Poesia diffusa

Il 30 agosto ho lanciato una provocazione sul rapporto tra (grandi) editori e stato di salute della poesia italiana (qui una riflessione di Giuseppe Martella sul tema). Oggi Alberto Pellegatta (Milano, 1978), autore de ‘L’ombra della salute‘ (Mondadori, 2011) e collaboratore come critico per diversi quotidiani e riviste, mi ha inviato il testo che riporto di seguito. Resto ancora in attesa di un intervento nel dibattito da parte degli altri diretti interessati, gli editori.

Gli editori (piccoli o grandi non c’è differenza) pubblicano poca poesia contemporanea perché non vende abbastanza. Ma il pubblico della poesia è un’elite e ce ne dobbiamo fare una ragione. Questo non vuol dire che non possa aumentare e che non sia importante la sua diffusione: il poeta, come dice Pound, è colui che mantiene il linguaggio in salute. Dove la letteratura decade, frana anche il pensiero e la società va a rotoli. Inoltre, la presenza di tanti giovani che scrivono dimostra che la poesia è ancora il “laboratorio” italiano del linguaggio. Fabio Chiusi si chiede se «realizzare una collana di ebook di classici dimenticati o di nuove scoperte da vendere a pochi centesimi, per una grossa casa editrice, sia insostenibile? Possibile non ci siano abbastanza lettori incuriositi da titoli nuovi, la cui qualità è garantita dal prestigio della casa editrice che li pubblica, agili (siamo pur sempre nell’era dei 140 caratteri, dell’overload informativo e dell’istantaneo, la poesia dovrebbe calzarvi a pennello, no?), a prezzo bassissimo». Sarebbe, in effetti, un’ottima idea pratica, anche se credo che i poeti e i loro pochi lettori preferiscano il libro cartaceo. Ma certo la diffusione della poesia online è importantissima, attraverso blog e riviste, e diventa problematica se affidata al dilettantismo. Servono piattaforme autorevoli di letteratura, e qui il ruolo della grande editoria può essere apprezzabile. Il mio stesso libro è uscito in una costola under35 de Lo Specchio Mondadori, a cinque euro: evidentemente è sostenibile, seppure attraverso plaquette non rilegate di poche pagine. In ogni caso rimane la stampa on demand, che permette tirature limitate e successive ristampe a prezzi davvero contenuti. La usano le università americane per ripubblicare i libri fuori commercio. E comunque, per recuperare il costo di una pubblicazione, basta vendere infondo una cinquantina di copie. Chiaramente non c’è margine di profitto, ma quella dell’editore non era una professione con vocazione sociale e implicazioni culturali? Adesso gli editori lamentano di avere pochi soldi, ma dove sono finiti quelli che hanno fatto a palate negli ultimi decenni con l’easyreading? La mia esperienza con la collana Poesia di Ricerca/EDB mi dice che i libri di poesia possono vendere, specialmente le novità di qualità.
È vitale che la poesia contemporanea sia presente sui giornali e nelle librerie. Magari anche alla televisione, perché no? Dare spazio a una critica di alto profilo aiuterebbe i lettori a orientarsi: le persone sono narcotizzate da surrogati culturali, canzonette e feuilleton. Nelle librerie Feltrinelli la sezione Poesia è addirittura scomparsa dagli scaffali, accorpata inopinatamente al teatro. Non è il pubblico a ricercare la banalità come dicono, è la proposta che genera gusto e richiesta: dopo anni di propaganda dovremmo averlo capito. Fino a che si offriranno soprattutto romanzi di comici mancati, biografie di calciatori e ricette di cucina, non si potrà pretendere molto.

Alberto Pellegatta

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2 pensieri su “Poesia diffusa

  1. tutto vero, è un tema importante e non se ne parla abbastanza nel campo editoriale, forse proprio perché interessa solamente all’ “élite”, tuttavia non posso confidare nell’effettiva vitalità di una poesia contemporanea in “giornali, librerie, televisione”, siamo veramente sicuri che si adatti a quel tipo di pubblico? secondo me l’arte poetica, al pari delle altre, per essere libera di essere (come lo era con le avanguardie di inizio 900) dovrebbe crearsi nuovi spazi, essere la forza trainante per la nascita di nuovi media, piuttosto che perpetuare le logiche ancora “ottocentesche” dell’attuale sistema (un grande editore non pubblicherà facilmente la novità, piuttosto si concentrerà sul “solito” -quanto difficile comunque da trovare- romanzo brillante). Sono sicuro di non aver potuto fare un discorso ampio e approfondito, ma spero di aver almeno aperto un piccolo oblò nel dibattito. Incontrarsi in questi spazi e confrontarsi è già un buon passo. Ciao! 🙂

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