Cari editori, è tempo di salvare la poesia italiana: discutiamo sul come?

Perché nessuno dei grandi editori prova a ridare mercato – la vita c’è già – alla poesia italiana contemporanea? Quella fatta dagli sconosciuti che non dovrebbero essere tali, intendo. Quella dei tanti giovani e meno giovani che ancora amano la poesia, e la fanno bene. Oggi, per l’ennesima volta, mi sono trovato di fronte alla risposta standard, in una conversazione con il profilo Einaudi su Twitter:

Il problema, come mi ripetono tutti gli editori e gli esperti del settore da circa un decennio, è insomma di natura economica. Non si può aprire una collana di sconosciuti senza alzare il prezzo per compensare le scarse vendite, questa l’idea di fondo. E siccome i lettori non ci sono, e il mercato di conseguenza nemmeno, si ripiega sui grandi nomi. Che sono, purtroppo per i lettori, sempre gli stessi, riproposti in mille salse: i vari Neruda, Hikmet, Merini e via discorrendo.

Intendiamoci, non che non vadano letti. È che ce ne sono moltissimi altri caduti disgraziatamente nell’oblio. E almeno altrettanti che ignoriamo non perché non scrivano cose degne di essere lette, ma perché non abbiamo modo di conoscerli – dato che non vengono pubblicati da case editrici a tiratura nazionale. O che, se vengono pubblicati, sono pubblicati a prezzi inaccessibili per un lettore che non sappia già esattamente che libro e che autore ha tra le mani.

Sarà vero?, potrebbe chiedere chi legge. Sì, secondo la mia (limitata, naturalmente) esperienza personale diretta e dopo lustri passati a rovistare tra polverose librerie dell’usato ed esperimenti editoriali di nicchia. Gli autori ci sono, e nella maggior parte sono giovani, motivati, meritevoli. Non l’italico poeta della vulgata massmediatica secondo cui ciascuno di noi serba nel cassetto orrendi componimenti sulle proprie delusioni amorose: in molti casi, versi che cercano la strada dell’originalità, che hanno qualcosa da dire, e che sono dotati di una propria compostezza formale.

Non tutto è rose e fiori, naturalmente. E non è affatto detto che rivitalizzando il mercato della poesia italiana scopriremmo decine e decine di Leopardi. Il punto, come ho cercato di sostenere brevemente su Twitter, è che da troppo tempo osservo appassire una delle arti di cui dovremmo andare più fieri, che nel secolo scorso ci ha inorgoglito di fronte al mondo per i Penna, i Bellezza, i Caproni, i Sereni, le Rosselli, le Pozzi, le Campo e mille altri. Da troppo tempo osservo la nostra splendida poesia scomparire dagli scaffali, dal dibattito pubblico, dal consumo quotidiano – già ristrettissimo – di cultura da parte degli italiani.

E non è un fenomeno da nulla. Ci sarà la marginalità cui si sono autorelegati gli intellettuali, certo; ci sarà che i gusti sono cambiati; ci sarà che le arti evolvono e, chissà, muoiono. Ci sarà che, in ogni caso, gli italiani non leggono. Ma un Paese in cui la poesia non conta più nulla è un Paese che ha perduto una delle sue voci più limpide, ciniche, severe, incantate e stupendamente terze. Scomparsi i Luzi, i Sanguineti, i Giudici, che cosa rimane, si potrebbe dire? Molto, rimane. E molto di cui ignoriamo o quasi perfino l’esistenza. Dove sono le ristampe di Aldo Borlenghi, Antonio Chiarelotto, Lorenzo Calogero, Diego Valeri, Ruggero Jacobbi e Ugo Fasolo, solo per nominarne alcuni che al grande pubblico non dicono assolutamente nulla e che invece meriterebbero un’altra chance di essere letti e apprezzati, finalmente, come meritano? E quanti altri ne stiamo perdendo – e peggio ancora, disincentivando – per ragioni di mercato?

Capisco le collane cartaceee. Ma possibile nell’era dei costi zero (o quasi, certo) e di Internet non ci sia una soluzione economica a questo problema culturale? Possibile il costo di realizzare una collana di ebook di classici dimenticati o di nuove scoperte da vendere a pochi centesimi, per una grossa casa editrice, sia insostenibile? Possibile non ci siano abbastanza lettori incuriositi da titoli nuovi, la cui qualità è garantita dal prestigio della casa editrice che li pubblica, agili (siamo pur sempre nell’era dei 140 caratteri, dell’overload informativo e dell’istantaneo, la poesia dovrebbe calzarvi a pennello, no?), a prezzo bassissimo (90 centesimi?) e pubblicizzati secondo i canali di comunicazione 2.0 che tanto dovrebbero rivoltare il mondo degli affari come un calzino? Possibile non ce ne siano abbastanza da giustificare l’investimento?

Lo ripetono tutti gli editori, quindi sarà vero – non mi intendo di mercato editoriale e non ho certo la pretesa e l’arroganza di sostituirmi a chi con fatica e competenza fa questo mestiere da decenni.

Però io vorrei porre la domanda ugualmente. Sapendo che la mia è una proposta come tante, una provocazione per sollevare un dibattito che spero prima o poi ci sia. È tempo di salvare la poesia italiana, insomma, e chiederci come farlo. Tutti insieme, lettori, poeti, editori (Internet, dicono, serve a questo).

Perché il problema non è che rischiamo di finire per consumare sempre gli stessi versi, e dunque atrofizzare il cervello e il mercato. Il rischio è che il consumo di poesia sia raffigurabile non con un cerchio, ma con una spirale. Che stia collassando. E che stia collassando nel disinteresse collettivo.

Questa sì, sarebbe una perdita di valore incalcolabile.

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31 pensieri su “Cari editori, è tempo di salvare la poesia italiana: discutiamo sul come?

      • Scusa se ti ho offeso. Non era una critica alla causa in sè, che non posso che condividere.
        Anzi lì per lì quando hai tirato fuori il discorso del formato digitale a costo zero ci ho quasi sperato. Poi per svariati motivi sono tornato alla realtà.
        E’ che nel nostro paese rimane una causa persa.
        Conscio che è solo la mia opinione, non riesco a pensare altro, mi spiace.
        Buona battaglia comunque.

      • Grazie per esserti spiegato (e sia chiaro, nemmeno io sono ottimista – solo che sento il dovere di provarci).

  1. Non riguarda proprio la poesia, ma iniziano a nascere collane digitali di recupero di alcuni grossi titoli andati dimenticati. Penso a Reloaded, progetto digitale dell’editore Laurana.
    L’idea di farlo con la poesia è da appoggiare pienamente, temo solo che alla grave insensibilità verso la poesia in sé si affianchi l’insensibilità (e anche l’analfabetismo) verso il digitale.

  2. Temo che il vero argomento non dico vizioso, ma a spirale discendente, sia proprio quello fornito nel Tweet di Einaudi: la poesia non fa mangiare, quindi non vale la pena investirci (questo potrebbe essere esteso a tutti gli argomenti ipocriti sulla qualità). Presuppone un pubblico che bisogna assecondare ed esclude la possibilità che il pubblico sia anche plasmato dalle scelte editoriali. E’ un pararsi il culo e trovo veramente disarmante che sia fornito proprio da Einaudi (o meglio dal suo stagista, ma tanto vale).

    • Credimi, Francesco, è l’unico argomento che ho sentito ripetere a nausea da tutti gli editori con cui ne ho parlato in tanti anni (è un mio tarlo). E pare che la differenza di costi tra carta e digitale non lo intacchi. Per ragioni che ignoro, ovviamente.

  3. Probabilmente il nocciolo della questione è la paura. Credo che molti editori abbiano paura ad investire in qualcosa che credono, quasi certamente, fallimentare. Si sentono ovviamente al sicuro a ristampare i classici, perché un lettore medio, cerca, se è spinto da una piccola curiosità, a leggere gli autori studiati durante il periodo liceale. Oltretutto, gli editori, sanno che, un po’ per colpa loro, un po’ perché i media convenzionali si sono disinteressati alla poesia (ricordo di aver visto su Youtube, programmi della Rai con interviste a Montale, Saba, etc…impensabile una cosa del genere ora); i lettori sono disabituati a questa forma d’arte : richiederebbe del tempo far rientrare, tra le letture quotidiane, di nuovo la poesia. Perché ? Perché ovviamente la poesia ha bisogno di più letture ed il lettore medio moderno non legge più di una volta un testo che ha comperato : i tempi del mercato letterario (vendita e fruizione) sono diventati compulsivi come tutto il resto del mercato, e questo alla letteratura nuoce.

  4. be’, la risposta di Einaudi è terribilmente cafonesca. Avrebbe potuto usare un’altra forma. Che arroganza. Certo, la quesione comunque è quella. Ma oggi “editore” è una parola sprecata. Si chiamano stampatori, aziende commerciali, altrimenti non pubblicherebbero a iosa libri di cantanti o di calciatori. È una battaglia persa, temo, ma sarebbe bello che fosse vinta.

  5. Gli editori non investono più sulle novità perché non sperano più di avere lettori interessati a esse. È la questione economica che inevitabilmente contamina la letteratura e le impedisce di crescere.
    Io credo che affinché l’editoria sia di nuovo in grado di osare e spingersi oltre, investendo sul nuovo, si debbano educare i lettori a essere curiosi e sempre spinti a scoprire il nuovo, che può trasformarsi spesso in una rivelazione. Questo potrebbe essere possibile anche grazie al digitale, ai bassi costi, alla promozione tramite internet e social media, ai video virali. Se il lettore viene ri-educato alla poesia e alla buona letteratura, comprerà non solo ebook a prezzo stracciato, ma anche libri a 15 euro in libreria, così come compra Saviano, Faletti, Siti.

  6. Ero in dubbio se lasciare o no questo commento. Perché avrebbe messo in luce la mia ignoranza in materia e forse urtato la sensibilità di chi ama molto questa Arte. Ma vabbé, lo metto lo stesso, prendetela come una provocazione.

    Però mi chiedo: qual’è l’utilità e la forza della poesia nel mondo moderno?

    Guardiamo alla pittura e alla scultura, quella che di solito viene chiamata “arte” per eccellenza. L’arte moderna dall’arrivo della fotografia e dalla fine di un certo spirito religioso si è persa. Anche perché l’uomo moderno ha perso quella ricettività verso i simbolismi, pure per colpa delle nuove arti come il cinema. Insomma: da 60 anni a questa parte l’arte invece di rappresentare il mondo sembra più interessata a trovare il senso della propria esistenza.

    La poesia ha contaminato tanti campi, ma ha ancora senso che esista “da sola”, in un mondo in cui lo spirito poetico non è che semplicemente non c’è più, ma è stato sostituito da altro, magari da forme d’arte più efficaci nel comunicare? Non è che prima il romanzo moderno, poi il cinema e infine anche la musica cantautoriale gli hanno dato dei colpi di grazia, e cercare di mantenerla in vita è uno sforzo inutile? Non dico che scomparirà di colpo, anche la musica classica è ancora ascoltata, però di composizioni nuove di un certo livello praticamente non ce ne sono.

    No perché leggo che bisognerebbe abituare i lettori a leggere le poesie. Giusto, giustissimo: ma mi ricordano molto i discorsi tipo “bisogna istruire i bambini alla pace del mondo” oppure la chiesa che dice “bisogna istruire di nuove le masse allo spirito religioso”. Mbeh, tra dire ed il fare…

    • Per quanto vedo non mi sembra il problema sia la sua esistenza: a me la poesia sembra viva e vegeta. Il problema è la sua diffusione. Se gli editori riescono a cambiare, meglio. Se non ci riescono, toccherà arrangiarsi. Anche se sono scettico sul rapporto tra qualità e ‘coda lunga’ in questo particolare settore.

    • Scusa, posso rabbrividire?
      La poesia è un altro modo di fare arte, diverso dal cinema, dalla musica, dalla pittura, ecc. E’ un istinto umano come un altro. Come si può lasciare che si esaurisca? (ammesso che sia possibile; che pure se fosse rimasto eternamente nel baule, Pessoa esisterebbe lo stesso). Non vedo cosa ci sia di inutile o di sprecato nel cercare di incentivare cose come la poesia o la pace nel mondo…

      • Ecco insomma, che la poesia venga dall’istinto mi fa rabbrividire un po’ anche a me. 🙂 Mi sembrano i discorsi di Allevi sull’ispirazione della Dea Musica o che caspita si inventa. La poesia è forse la forma d’arte con più regole. L’istinto umano è solo quello di esprimere sè stessi: poi a quel punto si sceglie come, se attraverso una bella macchina, una canzone o una poesia, a seconda anche da cosa si trova più congeniale. La mia idea è che la poesia è congeniale sempre a meno persone, ma Chiusi non la pensa del tutto così (almeno dal lato degli scrittori).

  7. Carissimo,
    i grandi poeti italiani, da Giovanni Raboni ad Eugenio Montale, pur pubblicando da grandi editori…lo hanno sempre fatto a loro spese. La poesia contemporanea giovane o non giovane, di qualità o meno, la poesia in genere, in Italia, anche quella classica, non ha mai avuto mercato. Io credo che tu sia un grande illuso.

  8. Preciso ancora meglio: dopo aver pubblicato….è l’autore che si deve occupare della promozione del libro, della sua presentazione e infine della partecipazione ai concorsi. Questo perché l’italiano è una lingua parlata da soltanto 80 milioni di persone in un mondo composto da 7 miliardi. Nel mercato globale l’editoria italiana non conta nulla, soddisfa aree di nicchia estremamente ridotte, persino nella narrativa e nella saggistica, figuriamo nella poesia.

  9. 80 milioni di persone non sono una “nicchia”, sono la Cultura di un popolo e di un paese. Chi se ne frega degli altri 7 miliardi di persone, non possiamo pensare in questi termini. La poesia c’è perché nasce dal singolo individuo come necessità di comprensione del mondo.
    Io sono per un rilancio della poesia (a basso costo) di nuovi autori e per un lavoro di sensibilizzazione a livello… statale!

  10. Pingback: Una granita di caffè con panna | laboratorio di carta

  11. Ciao Fabio, sono completamente d’accordo con te… credo che l’abbassamento dei costi editoriali potrebbe dare un mercato alla nuova poesia italiana (che conosco poco proprio per i motivi che hai indicato). Penso che per un’editore i costi vivi (editing, inpaginazione e promozione – anche su canali social/lowcost) siano la barriera principale, nel senso che preferiscono un’uso alternativo – tipo pubblicare un libro di sicuro ritorno (comici, calciatori e istant-book inclusi). Penso che pero’ ci possa essere spazio per una collana online a 0.90 o ad esperimenti (allegati con giornali, colonna settimanale su qualche rivista…). Quello che manca penso sia il coraggio, e la risposta di Einaudi penso sia indicativa…

  12. Penso sia importante creare una domanda poetica per rispondere alle ragioni economiche degli editori. Si tratta forse di riprendere un discorso più ampio sulla domanda culturale in questo paese; mi dispiace citarmi, ma ne parlo con dovizia di particolari qui:
    http://www.doppiozero.com/materiali/chefare/la-cultura-come-risposta-alla-crisi
    Sta a chi interviene nel dibattito culturale migliorare la percezione che ha il grande pubblico della poesia, un’arte che, nel rallentare il tempo delle emozioni, risulta di estremo interesse in un mondo tecnologicamente accelerato. La poesia ci nutre come uomini, ma finché non ci rendiamo conto che siamo “bestie”, perché dovremmo perdere tempo a leggere versi apparentemente incomprensibili? Chiaramente con “bestie” scherzo, ma che viviamo in una società stupidamente edonistica (che cerca piaceri improduttivi e facilmente saturabili mentre non sa percepire i veri piacerei che la circondano, quasi tutti gratuiti) è sotto gli occhi di tutti. Dovremmo avere il coraggio di fare una pedagogia del piacere, di modo che la cultura venga di nuovo intesa per quello che è: una causa di felicità irrinunciabile.Il che implica il coraggio di superare il postmoderno e tornare alla realtà.

  13. Ecco, perchè io non trovo da nessuna parte i libri di Antonia Pozzi? che pure tanto sconosciuta e contemporanea non è. Vabbè, a parte le battute, mi chiedo: gli ebook potrebbero essere una gran soluzione per rianimare e riattivare la circolazione, ma in questo modo ( e lo vediamo in ogni ambito) come viene ripagato il poeta? abbassare i costi va bene, ma sotterrandoli c’è sempre qualcuno che ci rimette. Io sarei più per imporre una tassa sui bestsellers, da devolvere all’editoria meno fortunata. 🙂

    • Ciao Anam, penso che una maggiore diffusione tramite ebook porti nuovi lettori ai poeti, il che e’ positivo per loro perche’ potrebbe in futuro portargli anche lettori “paganti” (di libri cartacei). Oltre alla visibilita’, che potrebbe portare entrate collaterali. ovvio che si tratta sempre di nicchie di mercato. Riguardo alla tassa, penso sia un’idea da scartare: a parte che non capisco come si scelga cos’e’ bestseller e cosa no, ne’ quale editoria sia “meno fortunata” e quindi destinataria di fondi. Uno dei rischi sarebbe creare una riserva indiana in cui poeti validi sono finanziati al pari di scribacchini di quart’ordine. Oltretutto mi sembra poco giusto imporre a qualcuno di finanziare dei libri a cui non e’ minimamente interessato perche’ “gli intellettuali” hanno deciso cosi’. Mi pare una scorciatoia rispetto ad un lavoro piu’ profondo ma piu’ significativo di cambiamento culturale.

      • Mi spiego meglio, senza ironia. Sono d’accordissimo sull’idea di incoraggiare e incrementare i lettori di poesia, ogni mezzo è lecito e ben accetto, visto che pare siano pochini. Il problema, però, mi era sembrato di capire fosse anche un altro: e cioè la mancanza di denaro che permetta all’editoria di pubblicare nuovi titoli di poesia, sconosciuti e che quindi nessuno comprerebbe. Perdonerete la mia utopica visione delle cose, ma io credo che i libri (di qualsiasi genere) non debbano essere pubblicati con fini di mercato, ma con lo scopo di divulgare conoscenza. La tassa sui best-seller (che vengono decisi dalle persone che li comprano, nessun altro) dovrebbe essere prerogativa dell’editore stesso che ha pubblicato quel libro che tanto ha venduto, una sorta di riconversione interna, che gli permetterebbe di usare una parte di quel denaro per altri progetti editoriali che dice di non potersi permettere. Nessuna nicchia, nessun intellettualismo, semplice economia. Detto questo, le due soluzioni potrebbe benissimo attuarsi insieme, così da un lato si proverebbe a creare un pubblico che ancora non c’è (o meglio dire che non è sufficiente per il ritorno economico che ci si aspetta) e dall’altra si immetterebbe materia viva nel circuito (che gli ebook non sono ancora alla portata di tutti).

  14. Pingback: Poesia diffusa | ilNichilista

  15. Ci sono diverse cose da chiarire. Esistono molti editori specializzati in poesia che non sono a pagamento, e sono migliori, qualitativamente, di Einaudi e simili. Non hanno praticamente distribuzione. E’ vero fin quando andiamo a cercare i libri solo nelle grandi catene del genere Mondadori (altro editore di scarsa qualità). Perché esistono anche librerie specializzate in poesia. Ad esempio, la libreria di via Tadino a Milano. E molte, molte altre. Capisco però che il lettore medio, che non è affatto un lettore ma un semplice sfogliatore di libri, non frequenti posti del genere. Allora, forse, bisognerebbe rovesciare il problema: se una cosa mi interessa, la vado a cercare. Oggi che esiste internet, non è molto difficile. C’è un universo che si occupa di poesia. Intendiamoci, non ci sono solo i vecchietti in giacca e cravatta, o i poeti della domenica, ma migliaia di giovani, anche giovanissimi, che lo fanno. L’obiezione più stupida che mi son sentito fare: ma come faccio a sapere se m’interessa se non la conosco? Non ho risposto per non scendere allo stesso livello.

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