I ‘saggi’ e la democrazia diretta

La via dell’immobilismo è lastricata di propositi rivoluzionari. Si vuole «ravvivare la partecipazione democratica»? Usare gli strumenti di democrazia diretta già presenti nel nostro ordinamento, referendum e leggi di iniziativa popolare, sarebbe un ottimo punto di partenza. Ma usarli davvero, non disattendere costantemente l’esito dei primi (dai soldi ai partiti alla responsabilità civile dei magistrati passando per l’acqua pubblica) e ignorare del tutto – e da sempre – le seconde (e le 350 mila firme del ‘Parlamento Pulito‘?). E invece che si fa, in Italia? Si istituiscono comitati di «saggi». Si vagheggiano riforme costituzionali che non vedranno mai la luce (a meno che i litiganti di sempre – Pd e Pdl – non scoprano improvvisamente l’amore, proprio mentre il nodo Berlusconi viene al pettine e si parla di crisi di governo un giorno sì e l’altro pure). E si infarcisce il tutto con una bella (formalmente, in buona parte lo è davvero) consultazione popolare online passata miracolosamente in pochi giorni da 50 a 70 mila partecipanti, dei cui esiti tuttavia non si comprende a sua volta l’utilizzo. Perché c’è il lavoro dei «saggi», e ci sarà il giudizio dei parlamentari. Certo, la politica spergiura: li ascolteremo. Ma di nuovo, in assenza di un criterio più preciso e concreto la partecipazione dei cittadini rischia di diventare un modo per garantire una vetrina ai proponenti (i media amano parlare di politica 2.0, di norma lodando chi ne faccia utilizzo) e poco altro. Così resta il sapore paradossale di sentire un comitato di «saggi» (nominati) invocare «più democrazia diretta» (Corsera di oggi). Restano le pur lodevoli idee di introdurre la «iniziativa popolare ‘indiretta’» (il tanto vituperato Beppe Grillo che da sempre propone il «referendum propositivo» è diventato improvvisamente un modello da imitare?) e di potenziare l’istituto della petizione «ricorrendo anche agli strumenti di comunicazione elettronica» (qualcuno, al governo, si è chiesto se funzionano davvero? Perché i dati in mio possesso consentono di dubitarne). Ma la sostanza è che con ogni probabilità tutto resterà come prima (da quanto si parla di riduzione del numero dei parlamentari, fine del bicameralismo perfetto etc.?), e i passi che si sarebbero potuti compiere subito (per esempio, rispettare la volontà popolare sull’abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti – datata 1993, ma di cui ancora oggi si discute tra un rinvio e l’altro – o portare in Aula una discussione sul ‘Parlamento Pulito’) non sono stati fatti nemmeno questa volta. Il solito Gattopardo, questa volta anche più odioso perché evocato sulla pelle dei cittadini e della loro residua voglia di partecipare. Digitale o meno, la politica dovrebbe cominciare a fare quel che può, oltre che chiedersi come possa riformarsi per fare più di quel che può. Fino a quando continuerà a nascondere l’inerzia con i proclami non ci sarà alcun incremento di partecipazione: e non ci sono «saggi» o tecnologie che tengano.

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