Bill Hicks, vent’anni dopo

bill-hicks

Ho conosciuto Bill Hicks che avevo l’età in cui è morto, 32 anni. Non sapevo che era morto, quando ho cominciato a guardarne gli spettacoli su YouTube. Sapevo solo che erano gli anni 90, e che ne volevo ancora: per qualche ragione le sue parole mi avevano svegliato qualcosa dentro, una parte di me che pensavo repressa o nemmeno esistente. Qualcosa di anarchico e dirompente che non mi conoscevo, ma in cui grazie a lui per qualche motivo mi riconoscevo. Sì, anche io ero convinto che il marketing fosse la rovina di sostanzialmente tutto, per esempio. Lo avevo capito a un corso universitario, appunto, di marketing. Il docente spiegando disse semplicemente, come fosse la cosa più naturale del mondo: «Noi creiamo bisogni innecessari». E se rendono le persone infelici, meglio: è solo allora che cercano disperatamente la felicità in altri bisogni innecessari, ma con un prezzo. Sì, credevo anche io che questo avesse finito per distruggere il nostro senso estetico, farci passare dal considerare pop i Beatles al farci considerare pop i New Kids On The Block, i follemente derisi New Kids On The Block che Hicks continuava a raffigurare come pedine di un sistema che premia la mediocrità, la menzogna, la maniera e, di conseguenza, l’infelicità. Marketing, appunto, all’essenza. Come fossero modi dello stesso, non cose – mi veniva «prodotto», dannazione – assolutamente, essenzialmente diverse, opposte. Una terribile mistificazione che abbiamo in qualche modo imparato ad accettare, così che quando esce il nuovo pezzo costruito a tavolino per mettere insieme il pubblico dei Daft Punk con quello di Pharrell Williams – è un nuovo segmento di mercato! – lo troviamo bello, non utile – come dovrebbe essere un prodotto. Ecco, Bill in qualche modo mi aveva risvegliato a quella differenza, alla capacità critica di cogliere una mistificazione per quello che è: contraddizione, bugia; un abuso da contestare e rispedire al mittente con rabbia, se necessario. La droga che fa solo male. Il fumo che va a tutti i costi evitato. La glorificazione del normale e del conforme, il loro rimpiazzare la visione e l’idea e lo slancio e la passione, in cima alle priorità. Guardala da un altro punto di vista, dice Bill. Pensa che i non fumatori muoiono ogni giorno. Che esistono storie di rapporti positivi con la droga, che hanno prodotto parte del repertorio artistico e culturale di cui i normalizzatori si riempiono la bocca per continuare a esistere, per esempio, perché di loro non sarebbero in grado – grazie alla loro splendida, ma inutilissima normalità – di produrne – ehm – nemmeno uno spicchio infinitesimale. Ci stai insegnando a eccedere per eccedere! Ci stai dicendo che il giusto è lo sbagliato così, per provocare! No, sto dicendo che il difforme ha valore. E che spesso ha più valore del conforme. Soprattutto, che imparare a giudicarlo con la propria testa è l’unico modo per decidere cosa sia meglio per se stessi, in piena libertà: se essere conformi o difformi, se trovare valore in ciò che ci dicono essere buono o in ciò che consideriamo davvero essere buono. È tutto un canto e una invocazione a esercitare la propria ragione, la propria facoltà critica, mi dicevo. E me lo dico oggi, due anni dopo, a vent’anni dalla sua morte. Oggi che capisco che è questo il motivo per cui Hicks è più vivo ora che mai, perché più vivo ora che mai è il problema di ricominciare a dare valore al senso critico, ed esercitarlo. Non importa se ci sia Reagan o Renzi, la Pepsi Cola o Facebook: importa come ci rapportiamo col potere e con chi ce lo vende, e dalla morte di Hicks non abbiamo fatto alcun passo avanti. Anzi.

***

Poi, un giorno, ho scoperto che Bill è morto a 32 anni per un cancro al pancreas. E ho capito che c’era qualcosa di più di una semplice affinità umana. C’era come un destino, in quell’incontro. Pochi anni prima mio padre era morto dello stesso male, in pochi mesi – come Bill. Anche lui ha vissuto la malattia con la dignità straordinaria con cui l’ha vissuta Hicks. Ha continuato a lavorare finché ha potuto. Ha lottato, finché ha potuto – e voluto. Soprattutto, non ha mai fatto niente per fare intendere che qualcosa stesse cambiando e fosse destinato, ineluttabilmente, a finire. Hicks, lo sappiamo, ha fatto spettacoli fino all’ultimo, fino a che le forze gliel’hanno consentito. E ha dovuto subire perfino la censura, tardivamente ritrattata con scuse pubbliche e in prima persona alla madre, al Letterman. Che momento deve essere stato, per lui e la famiglia. Anche noi aggiungevamo problema a problema, in famiglia: e anche quello era come un filo rosso che mi legava a Bill. E non importa fosse posteriore a quegli eventi. Non importa perché in qualche modo me li ha fatti rivivere, e rileggere, e comprendere. E accettare. Questo può una satira apparentemente volgare, sboccata, irriverente, distruttiva al punto che oggi i moralizzatori che si scandalizzano per gli insulti e le minacce su Internet ne avrebbero fatto un totem della disgrazia, un simbolo di tutto ciò che incarna il male del Paese – come se abbruttire il mondo per renderlo interessante, la loro occupazione quotidiana, fosse invece una benedizione. E dire che Bill è cresciuto in un ambiente perfino più bigotto e conformista di quello in cui sono cresciuto io. In Texas, in una famiglia fortemente religiosa. Da cui ha trattenuto il rispetto per il sacro, ma nel senso mistico del primo Wittgenstein, del radicalmente inconoscibile e dunque massimamente degno di rispetto e silenzio e contemplazione, quella che Bill ha cercato – e trovato, moralisti da strapazzo – nei viaggi lisergici. «Credo in Dio, ma non nelle persone», avrebbe detto a Patton Oswalt, e non mi risulta difficile crederlo. In tutta la sua disintegrazione dell’ascientificità della vulgata cristiana, infatti, non c’è l’astio di George Carlin, non c’è nemmeno la cattiveria di chi si è sentito tradito da un Dio-uomo in cui credeva. C’è piuttosto la denigrazione di chi prende alla lettera un sistema di credenze tanto eccelso nelle conclusioni quanto fallace nelle premesse. Anche questo mi ha avvicinato a Bill, il sapere di condividere una fede incrollabile nella ragione capace tuttavia di crollare di fronte a ciò che inevitabilmente la supera. Il portare rispetto a questo superamento. La mia forse è una fede più cieca, logica: la sua più visuale, colorata, fatta di vibrazioni ed energia ed entità che si fondono in una gioia eterna e inspiegabile. Ma l’idea è la stessa, e il miracolo di Hicks è farcela scoprire tra una fellatio simulata al microfono e l’imbarazzante ripetizione di mugugni demoniaci di Goat Boy. Il miracolo di dimostrare come l’arte, il contenuto dell’arte, se ne infischi del costume e dell’educazione e vada dritta al punto, per le vie che ritiene appropriate. Questo abbiamo perduto, forse irrimediabilmente, abbandonando i nostri ribelli e lasciandoli alle commemorazioni. Questo abbiamo rifiutato quando abbiamo comprato la logica del prodotto – comprato, appunto – ben impacchettato, luccicante, accessibile a tutti, sempre sullo scaffale e pronto – pronto! – a darci una scarica di felicità lunga quanto serve per desiderarne un’altra, da un altro prodotto. Questo abbiamo violentato quando abbiamo confuso quel volgare surrogato con la felicità, quella vera, che parla la lingua immaginifica e crudele di ciò che ci supera ben più che quella, addomesticata e vana, di ciò che siamo. Se ciò significa che, a vent’anni dalla morte, abbiamo scoperto qualcosa di divino in Hicks, forse significa che possiamo ancora vederlo in ciascuno di noi. E questo è il suo dono più grande.

Il grado zero della politica

Forse abbiamo compiuto un salto, con le larghe intese, nel vuoto istituzionale. Forse abbiamo raggiunto il grado zero della politica. Non è solo che l’intero quadro si sta sfaldando. Non è solo che i partiti ora litigano al loro interno ma stanno tutti insieme, uniti al governo ma separati all’opposizione di loro stessi – una maggioranza talmente vasta da diventare opposizione. È che c’è un punto di saturazione perfino nella disattenzione dell’opinione pubblica, e lo abbiamo raggiunto. Siamo al colmo dell’indifferenza: da qui o si risale o si scivola nella rabbia. In quella genuina, radicale, che investe i metodi, non i contenuti. Che prende la democrazia, l’Europa, lo Stato, i partiti, perfino il Parlamento. Che non si accontenta degli aggiustamenti, e del resto non sono venuti, ma pretende una sostituzione. Della democrazia con altro. In Italia sta avvenendo, tra uno scandalo e l’altro, tra la saga di Berlusconi e del Paese e una serie infinita di annunci cui non corrisponde nulla se non contrappesi o l’inerzia. La sensazione è netta non solo guardando ai disastri macroscopici: è nelle persone. Troppi anni a parlare di nulla. Troppi anni ad appassionare il lettore su cavilli che non avranno alcun reale effetto. Troppi camuffamenti della lingua, troppe parole insensate, che non significano più nulla e nemmeno riescono più a trovare il pudore di cercare di nascondersi dietro a un significato. Troppi ultimatum cui ha fatto seguito un’altra ultima chance. Troppe date inderogabili derogate. L’elettore che guarda i partiti azzannarsi per ridisegnarsi in modo che il potere combaci, come il puzzle nell’incastro, non vede altro che quello: una lotta per il potere fine a se stessa, perfettamente inutile se non per i direttamente in causa. Ovunque guardi non vede idealità, e di conseguenza si disinteressa. Poi c’è la politica che sopravvive, quella che ancora si infiamma: ma è totalmente invisibile al racconto mediatico del paese. Soprattutto, manca della forza di ridisegnarlo nel suo assetto di fondo, che è ciò di cui ci sarebbe bisogno. Può tenerlo in vita nelle comunità locali, nelle piccole aggregazioni: ma non appena sfiora il potere, quello vero, diventa altro, si abbruttisce, comincia a parlare un’altra lingua – quella che non conta nulla, non produce nulla, non significa nulla. Per il potere, la situazione è congeniale. Ha un popolo iperattivo che reagisce a ogni stimolo, demagogia o meno non importa, e un sacco di stimolanti sotto forma di annunci, litigi e calciomercato di partiti. Soprattutto, ha un popolo che si è stufato di ascoltare ciò che ha da dire il potere, e anche quando avrebbe qualcosa da chiedere sul serio ormai rinuncia perché tanto dall’altra parte non ci sentono. Così si è distratto, e chiede distrazione. Il potere, come ogni potere, è ben lieto di fornirne. E tutto si regge, e quel che sembra è che ci sia un sacco di vitalità di militanti che votano a un congresso, militanti che applaudono a un altro, e la base che discute su questo, e la base che discute su quello, e si compilano duecentomila questionari online, e in ogni caso c’è Internet che risolve ogni problema. Se c’è una massima distanza tra entità astratte come il popolo e il potere invece l’abbiamo raggiunta, e non si vede all’orizzonte alcuna forza sufficiente a riavvicinarle anche per via di questo terribile inganno ottico in cui siamo intrappolati, a vedere tutto che si dimena come stesse ballando e invece sono gli spasmi di un morto.

I ‘saggi’ e la democrazia diretta

La via dell’immobilismo è lastricata di propositi rivoluzionari. Si vuole «ravvivare la partecipazione democratica»? Usare gli strumenti di democrazia diretta già presenti nel nostro ordinamento, referendum e leggi di iniziativa popolare, sarebbe un ottimo punto di partenza. Ma usarli davvero, non disattendere costantemente l’esito dei primi (dai soldi ai partiti alla responsabilità civile dei magistrati passando per l’acqua pubblica) e ignorare del tutto – e da sempre – le seconde (e le 350 mila firme del ‘Parlamento Pulito‘?). E invece che si fa, in Italia? Si istituiscono comitati di «saggi». Si vagheggiano riforme costituzionali che non vedranno mai la luce (a meno che i litiganti di sempre – Pd e Pdl – non scoprano improvvisamente l’amore, proprio mentre il nodo Berlusconi viene al pettine e si parla di crisi di governo un giorno sì e l’altro pure). E si infarcisce il tutto con una bella (formalmente, in buona parte lo è davvero) consultazione popolare online passata miracolosamente in pochi giorni da 50 a 70 mila partecipanti, dei cui esiti tuttavia non si comprende a sua volta l’utilizzo. Perché c’è il lavoro dei «saggi», e ci sarà il giudizio dei parlamentari. Certo, la politica spergiura: li ascolteremo. Ma di nuovo, in assenza di un criterio più preciso e concreto la partecipazione dei cittadini rischia di diventare un modo per garantire una vetrina ai proponenti (i media amano parlare di politica 2.0, di norma lodando chi ne faccia utilizzo) e poco altro. Così resta il sapore paradossale di sentire un comitato di «saggi» (nominati) invocare «più democrazia diretta» (Corsera di oggi). Restano le pur lodevoli idee di introdurre la «iniziativa popolare ‘indiretta’» (il tanto vituperato Beppe Grillo che da sempre propone il «referendum propositivo» è diventato improvvisamente un modello da imitare?) e di potenziare l’istituto della petizione «ricorrendo anche agli strumenti di comunicazione elettronica» (qualcuno, al governo, si è chiesto se funzionano davvero? Perché i dati in mio possesso consentono di dubitarne). Ma la sostanza è che con ogni probabilità tutto resterà come prima (da quanto si parla di riduzione del numero dei parlamentari, fine del bicameralismo perfetto etc.?), e i passi che si sarebbero potuti compiere subito (per esempio, rispettare la volontà popolare sull’abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti – datata 1993, ma di cui ancora oggi si discute tra un rinvio e l’altro – o portare in Aula una discussione sul ‘Parlamento Pulito’) non sono stati fatti nemmeno questa volta. Il solito Gattopardo, questa volta anche più odioso perché evocato sulla pelle dei cittadini e della loro residua voglia di partecipare. Digitale o meno, la politica dovrebbe cominciare a fare quel che può, oltre che chiedersi come possa riformarsi per fare più di quel che può. Fino a quando continuerà a nascondere l’inerzia con i proclami non ci sarà alcun incremento di partecipazione: e non ci sono «saggi» o tecnologie che tengano.

I rottamati

Leggevo ieri sul Corriere a pagina 2 che ci sono «conti che narrano le macerie dell’economia italiana dal 2007» e che «sono impressionanti: -8,9% di Pil, -7,6% i consumi delle famiglie, -27,1% gli investimenti, -7,2% l’occupazione, -25,1% la produzione industriale. A correre al ritmo dell’1,5% (cioè il doppio di quello previsto per il 2014) ci vorrebbero sei anni per tornare ai livelli di partenza». Talmente impressionanti che non li ha notati nessuno, e che tutto prosegue come nulla fosse. Gli artefici di questo disastro si danno un giorno sì e l’altro anche alla numerologia, all’interpretazione degli astri, ai vaneggiamenti sulla stabilità dell’esecutivo in rapporto alla stabilità dell’economia. Affollano i talk show, occupano le stesse poltrone di sempre. Sono trattati con lo stesso riguardo di sempre. Nelle stesse ore, per dirne una, montava la polemica – sacrosanta, per i motivi che ricorda Marco Travaglio sul Fatto di oggi – per la nomina di Giuliano Amato a giudice della Corte Costituzionale. E, per dirne un’altra, si ‘scopriva’ che i roboanti annunci di Enrico Letta sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti dopo tre mesi si sono già trasformati in un nulla di fatto. Segnali del cambiamento ripetutamente promesso? Per carità. Ma è tutto lo scenario a parlare di stasi e rassegnazione. L’utopia dei Cinque Stelle sale sui tetti, invece di fare la rivoluzione. Casaleggio va a Cernobbio, invece di lanciare la piattaforma che dovrebbe trasformare l’Italia in una splendida e funzionante democrazia digitale diretta (la prima al mondo, peraltro). Chi apre bocca è fuori: che novità. A sinistra Renzi sta imbarcando tutti quelli che diceva di voler affondare. Il rottamatore si sta facendo rottamare, tra un salotto televisivo e un bagno di folla. Vincerà, ma difficilmente taglierà le teste che doveva tagliare. C’è chi parla di normalizzazione, e non mi sembra sia tanto distante dal vero. E chi non si normalizza, e grazie al cielo ancora c’è, ha poche chance di spuntarla. A destra invece continua a non esserci assolutamente nulla a parte la difesa dell’indifendibile, la sopravvivenza infinita e paradossale di uno schieramento politico riassunto da due decenni in un corpo che si vorrebbe gonfio di salute anche se da tempo cade a pezzi. Perfino i cantieri politici «dal basso» sembrano spariti, sostituiti dall’iperpresenzialismo di altre stimabilissime ma non esattamente nuove figure della politica, su tutte quella di Rodotà, spinto in un ruolo – al centro e non ai margini della scena – che non gli si addice. Così finisce che l’elettore che non ne abbia ancora avuto abbastanza, che serbi per qualche miracolosa opera di autoconvincimento e di strenua educazione civica ancora un barlume di interesse per questa orrenda baracconata conservatrice, si trovi dalla parte del governo Letta, a farsi piacere l’idea che sia normale e addirittura sano che gli opposti si annullino a tempo indeterminato. Tra un annuncio di crisi e uno di pacificazione, tra una dichiarazione di guerra e una tregua, splendide armi che imbraccia il nulla quando non ha più cartucce da sparare, ma vuole comunque fare rumore, per distrarci. Non farci pensare che abbiamo già rottamato la rottamazione, prima di farla. E che tutto sommato non importa che si finisca per essere noi, i rottamati.

L’unica cosa da dire sul caso Berlusconi

L’unica cosa da dire sul caso Berlusconi è che in qualunque Paese civile un ex quattro volte presidente del Consiglio condannato in via definitiva per frode fiscale si fa da parte, mentre nel nostro non si fa da parte nemmeno dopo aver detto – e in televisione, cioè nel suo habitat naturale – che un qualunque rappresentante delle istituzioni condannato per evasione fiscale in via definitiva avrebbe dovuto farsi da parte. Tutta la polvere sollevata dalla condanna a oggi e nei prossimi mesi – che si traduce in sostanza nel promuovere l’eversione (tra gli applausi), e anzi definire il rispetto della legge eversivo – serve a nascondere questo elementare pensiero di civiltà e sanità mentale e istituzionale. Lentamente, un cavillo e una minaccia al giorno. È un confine della democrazia, quello che stiamo sperimentando. E si consuma tutto a partire da questo: il leader del centrodestra non accetta il verdetto della giustizia, che ritiene nei suoi confronti irrimediabilmente corrotta, e anzi per questo vuole dirsi statista. Senza combatterlo dopo essersi fatto da parte, come del resto detta lo spirito di una legge – la Severino, oggi causa di ogni male – votata anche dal suo stesso partito proprio per moralizzare la politica e ottenere l’inverso della situazione che Berlusconi ha prodotto: ma in prima linea, diffondendo l’idea che tre gradi di giudizio non siano sufficienti a dimostrare la validità di una sentenza, che una condanna definitiva possa leggersi come una non condanna e non definitiva, e che in sostanza dovrebbe essere il giudizio della politica sulla giustizia a stabilire la fine della politicizzazione della giustizia. Ogni altro pensiero, di fronte a questo, si arrende, come di fronte a qualunque contraddizione. Berlusconi se davvero volesse mantenere il rispetto della forma democratica dovrebbe farsi da parte, problemi della giustizia o meno. Il resto sono dettagli inutili che portano sulla strada dell’autocrazia, e noi dovremmo imparare a trattarli come tali.