Come si parla a un nazista

«Come si parla a un nazista?», si chiede Dimitri Deliolanes in ‘Albadorata‘, il volume da poco pubblicato da Fandango che affronta l’ascesa del movimento neonazista in Grecia. Il quesito del giornalista della emittente pubblica greca ERT è straordinariamente complesso, perché riguarda parlamentari eletti, non – come nel caso che abbiamo testimoniato in questi giorni in Italia – il cadavere di un boia.

Ma le sfumature, pur diverse, restano. «Bisogna essere rispettosi?», chiede ancora. «Ma se si è troppo rispettosi non c’è il rischio di legittimarlo?». Oppure «si potrebbe ignorarlo, fare finta che sia un’anomalia». Finendo però potenzialmente per rafforzare i neonazisti, farli apparire emarginati, ribelli, perseguitati «dal sistema e dai media». Controargomentare? Presta il fianco alle banalizzazioni e agli «attacchi demagogici» in cui sono maestri. Dire apertamente che le tesi di un nazista sono folli? «Il rischio è che appaia come un sognatore perverso, un bandito affascinante, un utopista incompreso».

C’è la legge, replicano alcuni. Dichiarare il neonazismo incompatibile con le istituzioni democratiche, sbattere gli eletti fuori dal Parlamento e in galera – come poi avvenuto In Grecia. O ancora, mettere al bando il solo negazionismo, la giustificazione dell’innocenza storica dell’ideologia nazista: farne un reato perseguibile con il carcere e multe salatissime, come allo studio nel nostro Senato proprio in queste ore. Ma nessuna delle due soluzioni sembra eliminare «i motivi che hanno portato parte dell’elettorato a schierarsi in favore degli estremisti», dice Deliolanes. Il che significa che tantomeno smetterà di pensare da nazista: un pensiero vietato, al contrario, diventa attraente, seduce. Specie quando il sistema stesso che impone il divieto viene percepito come poco o nulla autorevole.

«Il problema», scrive l’autore e io sono perfettamente d’accordo, «è di restituire al sistema democratico la credibilità perduta». L’alternativa al riemergere di tentazioni naziste dalle fogne della storia è solo e unicamente contrapporvi «uno stato di diritto forte, una democrazia forte». «Ma non abbiamo nessun indizio che si stia andando in questa direzione», commenta l’editorialista Stavros Lygeros per la situazione greca, nel libro di Deliolanes. Altrettanto vale per l’Italia. La soluzione non è resuscitare canti partigiani, prendere a calci e pugni un carro funebre, mettere nero su bianco nel codice penale che negare l’Olocausto non è solo inumano e antistorico, ma anche illegale. Magari bastasse così poco. La soluzione è fornire risposte democratiche ai problemi che gli estremisti propongono di risolvere con i semplici, diretti slogan antidemocratici.

Dalla violenza neonazista in Russia contro gli immigrati ai sondaggi che danno al primo posto in Francia il ‘Front National’ di Marine Le Pen, passando per Ungheria e Crozia, «la democrazia non può più essere data per scontata in Europa», come scrive il think tank Demos. Deve, al contrario, dimostrare di essere in grado di affrontare le sfide della contemporaneità. Perché, a mettere in fila le ragioni evidenziate da Deliolanes nell’avanzata di Alba Dorata, si comprende come sia proprio l’inadeguatezza a rispondervi ad aver lasciato campo all’estremismo.

L’incapacità di affrontare i fenomeni migratori, evidenziata tragicamente dalla polemica estenuante e continua tra Europa e istituzioni italiane a Lampedusa – ma decisiva anche in Grecia; il relativo terrore di smarrire una propria identità culturale; la debolezza di culture democratiche che si fanno commissariare politicamente ed economicamente da un’Europa le soluzioni proposte sembrano aggravare, più che risolvere, la crisi finanziaria che sta impoverendo e rendendo più ciniche popolazioni sempre più facili al populismo; un sistema dei media in mano a pochi e che esaspera regolarmente i toni dello scontro sociale, sostituendo alla cronaca resoconti emotivi o scandalistici per fare audience o vendere qualche copia in più; e le connessioni tra forze dell’ordine ed estrema destra e cultura della violenza. Sono questi gli elementi principali che hanno portato Alba Dorata al successo, argomenta Deliolanes.

E gela i polsi pensare a quanto siano attuali nel nostro Paese. A quanto saremmo impreparati e deboli se, domani, invece di un nazista morto dovessimo trovarci a fronteggiare a una serie di nazisti vivi e soprattutto organizzati in un movimento politico capace di sfruttare l’insoddisfazione che percorre l’Italia con argomenti e azioni più o meno velatamente naziste. Come in Grecia, veniamo da una cultura del controllo e dell’autoritarismo, da una democrazia imperfetta, mai compiuta, da un sistema partitico corrotto e in cui gli elettori non si riconoscono – e all’orizzonte non sembrano esserci soluzioni credibili. Restano, certo, le differenze nella struttura economica, oltre al fatto che la storia e la politica restano sempre più complicate e imprevedibili delle analisi che provano a raccontarle. Eppure quella domanda, «come si parla a un nazista?», ha un suono particolarmente sinistro in questi giorni, e in questo tempo. E tapparsi le orecchie, chiudere gli occhi, lavarsi la coscienza con un emendamento o l’indignazione non aiuterà a trovare una risposta.

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8 pensieri su “Come si parla a un nazista

  1. Pingback: alcuni aneddoti dal futuro degli altri | 16.10.13 | alcuni aneddoti dal mio futuro

  2. Il nazismo non è solo una visione autoritaria della società, ma soprattutto una visione ideale dell’uomo da raggiungere tramite (anche) tramite l’eugenetica (bellissimo su questo tema è Ausmerzen di Marco Paolini). E questa tentazione eugenetica sull’uomo è ritornata fortissima (vedi Singer, Dawkins ecc). Dal punto di vista antropologico gli ideali nazisti sono tornati e stanno vincendo, e nessuno fa cenno di accorgersene.

  3. Non è simpatico rispondere con una domanda a un’altra domanda, lo faccio unicamente perché esiste, da sempre, una procedura preliminare, anche se desueta e da molte parti considerata superflua, quella che per poter parlare a chicchessia è necessario prima ascoltare.
    La domanda è: come si ascolta un nazista?
    Si deve chiudere l’audio appena si intuisce dove va a parare?
    Va escluso a priori l’ascolto delle sue parole a causa dei suoi atteggiamenti?
    Ogni sua affermazione va considerata errata perché viziata dall’ideologia nazista?
    È necessario esaminare al microscopio i suoi discorsi per trovarli infetti?
    Va ascoltato pazientemente e compatito segretamente come si farebbe con un minus habens ?
    Ogni sua parola va memorizzata per potergliela ribattere come se fosse una palla?
    Si deve ascoltarlo con crescente ribrezzo per sentirsi superiori (e innocenti)?
    A queste e altre ipotesi simili la mia risposta è semplice: non lo so.
    Una cosa però mi sento di dire, e cioè che, pure in questo caso, prima di parlare bisogna ascoltare, anche se è faticoso, penoso, fastidioso, ripugnante.
    Perché i vantaggi dell’ascoltare sono molteplici.
    Ascoltare non significa accettare. Ascoltare è come guardare, leggere, toccare, mangiare, sono attività naturali, alle quali si reagisce in vari modi a seconda della bontà del contatto; le reazioni possono essere di sospetto, piacere, sorpresa, vomito; dipende. Ascoltando mettiamo alla prova il nostro intimo essere, le nostre convinzioni, le nostre pulsioni, anche quelle inconfessabili.
    Il secondo vantaggio sta nel poter trovare degli solidi appigli grazie ai quali smontare i suoi costrutti, a prescindere dalla logica sulla quale si basano. Un po’ di sofismo in questi casi non guasta mai.
    Se poi, come spesso capita, il nazista di turno è anche una persona poco intelligente, sarà egli stesso che si imbroglierà da sé; lasciandolo parlare potrà capitargli di cadere in contraddizioni lampanti, di fronte alle quali, se egli è in grado di sentire ciò che sta dicendo, ha due sole alternative: l’uso di slogan (meglio se urlati) per semplificare qualcosa che è diventato troppo complesso per lui, oppure il dubbio, alternativa terribile in quanto minerebbe alle basi tutta la sua esistenza di nazista molto più drammaticamente di quanto avremmo potuto fare noi con le migliori argomentazioni possibili.
    E poi ascoltare è indispensabile quanto un vaccino contro una malattia mortale, quella della supponenza; tutti i nostri sforzi devono essere indirizzati nel cercare di comprendere il suo punto di vista, perché se egli “sinceramente” crede di essere nel giusto è perché, probabilmente, avverte qualcosa che a noi sfugge, o che interpretiamo diversamente, e vedendo con i “suoi” occhi saremo in grado di individuare le sorgenti dei suoi ragionamenti per noi “aberranti” (da aberrazione, tipico difetto dei sistemi ottici), e, fatto di non trascurabile importanza, avremo messo alla prova la “nostra” visione del mondo, ricevendone un’immagine meno incompleta di prima.
    Come parlare con un nazista poi, mi si passi il calembour, è un altro discorso. Suppongo che sia come parlare a un devoto di una chiesa, prete o osservante che sia, ovvero una persona che basa i suoi ragionamenti su dogmi dettati da altri, che sia un libro sacro, un capitale, un indice di borsa, una bandiera, un colore dell’epidermide.
    Perciò, buona fortuna.

  4. A un nazista non si parla. Se si è certi che sia nazista. Se la cosa non è certa ma solo sospetta, al presunto nazista si parla con l’intento di capire se di nazista si tratti, nel qual caso si smette di parlarci (e ci si allontana… alcuni passano alle vie di fatto, ma io sono dell’idea che sia consigliabile farlo solo in un contesto difensivo).
    Sul fatto che l’intera europa continentale sia una democrazia imperfetta (perché nessun paese europeo continentale in epoca moderna e contemporanea – tranne la Francia per brevissimi incerti periodi – è mai stato una democrazia) sono molto d’accordo. Il punto è: dov’è oggi l’autoritarismo europeo? Quale entità sovraindividuale impone le proprie scelte senza interrogare chi le deve subire? (perché questo è l’autoritarismo); e come fa a imporle? (questo è il metodo autoritario)… io un’idea ce l’ho

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