Comunicare ed esprimere

C’è un pensiero bellissimo, nostalgico e al contempo rivoluzionario, nel romanzo autobiografico del poeta friulano Pierluigi Cappello, Questa libertà. È l’idea di salvare, accanto al regno della comunicazione, quello dell’espressione. Di essere ancora capaci di trasfigurare l’uno nell’altro, e di adottarne i modi, i tempi, le esperienze. Cappello spiega i due concetti con metafore perfette, lucide come definizioni logico-matematiche. Il primo, comunicazione, «mi suggerisce un’atmosfera da quartier generale», scrive, «con ufficiali di Stato Maggiore impegnati a stilare stringati dispacci che devono pervenire al fronte nel più breve tempo possibile e senza margini di ambiguità». Ben diversa è l’espressione, «quel tanto di sforzo esclusivo che implica aprire noi stessi all’altro». Cappello sta componendo una lettera, e ragionando sul senso della differenza tra l’esperienza di scrittura a penna e quella al monitor. Sul monitor, ragiona, si perdono le cancellature. Diventano «uno spazio vuoto», quando sulla carta rivelavano «le tracce dell’intermittenza del nostro pensiero». La comunicazione, in altre parole, ci sottrae all’imperfezione che tanto dice di noi stessi, del nostro modo di ragionare e di essere. Ancora, il digitale ci ruba l’attesa tra invio e ricezione del messaggio. Ci priva della «ritualità» che vi si accompagna, e dunque di un’altra esperienza della lentezza che è anche, immediatamente, esperienza di noi stessi. Toglie «sensualità» alla scrittura, il modo unico che ogni scrittore ha di portare la penna – come il pittore il pennello – e che, di nuovo, «rivela la personalità di chi lo pratica». Non che la rapidità della comunicazione contemporanea sia il demonio. Non è questo il punto, e Cappello lo scrive chiaramente: «è un vantaggio impressionante». È che la comunicazione non può essere totalizzante: «a ogni scelta corrispondono un guadagno e una perdita». Noi, gli immateriali, gli iperconnessi, quelli delle mail di lavoro a tutte le ore e del cellulare sempre nella mano, abbiamo ancora il dovere di chiederci il segno del saldo. Perché oltre all’efficienza, sembra dire Cappello insieme a chi invita a riflettere sulla necessità di un nuovo umanesimo tecnologico e di una comunicazione slow, c’è altro. Non a caso poco dopo si legge: «queste righe vogliono essere un calice alzato a te e al piacere della divagazione». Ecco, divagare, rallentare, riflettere, attendere, accompagnare alla parola e al pensiero una gestualità, un corpo. Chissà che non sia quello che informa davvero la libertà, che – dice Cappello in apertura al volume – necessita che le presti «la sua carne, il suo sangue e i suoi limiti» perché diventi concreta.

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2 pensieri su “Comunicare ed esprimere

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