veloci. Mica si ha tempo da perdere, noi. Se le vuole guardare il seno, perfino rimpiangerlo, lo faccia. Ma non lo farà. Quello è un pensiero antico, dell’era prima. Se lo vuole, il seno è suo. Partecipazione, cazzo. Tutto, subito. Ora. La telecamera, dicevo, arretra. E si scopre la pancia, piatta. Perfetta. È un bel corpo, liscio. Lei si accarezza. Squilla il telefono, poi subito smette. Ha capito. È come la mia, dice lei, entusiasta. Siamo uguali, dice ancora, mentre l’obiettivo fissa la pelle. Questa è politica, penso in un lampo. È come una realizzazione, un’epifania, avrei detto. Ora niente si scopre, quindi non è possibile. Ma quello sarebbe, in un’altra era. Una pancia, ma perfetta. La mia, la tua, tutte. La condivisione. Di tutto, ora. La perfezione, ve l’ho detto. Lei dica quello che vuole, aggiunge solo ovvio all’ovvio. Non c’è bisogno di dire. Dicendo ci si espone alla contraddizione. Il silenzio invece è sempre assoluto. Muore in se stesso, e per questo vive per sempre. Per questo non c’è bisogno di parole, nella nuova politica. Ci sono solo gesti, azioni, fatti. Niente parole. Basta linguaggio, basta. Corpi, la politica è fatta di corpi. Quella nuova, che voi non conoscete. Ed eccomi, davanti alla televisione a fissare la perfezione. L’assoluto. E il concreto. La politica, e l’estetica. Lei e tutto. Dopo la pancia c’è un ginocchio, e il ginocchio ci innervosisce. La regia vi indugia per poco, ma è abbastanza da rovinare l’atmosfera. Quel ginocchio è un accidente, e non doveva esserci. Un di più, un inessenziale. Una parola, quasi. È come se quel corpo per un attimo avesse parlato, un ritorno tremendo al passato. Una violenza, inaccettabile. Quel regista sarà licenziato, mi auguro. Lo sarà senz’altro. Lei pensa lo stesso, lo vedo da come subito le si è sbiancato il viso che già aveva preso a indorarsi, prendere il colorito roseo dell’eccitazione e di ciò che vibra. Voglio dire: non serviva, quel ginocchio. E quindi andava rimosso. Anzi: non andava inquadrato. La televisione, oggi, è così: non mostra niente che non sia necessario. Il contingente è confutabile, il necessario mai. E la nuova politica è così: normativa, esatta. Non so perché parlo a questo modo, sarà il retaggio di quand’ero filosofo, di quando dicevamo tutte quelle cose insensate sul senso delle cose. Prima di capire che il senso delle cose sono le cose stesse, nel loro divenire. Soprattutto, nel loro stare per essere. Nel loro innovarsi, continuamente. Poi, in un istante, l’innovazione ha sostituito l’essere. Ed è lì che è morta la filosofia. Quando abbiamo intuito che non serviva nemmeno bandirla, perché era in se stessa superflua. Innecessaria, e quindi non trasmettibile. Non condivisibile. E ciò che non si può condividere non ha senso. E quindi non c’è. Tutto ciò che c’è è passato, ed è quindi errore. Insomma, noi sappiamo tutto, e quello che ancora non sappiamo lo sapremo. Quella fede nel conoscere indubitabilmente tutto, anche ciò che ancora non conosciamo, è la saldatura dei miei occhi allo schermo, il telecomando che non ho bisogno di premere perché sempre inquadra il programma esatto, quello che desidero. Questo è il pensiero: silenzio, e il suo contrario. Del pensiero: azione, voglio dire, e spero mi capiate. Perché non è facile tornare a dire, pur se con uno scritto. Quando hai una pancia così di fronte, tutti i discorsi sono da parrucconi. E io non sono parruccone, né intendo ridiventarlo. Ho dismesso quei panni, e li ho bruciati per sempre. C’è solo da aprire gli occhi, e guardare. E io guardo, e vedo che il ginocchio si sposta, e il petto si rilassa. Guardo lei, e già riprende colore, inarcando un poco la schiena, sul letto, come a offrirsi a se stessa. E quando scompare il ginocchio, ecco apparire l’interno delle cosce, limpido. Fresco, come l’acqua appena sgorgata dalla sorgente. Un fiotto di luce che esce da una porta socchiusa. E la televisione l’apre, e noi vi fiondiamo lo sguardo, e capiamo che lì nel mezzo, dove si dischiude il suo sesso, c’è l’essenza stessa della politica, il senso del nostro vivere. Che è un convivere, sempre, immediatamente. Ora che guardo quel sesso aprirsi davanti ai nostri occhi; ora che sento lei ansimare, toccandosi; ora capisco che non c’è nemmeno bisogno di uno slogan, di un nome per il partito, di un qualunque senso di appartenenza. So già quello che ancora non so: so già che la mia partecipazione è per loro, cioè per me stesso. Per il partito, questo sesso che sento pulsare e subito accordo a lei, in un gemito. La televisione indugia, io divento lei. E la televisione, e il sesso, e la politica. Esprimo la mia preferenza, di getto. Non sono mai stato così felice del mio voto.

Renzi e il dissenso

Si possono definire i critici «gufi e rosiconi», caro Matteo, e intellettuali come Rodotà e Zagrebelsky «professoroni o presunti tali» (sì, anche invece di rispondere nel merito alle critiche). Si può tirare in ballo il doppiopesismo della sinistra sfoderando l’arma derisoria per tutte le stagioni, i «girotondi». Si possono annunciare infinite promesse – ogni volta che apro il giornale ne trovo di nuove – e poi minimizzare se le date slittano e i conti non tornano (dicendo con fastidio, invariabilmente, «i soldi ci sono»). E si può anche dipingere un mondo in cui da una parte ci sei tu, l’antisistema, che vuole cambiare tutto e dall’altra «l’establishment, il sistema» – parola di Cazzullo, nell’intervista odierna – che per definizione invece resiste, si oppone, è «palude», un magma indefinibile di forze tutte conservatrici e – guarda caso – tutte dissidenti, come se in Italia ci fosse una opposizione unita, unica, solida, il cui unico collante sia non cambiare assolutamente nulla (non che non ci siano i conservatori, anzi: è che io dovunque mi giri sento al contrario proclami di voler cambiare tutto, proprio come quelli di Renzi). Ma se lo fai, caro Matteo, poi non lamentarti se parliamo di autoritarismo, se pensiamo che non è solo la comunicazione ma lo stile di leadership politica ad accomunarti alla «destra» (sì, anche la postideologia si può abbracciare in modo ideologico – e sarebbe da ricordarlo pure a Galli Della Loggia, che nell’editoriale di ieri sembrava dimenticarlo), quella (pessima) che abbiamo conosciuto in Italia: la lingua, bruttissima, è proprio la stessa; un misto di arroganza e denigrazione per chi non la pensa al tuo modo che francamente speravo si potesse evitare di riproporre in una leader che si vorrebbe tutto nuovo (io ancora non ho capito dove starebbe la novità), e soprattutto che dovrebbe condurre a «cambiare verso» proprio a partire dall’educazione, e dunque dalla cultura. Ce n’è stato un altro negli ultimi vent’anni, Matteo, che è arrivato al potere con quella di travolgere lo status quo, e di travolgerlo subito, ma solo ed esattamente nel modo in cui voleva lui. Anche lui faceva straw men di tutti quelli che si opponevano («comunisti!» – che dici, ci arriverai anche tu?). E anche lui diceva che prima che alle parti sociali e ai politici e ai giornalisti parlava ai cittadini. Bene, vorrei ricordarti che – nonostante un impero economico – non ha funzionato, e personalmente ringrazio il cielo. Ma non, caro Matteo, perché resisto al cambiamento, perché «gufo», «rosico» o mi piace la «palude» da cui tu vorresti fuggire a «piè veloce»: perché resisto al metodo con cui viene proposto. E il metodo, di cui il linguaggio trovo sia una parte essenziale, viene prima del contenuto. Più che di correre, lanciare ultimatum e snocciolare emergenze, c’è bisogno di recuperare una sana normalità nel modo in cui si argomenta e discute di politica e di temi pubblici in questo paese. Ecco, Matteo: tu da questo punto di vista mi sembri perpetuare l’«anomalia». Di conseguenza, io perpetuo il mio dissenso.

Bill Hicks, vent’anni dopo

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Ho conosciuto Bill Hicks che avevo l’età in cui è morto, 32 anni. Non sapevo che era morto, quando ho cominciato a guardarne gli spettacoli su YouTube. Sapevo solo che erano gli anni 90, e che ne volevo ancora: per qualche ragione le sue parole mi avevano svegliato qualcosa dentro, una parte di me che pensavo repressa o nemmeno esistente. Qualcosa di anarchico e dirompente che non mi conoscevo, ma in cui grazie a lui per qualche motivo mi riconoscevo. Sì, anche io ero convinto che il marketing fosse la rovina di sostanzialmente tutto, per esempio. Lo avevo capito a un corso universitario, appunto, di marketing. Il docente spiegando disse semplicemente, come fosse la cosa più naturale del mondo: «Noi creiamo bisogni innecessari». E se rendono le persone infelici, meglio: è solo allora che cercano disperatamente la felicità in altri bisogni innecessari, ma con un prezzo. Sì, credevo anche io che questo avesse finito per distruggere il nostro senso estetico, farci passare dal considerare pop i Beatles al farci considerare pop i New Kids On The Block, i follemente derisi New Kids On The Block che Hicks continuava a raffigurare come pedine di un sistema che premia la mediocrità, la menzogna, la maniera e, di conseguenza, l’infelicità. Marketing, appunto, all’essenza. Come fossero modi dello stesso, non cose – mi veniva «prodotto», dannazione – assolutamente, essenzialmente diverse, opposte. Una terribile mistificazione che abbiamo in qualche modo imparato ad accettare, così che quando esce il nuovo pezzo costruito a tavolino per mettere insieme il pubblico dei Daft Punk con quello di Pharrell Williams – è un nuovo segmento di mercato! – lo troviamo bello, non utile – come dovrebbe essere un prodotto. Ecco, Bill in qualche modo mi aveva risvegliato a quella differenza, alla capacità critica di cogliere una mistificazione per quello che è: contraddizione, bugia; un abuso da contestare e rispedire al mittente con rabbia, se necessario. La droga che fa solo male. Il fumo che va a tutti i costi evitato. La glorificazione del normale e del conforme, il loro rimpiazzare la visione e l’idea e lo slancio e la passione, in cima alle priorità. Guardala da un altro punto di vista, dice Bill. Pensa che i non fumatori muoiono ogni giorno. Che esistono storie di rapporti positivi con la droga, che hanno prodotto parte del repertorio artistico e culturale di cui i normalizzatori si riempiono la bocca per continuare a esistere, per esempio, perché di loro non sarebbero in grado – grazie alla loro splendida, ma inutilissima normalità – di produrne – ehm – nemmeno uno spicchio infinitesimale. Ci stai insegnando a eccedere per eccedere! Ci stai dicendo che il giusto è lo sbagliato così, per provocare! No, sto dicendo che il difforme ha valore. E che spesso ha più valore del conforme. Soprattutto, che imparare a giudicarlo con la propria testa è l’unico modo per decidere cosa sia meglio per se stessi, in piena libertà: se essere conformi o difformi, se trovare valore in ciò che ci dicono essere buono o in ciò che consideriamo davvero essere buono. È tutto un canto e una invocazione a esercitare la propria ragione, la propria facoltà critica, mi dicevo. E me lo dico oggi, due anni dopo, a vent’anni dalla sua morte. Oggi che capisco che è questo il motivo per cui Hicks è più vivo ora che mai, perché più vivo ora che mai è il problema di ricominciare a dare valore al senso critico, ed esercitarlo. Non importa se ci sia Reagan o Renzi, la Pepsi Cola o Facebook: importa come ci rapportiamo col potere e con chi ce lo vende, e dalla morte di Hicks non abbiamo fatto alcun passo avanti. Anzi.

***

Poi, un giorno, ho scoperto che Bill è morto a 32 anni per un cancro al pancreas. E ho capito che c’era qualcosa di più di una semplice affinità umana. C’era come un destino, in quell’incontro. Pochi anni prima mio padre era morto dello stesso male, in pochi mesi – come Bill. Anche lui ha vissuto la malattia con la dignità straordinaria con cui l’ha vissuta Hicks. Ha continuato a lavorare finché ha potuto. Ha lottato, finché ha potuto – e voluto. Soprattutto, non ha mai fatto niente per fare intendere che qualcosa stesse cambiando e fosse destinato, ineluttabilmente, a finire. Hicks, lo sappiamo, ha fatto spettacoli fino all’ultimo, fino a che le forze gliel’hanno consentito. E ha dovuto subire perfino la censura, tardivamente ritrattata con scuse pubbliche e in prima persona alla madre, al Letterman. Che momento deve essere stato, per lui e la famiglia. Anche noi aggiungevamo problema a problema, in famiglia: e anche quello era come un filo rosso che mi legava a Bill. E non importa fosse posteriore a quegli eventi. Non importa perché in qualche modo me li ha fatti rivivere, e rileggere, e comprendere. E accettare. Questo può una satira apparentemente volgare, sboccata, irriverente, distruttiva al punto che oggi i moralizzatori che si scandalizzano per gli insulti e le minacce su Internet ne avrebbero fatto un totem della disgrazia, un simbolo di tutto ciò che incarna il male del Paese – come se abbruttire il mondo per renderlo interessante, la loro occupazione quotidiana, fosse invece una benedizione. E dire che Bill è cresciuto in un ambiente perfino più bigotto e conformista di quello in cui sono cresciuto io. In Texas, in una famiglia fortemente religiosa. Da cui ha trattenuto il rispetto per il sacro, ma nel senso mistico del primo Wittgenstein, del radicalmente inconoscibile e dunque massimamente degno di rispetto e silenzio e contemplazione, quella che Bill ha cercato – e trovato, moralisti da strapazzo – nei viaggi lisergici. «Credo in Dio, ma non nelle persone», avrebbe detto a Patton Oswalt, e non mi risulta difficile crederlo. In tutta la sua disintegrazione dell’ascientificità della vulgata cristiana, infatti, non c’è l’astio di George Carlin, non c’è nemmeno la cattiveria di chi si è sentito tradito da un Dio-uomo in cui credeva. C’è piuttosto la denigrazione di chi prende alla lettera un sistema di credenze tanto eccelso nelle conclusioni quanto fallace nelle premesse. Anche questo mi ha avvicinato a Bill, il sapere di condividere una fede incrollabile nella ragione capace tuttavia di crollare di fronte a ciò che inevitabilmente la supera. Il portare rispetto a questo superamento. La mia forse è una fede più cieca, logica: la sua più visuale, colorata, fatta di vibrazioni ed energia ed entità che si fondono in una gioia eterna e inspiegabile. Ma l’idea è la stessa, e il miracolo di Hicks è farcela scoprire tra una fellatio simulata al microfono e l’imbarazzante ripetizione di mugugni demoniaci di Goat Boy. Il miracolo di dimostrare come l’arte, il contenuto dell’arte, se ne infischi del costume e dell’educazione e vada dritta al punto, per le vie che ritiene appropriate. Questo abbiamo perduto, forse irrimediabilmente, abbandonando i nostri ribelli e lasciandoli alle commemorazioni. Questo abbiamo rifiutato quando abbiamo comprato la logica del prodotto – comprato, appunto – ben impacchettato, luccicante, accessibile a tutti, sempre sullo scaffale e pronto – pronto! – a darci una scarica di felicità lunga quanto serve per desiderarne un’altra, da un altro prodotto. Questo abbiamo violentato quando abbiamo confuso quel volgare surrogato con la felicità, quella vera, che parla la lingua immaginifica e crudele di ciò che ci supera ben più che quella, addomesticata e vana, di ciò che siamo. Se ciò significa che, a vent’anni dalla morte, abbiamo scoperto qualcosa di divino in Hicks, forse significa che possiamo ancora vederlo in ciascuno di noi. E questo è il suo dono più grande.