L’unica cosa da dire sul caso Berlusconi

L’unica cosa da dire sul caso Berlusconi è che in qualunque Paese civile un ex quattro volte presidente del Consiglio condannato in via definitiva per frode fiscale si fa da parte, mentre nel nostro non si fa da parte nemmeno dopo aver detto – e in televisione, cioè nel suo habitat naturale – che un qualunque rappresentante delle istituzioni condannato per evasione fiscale in via definitiva avrebbe dovuto farsi da parte. Tutta la polvere sollevata dalla condanna a oggi e nei prossimi mesi – che si traduce in sostanza nel promuovere l’eversione (tra gli applausi), e anzi definire il rispetto della legge eversivo – serve a nascondere questo elementare pensiero di civiltà e sanità mentale e istituzionale. Lentamente, un cavillo e una minaccia al giorno. È un confine della democrazia, quello che stiamo sperimentando. E si consuma tutto a partire da questo: il leader del centrodestra non accetta il verdetto della giustizia, che ritiene nei suoi confronti irrimediabilmente corrotta, e anzi per questo vuole dirsi statista. Senza combatterlo dopo essersi fatto da parte, come del resto detta lo spirito di una legge – la Severino, oggi causa di ogni male – votata anche dal suo stesso partito proprio per moralizzare la politica e ottenere l’inverso della situazione che Berlusconi ha prodotto: ma in prima linea, diffondendo l’idea che tre gradi di giudizio non siano sufficienti a dimostrare la validità di una sentenza, che una condanna definitiva possa leggersi come una non condanna e non definitiva, e che in sostanza dovrebbe essere il giudizio della politica sulla giustizia a stabilire la fine della politicizzazione della giustizia. Ogni altro pensiero, di fronte a questo, si arrende, come di fronte a qualunque contraddizione. Berlusconi se davvero volesse mantenere il rispetto della forma democratica dovrebbe farsi da parte, problemi della giustizia o meno. Il resto sono dettagli inutili che portano sulla strada dell’autocrazia, e noi dovremmo imparare a trattarli come tali.

6 pensieri su “L’unica cosa da dire sul caso Berlusconi

  1. Stamattina sono stato negligente: di fronte alla selva di commenti che occhieggiavano-invitavano da destra e sinistra ad alimentare le nostre convinzioni propinandoci l’ennesima overdose omeopatica, ho chiuso carta, tablet, tutto, cercando un documentario su qualche mammifero raro.
    Sostengo da prima del voto che ha (comunque) vinto. Lo sostengo dopo la sentenza.
    Ha vinto perché ha reso superflue le analisi che spiegano l’anomalia malata. Perché noi siamo linguaggio e l’anomalia malata si è impossessata del nostro lessico politico. Perché senza rendercene conto quando parliamo di politica o di giustizia (quasi sinonimi nella follia del pubblico dibattito italiano) siamo scivolati in un altro universo del discorso – come direbbe un linguista – che non è più quello proprio della politica e della giustizia.
    Avrà ancora vinto quando uscirà di scena, per la mole e la forza dei detriti.

  2. Scusa Fabio se ti copio-incollo dei cosine scritte da poco. Volevo condividere con un giovane e brillante collega il gusto dell’ultimo commento su B. Anche se sarà con l’US di Zeno.

    Le immagini dei “soldati” di Silvio non ci raccontano in fondo qualcosa di così diverso da quello che vediamo o dovremmo vedere da molto tempo. Sono l’ultimo fotogramma di questo pezzo di storia italiana che per fortuna si avvia a conclusione lungo la strada della farsa, piuttosto che della tragedia. Quelle immagini, in fondo, raccontano la stessa storia affidata ai titoli e agli editoriali dei media berlusconiani, alle dichiarazioni dei colonnelli azzurri che stanno dentro le istituzioni parlando un linguaggio che segue logiche e pulsioni “tribali”, che interpretano la vita pubblica, la costruzione e il rispetto delle regole, secondo i canoni di una Chefferie piuttosto che di uno Stato.
    Nonostante le capriole giuridico-semantiche su cui si reggono spesso le colonne dei giornali del capo (lo chef) e le dichiarazioni dei leader pdl , lo stato maggiore berlusconiano (dai politici di primo piano ai giornalisti-militanti di punta) sta costruendo da anni una narrazione della vita politica che ne aggira le regole e il lessico “moderni”. Nel caso specifico l’argomento dell’ingiudicabilità, a ben guardare, prevale su quello dell’innocenza. E questo crea comunità tra la base (l”‘esercito” di Silvio come avamposto spettacolare di tutto il suo elettorato più fedele) e i notabili del partito pronti a immolarsi (dimettersi) per lo chef. La costruzione è la stessa, fideistica, arcaica: Silvio forse non è innocente, né in questa nè in altre vicende, sicuramente è non giudicabile.
    Il premi Pulitzer Jared Diamond, nel suo recente saggio “Il mondo fino a ieri”, ci spiega come nelle società tradizionali che ha studiato a fondo e sul campo (in particolare quelle della Nuova Guinea) lo scopo del “processo” non è tanto quello di stabilire la giustizia attraverso un percorso di accertamento della verità, ma quello ristabilire un patto di non aggressione, una pacificazione, ottenuta pesando le forze in campo piuttosto che attenendosi a criteri di giustizia. Non è forse questo modello delle società tradizionali (in politicamente scorretto avremmo detto primitive) studiate da Diamond quello perseguito da tempo da uno dei due contraenti di quell’intesa (larga…) che pretende di essere politica senza essere linguistica e antropologica?

  3. Tutto vero, verissimo! Berlusconi fa comodo a tutti! È il Bin Laden della politica italiana, l’amico/nemico senza il quale non avrebbe senso fare la guerra in Afganistan. Berlusconi è la ragione di un ventennale Vietnam politico in Italia. Non conviene ancora a nessuno eliminarlo dalla vita politica e nemmeno a lui stesso che ormai appare completamento spompato anche da una vita logorante di vizi e vergogne inenarrabili. Credo che si stia cercando un sostituto e fintanto che non lo avranno trovato faranno di tutto per tenerlo in vita politicamente. Non resterebbe che rassegnarci (ci rottameranno?) oppure fare tentare la rivoluzione politica. Cosa avremmo da perdere?

  4. Pingback: Il confine della democrazia | lostgenerationblog

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