Ma non si riuscirà mai a liberarci della democrazia diretta

da Vittorio Foa, ‘Passaggi’ (1993):

Nel pensiero corrente, che è anche quello classico, la democrazia è un insieme di regole sui diritti della maggioranza, sul rispetto delle minoranze, sul riconoscimento delle libertà fondamentali. La democrazia così definita, la democrazia rappresentativa, ovviamente non è esaustiva. Il pensiero politico ne descrive i limiti: i poteri invisibili, le oligarchie, i corpi intermedi con i loro interessi organizzati, il difetto di partecipazione, e soprattutto la disuguaglianza sociale che distrugge l’uguaglianza dei diritti. Si tratta di limiti pesanti che però possono essere curati e corretti dentro lo stesso schema classico della democrazia, tutto quello che si chiama politica vi è impegnato. Il vero, serio, limite della democrazia è dentro la rappresentanza, è nel rapporto tra rappresentante e rappresentato, quando quest’ultimo non si sente rappresentato da chi ha eletto come rappresentante. Non vi è, non vi può essere, un modello sistematico di democrazia diretta capace di risolvere una volta per tutte il rapporto fra rappresentante e rappresentato. Il socialismo libertario non ha mai potuto erigersi a sistema. Ma non si riuscirà mai a liberarci della democrazia diretta, essa vive come ineluttabile contestazione del rappresentante da parte del rappresentato. La democrazia diretta ha quindi come suo presupposto la democrazia rappresentativa. E senza la verifica della contestazione la democrazia rappresentativa morirebbe nella palude della burocrazia.

Cercate di rimanere svegli

La fine della politica giunge insieme alla fine del racconto della politica. La progettualità svanisce, i media annotano e provano a dare senso a un flusso continuo di contraddizioni in cui il lettore si smarrisce. E anzi, finisce a sua volta: vinto dal cinismo, sopraffatto dal senso profondo di inutilità dello sforzo di seguirne lo sviluppo, abbandona.

Il dubbio è che abbia ragione. Che sia giusto arrendersi, lasciare classe dirigente e quarto potere a parlarsi addosso. Abbracciare una più o meno sofferta indifferenza oppure i proclami radicalmente rivoluzionari di chi vuole una «nuova politica», che la «vecchia» chiama antipolitica.

È una sensazione che causa disagio (dopotutto, ignorare significa dare carta bianca), rende palpabile l’abisso che si è spalancato tra le preoccupazioni quotidiane della politica, la sua narrazione e l’interesse dei cittadini per le une e l’altra. Ed è una sensazione che conosciamo bene: l’abbiamo vissuta non più tardi del 2 ottobre, nell’esperienza di una crisi di governo fatta rientrare, dopo mille giravolte, da chi l’aveva causata.

Cercando di capire come un cronista possa essere utile in un frangente tanto caotico e intriso di rassegnazione, mi ero chiesto – su Valigia Blu – come fare informazione in uno scenario in cui la contraddizione è, di fatto, indistinguibile dalla coerenza. Problema, concludevo, a cui non ho risposta.

Poi un amico mi ha consigliato di recuperare ‘Forza, Simba’, il reportage per Rolling Stone in cui David Foster Wallace racconta la sua esperienza al cuore della campagna per la candidatura alle presidenziali di John McCain del 2000 (in ‘Considera l’aragosta‘, Einaudi, pp. 169-262). E ci ho trovato una strana, inquietante consonanza. Pagine che aiutano ad andare più a fondo nella questione, ampliarne il raggio, contestualizzarla. Fin dalla premessa. Se oggi come allora,

«Non ci limitiamo più a non credere alla fuffa: ormai nemmeno la sentiamo. La releghiamo allo stesso livello intrinseco, sotto la soglia dell’attenzione, in cui isoliamo i cartelloni pubblicitari e le musichette di sottofondo».

e se il racconto quotidiano della politica si occupa, appunto, della «fuffa», cosa accade al lettore e all’elettore? Foster Wallace se lo chiede subito, mentre stabilisce la regola aurea del suo reportage. Al contempo di metodo (giornalistico) e di merito (civile), perché si propone

«di capire se al giorno d’oggi una qualunque persona che si candidi a una qualunque carica possa essere ‘reale’, e se ciò che noi davvero vogliamo sia qualcosa di reale, oppure qualcos’altro».

Insomma, e se volessimo invece la finzione, il prodotto, lo slogan confezionato dagli strateghi della comunicazione? Del resto, siamo in

«Un’era in cui le affermazioni di principio o di visione dei politici vengono recepite come slogan pubblicitari interessati, e giudicati non in base alla loro autenticità o capacità di ispirare, ma alla scaltrezza, alla commerciabilità».

Non è tanto questione di vero e falso, scrive Foster Wallace. È che vogliamo credere in qualcuno, oltre che a qualcuno. E se non riusciamo a credere in nessuno, non resta che affidarsi a chi si unisce al coro dei delusi, e si propone di farsene interprete.

Per questo colpisce, fa notizia e ottiene consenso l’anticandidato. McCain, nel racconto dello scrittore. Ma anche qualunque leader politico si definisca come il fustigatore dello status quo, colui il quale rigetta interamente il vecchio modo di fare politica e vi sostituisce la sua genuinità e, naturalmente, il popolo a cui ridona infine il potere.

L’Italia che ha visto il movimento di Beppe Grillo ottenere il 25,5% ne costituisce un perfetto esempio. Pur non essendo egli stesso un candidato, tra le pagine di Foster Wallace a tratti sembra aleggiarne lo spirito: «A volte dice cose che sono anche palesemente vere, ma che nessun altro grande candidato dice mai», scrive Foster Wallace di McCain, ed è altrettanto vero per Grillo. Anche in Grillo poi c’è un vissuto, una percepibile motivazione umana che pone perfino gli scettici di fronte alla «sorta di dissidio interiore» di cui si legge tra abbandonare il disfattismo e affidarsi all’anticandidato e «la convinzione profonda che il bisogno di credere sia una stronzata, che in giro non sia rimasto altro che vendite e piazzisti».

Dalle macerie di una politica che non fa politica e di un giornalismo che non fa giornalismo, sorge così un fenomeno che porta con sé le domande che da sempre si associano all’ascesa dei cosiddetti populismi, ma che si legano in maniera specifica ai mezzi e alle dinamiche di comunicazione che ne trasmettono il credo ai fedeli. Foster Wallace è quasi profetico quando ragiona sulla prima vittima di un’epoca in cui

«è pressocché impossibile parlare delle questioni politiche davvero importanti senza fare ricorso a termini divenuti ormai luoghi comuni talmente orribili che provocano un istantaneo sguardo vitreo e sono difficili persino da percepire».

e scrive che quella vittima è la nostra comprensione del leader, la desiderabilità stessa della nozione (e di quale nozione) di leadership:

«Ormai è difficile provare a riflettere su quale sia il vero significato di ‘leader’ e chiedersi se veramente quello che i giovani elettori di oggi vogliono sia un leader».

Oggi sappiamo della retorica della non-leadership, del «potere orizzontale», delle organizzazioni «a rete» costruite sul modello della «Rete». Ma la spinta, il motore è lo stesso: non il nuovo strumento (per esempio, Internet), ma il disgusto nei confronti della politica tradizionale, tale che fare l’anticandidato «diventa una qualità straordinariamente attraente e smerciabile ed eleggibile».

Cercando di abbandonare i paradossi della vecchia politica, ecco che ne troviamo di nuovi. Cercando di abbandonare gli slogan, reperiamo un nuovo vecchio modo di sottomettersi al marketing politico: trasformare il rifiuto in contenuto, la protesta in alternativa. Annota Foster Wallace:

«[È] un momento in cui un anticandidato può trasformarsi in un candidato vero. Però, certo, se si trasforma in un candidato vero poi continua a essere un anticandidato? È possibile vendere il rifiuto di mettersi in vendita?»

Anche qui, nessuna risposta. Tanto che il resoconto si chiude con i dubbi dello scrittore su McCain: quanto sta vendendo il rifiuto di mettersi in vendita e quanto, invece, è più semplicemente se stesso? Non ci interessa qui risolvere il dilemma: e del resto, sarebbe una folle immodestia. Interessa invece sottolineare che la strada del rifiuto, nella politica come nel racconto della politica, non è meno impervia di quella dell’accettazione. Entrambe le vie partono da paradossi e conducono a paradossi. Forse, sembra suggerire Foster Wallace con la sua testimonianza, l’unica possibilità è metterli a nudo man mano che si presentano.

Questo potrebbero significare le ultime righe, la contraddizione centrale nel personaggio McCain:

«Piazzista o leader o tutte e due le cose o nessuna che sia, il paradosso finale […] è che il fatto che lui sia davvero ‘reale’ dipende meno da ciò che c’è nel suo cuore che da ciò che c’è nel vostro. Cercate di rimanere svegli».

(Grazie a G. Tomai per lo spunto)

La patologia

«Il Parlamento è libero, in ogni momento, di votare la sfiducia al governo Letta», scrive Giorgio Napolitano al Corriere della Sera. E, formalmente, è vero. Ma solo formalmente. Perché il caso Ablyazov dimostra che, nei fatti, non è in grado di sfiduciare liberamente nemmeno un suo ministro. Proprio perché se si sfiduciava lui, Alfano, si sfiduciava Letta. E se si sfiduciava Letta… Beh, non si può sfiduciare Letta. Perché non ci sono alternative (e lo ribadisce anche Napolitano, oggi, quando ricorda che dal fallimento dell’incarico a Bersani non è cambiato nulla); perché siamo in emergenza; perché questo governo, come scrive Ferruccio De Bortoli, è «tanto fragile quanto necessario».

Un dato di natura, più che una scelta politica, verrebbe da dire. Anche perché la scelta politica l’ha compiuta la politica, non gli italiani. Che avevano votato due schieramenti il cui mantra in campagna elettorale era l’opposizione reciproca netta, assoluta, inconciliabile. E che oggi se li ritrovano al governo insieme, con gli esiti sotto gli occhi di tutti: i partiti che, prima delle «larghe intese», litigavano continuano – chi l’avrebbe detto! – a litigare. E invece di decidere rimandano.

Poco male, visto come decidono (si veda il penoso balletto sul Wi-Fi di questi giorni) e come non decidono (si cambia il Porcellum o no?). Il punto è che l’emergenza non può durare in eterno. Il Paese la sta vivendo sulla sua pelle dall’insediamento di Monti, a novembre 2011: se prima il cittadino contava poco o nulla, oggi – nell’era della retorica della democrazia digitale e della partecipazione «dal basso» – conta ancora meno, zero assoluto. Napolitano lo dice chiaramente: in caso di crisi resta «il ricorso al voto popolare». Ma «di azzardi la democrazia italiana ne ha vissuti già troppi». E, visto che si tratta di evitare «un’ulteriore destabilizzazione e incertezza del quadro politico-istituzionale», niente elezioni in caso di crisi – dice in sostanza il presidente. Del resto, «Considero il frequente e facile ricorso a elezioni politiche anticipate come una delle più dannose patologie italiane».

Chissà se Napolitano sospetta che le elezioni anticipate siano l’effetto, e non la causa della patologia. Che la patologia sia la composizione di governi che litigano invece di governare, che siano dello stesso schieramento o di tutti gli schieramenti. E che le elezioni anticipate non siano che la conseguenza di uomini politici incapaci di guardare al bene collettivo e a obiettivi di medio-lungo termine, di abili manipolatori del nulla il cui fine principale sembra solleticare – istante dopo istante – la pancia del loro elettorato per ottenerne il consenso hic et nunc. Solo per poi piegarsi ai «diktat» dell’Europa, che ci umiliano ma quantomeno hanno il pregio di riportarci a questioni sostanziali – altro che IMU.

Sospetto che lo sospetti, ma che non possa dire nulla al riguardo.

Vorrei solo porre una questione: siamo proprio sicuri che questa «pacificazione» artificiale, questa mascherata che ogni giorno si leva la maschera e ogni giorno vede levarsi le grida di chi vorrebbe – responsabilmente – rimetterla, procuri meno instabilità istituzionale e sociale dell’odiato ricorso alle elezioni anticipate? È con le «larghe intese» che non si sta decidendo nulla, che la politica non sta pagando per le sue colpe (vedi alla voce Alfano), che le decisioni (consultazioni online o meno) vengono prese in splendida solitudine dal Palazzo, che il capo dello Stato è costretto a interventi politici per reggere la baracca, che il conflitto tra giustizia e politica è ai massimi livelli (al punto che, secondo il Pdl, la prima dovrebbe piegarsi alle esigenze della seconda – vedi alla data 30 luglio), che si sente parlare di rischio rivolta (lo dice Casaleggio, Delrio e Caldoro – da opposti schieramenti – concordano), che i conti sono in ordine (siamo di nuovo tra i virtuosi, dice l’Europa) ma non lo sono affatto (il debito continua a salire).

Tutto come prima? Appunto. E allora dove sta la rassicurazione, dove la differenza sostanziale tra emergenza e normalità? Se la patologia da sconfiggere sono governi che non governano, e non scongiurare all’infinito le elezioni anticipate, l’esistenza del governo Letta rischia di essere non una garanzia di stabilità e pace sociale, ma il suo contrario. Non la cura, ma il perpetuarsi della malattia. Con un’aggravante rispetto a prima: la retorica del ricovero d’urgenza del paziente, del suo dover subire la cura senza poter opporre alcuna obiezione. Tutto per salvargli la vita. E se i dati dicono invece che ne si sta accelerando il decesso, si può sempre dire che non c’erano alternative. Il paziente muore, ma il medico è assolto.

Strano modo di salvare una democrazia, ridurla a uno stato d’eccezione obbligato.

Il caso Gambaro, sedici anni prima

«Decida la Rete», abbiamo sentito ripetere ossessivamente in questi giorni dagli esponenti del MoVimento 5 Stelle rispetto al caso della dissidente Adele Gambaro. Ma non c’è niente di democratico nell’ipotizzare l’espulsione di chi critica il leader (divenuto improvvisamente «capo politico» a tutti gli effetti, e non più solo per necessità di forma). Che sia deciso «dalla Rete» o meno (terribile l’identificazione degli utenti su Internet con gli iscritti al portale di Grillo abilitati al voto, tra l’altro; ancora peggio l’idea che «la Rete» – e non chi la abita – possa decidere alcunché), in streaming o in segreto, da cento persone o da centomila non cambia assolutamente nulla: l’identificazione di dissenso, dissidenza e crimine sarebbe semmai un esercizio di forme di gestione del consenso autoritarie – se non fosse che l’oscena ridda di insulti e accuse reciproche di cui siamo stati testimoni in questi giorni è degna più di una parodia di un sistema autoritario, che di una macchina repressiva vera e propria.

La vicenda Gambaro, in sé, è poca cosa: tutti i partiti (che si riconoscano come tali o meno) litigano al loro interno. E di norma, quei litigi sono assai poco interessanti per chiunque non vi faccia parte. L’attuale dialogo interno al M5S non fa certo eccezione. Molto più rilevante è invece ciò che testimonia. E cioè il fallimento del metodo decisionale proposto da Grillo, e della sua idea del rapporto tra Internet e democrazia.

Lo avevo già scritto per il caso Mastrangeli, e in un’analisi complessiva della prospettiva teorica del M5S: l’«iperdemocrazia» di Gianroberto Casaleggio si traduce, al netto delle idealità, in un uso plebiscitario della rete. Casaleggio non risponde mai, guarda caso, a questo tipo di critiche (ho provato a interpellarlo, argomenti alla mano, per oltre un anno – nessuna risposta, e di rilasciare un’intervista non se ne parla). Anche quando a muoverle siano suoi parlamentari. Come Paola Pinna. Che a La Stampa aveva detto, cogliendo il nocciolo della questione:

«(…) vediamo la Rete consultata quasi esclusivamente per emettere sentenze, come per le espulsioni. Il ruolo di tribunale del popolo non mi sembra particolarmente dignitoso. Stiamo rischiando molto».

Sarà una coincidenza, ma ora si parla di espulsione anche per lei.

Ma a prescindere dai singoli casi, nessuno meglio di Stefano Rodotà – l’ex candidato al Quirinale del M5S, poi rinnegato da Grillo – illustra il problema nei suoi caratteri più generali. E, al contempo, concreti. Scrive Rodotà, ed è il 1997, che «L’interattività (…) può essere messa al servizio di procedure di ratifica» (p. 40). Si noti che il concetto di ratifica è lo stesso usato, ma senza la sua accezione negativa, da Grillo nel codice di comportamento degli eletti proprio riguardo alle decisioni in rete. Ma che significa esattamente? L’ex Garante della privacy lo spiega poco oltre, a pagina 46:

«Se si vuole discutere seriamente di politica e tecnologia (…) bisogna evitare una versione riduttiva dell’una e dell’altra. Gli strumenti resi disponibili dalle diverse tecnologie dell’informazione non debbono essere considerati soltanto come mezzi che rendono possibile un voto sempre più facile, rapido, frequente. Così verrebbe accolta una visione ristretta della democrazia, vista non come un processo di partecipazione dei cittadini, ma solo come una procedura di ratifica, come un perpetuo gioco del sì e del no, giocato da cittadini che tuttavia rimangono estranei alla fase preparatoria della decisione, alla formulazione delle domande alle quali dovranno rispondere. Il mutamento concettuale e politico è evidente. La democrazia diretta diventa soltanto democrazia referendaria e, all’orizzonte, compare piuttosto la democrazia plebiscitaria» (da Tecnopolitica, Laterza, seconda edizione).

È il caso Gambaro, sedici anni prima. E la dimostrazione che il pensiero, quando lo si ascolta, può essere una buona guida all’azione. Peccato Grillo e i suoi abbiano intonato il nome del giurista per settimane senza averne mai letto gli scritti: ne avrebbero tratto un beneficio di gran lunga superiore a quelli derivanti dall’operazione politica condotta per presentarlo come un uomo «della Rete». Quando invece è solamente un uomo che pensa, e bene.