La Rete di Grillo non esiste

(Da Limes 4/2013, pp. 109-115)

Al cuore dell’offerta politica e della «rivoluzione culturale» del MoVimento 5 Stelle c’è una concezione irrealistica della «Rete», usata in modo strumentale dal suo ideologo Gianroberto Casaleggio e dal «garante» Beppe Grillo per dare corpo alla differenza fondamentale che intercorre tra i Cinque Stelle e «i partiti». Ovvero, l’idea che dalla democrazia rappresentativa così come la conosciamo si debba – per uscire dalla crisi istituzionale, economica e sociale in cui ci troviamo – gradualmente approdare a una «iperdemocrazia» basata essenzialmente sull’uso di Internet per sostituire i partiti politici1. E l’articolo 67 della Costituzione, il divieto di mandato imperativo, da mutare in un rapporto di totale «dipendenza» degli eletti (che divengono così meri «portavoce») dagli elettori.

È infatti «alla totalità degli utenti in Rete» (e non dei cittadini) che il «non statuto» – come lo statuto vero e proprio – del M5S riconosce «il ruolo di governo e indirizzo normalmente attribuito a pochi»; e la sua sede coincide con l’indirizzo web beppegrillo.it. «È la Rete che cambia tutto!», gridava l’ex comico dal palco di Piazza San Giovanni, concludendo trionfalmente lo Tsunami Tour che ha contribuito a portare il M5S al 25,5% dei consensi alle elezioni politiche 2013. Una visione che ben si accorda con quella dei tanti movimenti nati, pur senza accettare la sfida di entrare nelle istituzioni per cambiarle, in tutto il mondo: dagli Indignados a Occupy Wall Street.

A uno sguardo superficiale, i proclami tecno-entusiasti sembrerebbero giustificati. Dal 2005, anno di nascita del blog, a oggi, Grillo è riuscito – grazie alla piattaforma Meetup.com – a dare corpo prima a una moltitudine (gli ultimi dati dicono siano oltre 500 in 381 città di 11 Paesi diversi2) di gruppi locali nati sul web e cresciuti grazie all’interazione con modalità più tradizionali di attivismo politico (gazebo, volantinaggi, incontri, convegni); e poi, dal 2009, a un movimento nazionale vero e proprio, il M5S appunto, capace di passare dal 2-3% degli esordi a sondaggi fino a quasi il 30% dei consensi. Si badi bene, in tutto il Paese, e pescando – pur se maggiormente a sinistra – da tutti i tipi di elettorato3. La soluzione del problema di coordinare i due livelli, locale e nazionale, dipende in buona parte secondo gli attivisti4 da come verrà realizzata ed effettivamente implementata la piattaforma informatica di partecipazione «dal basso» cui i tecnici di Casaleggio stanno lavorando da oltre un anno, e che pare in dirittura d’arrivo.

Ma se la tecnologia gioca un ruolo determinante nell’organizzazione della politica a Cinque Stelle, siamo sicuri sia stata altrettanto importante nel garantirne il successo? I dati provenienti dalle elezioni dello scorso 24 e 25 febbraio sembrano non supportare l’affermazione, che dà il titolo a un’analisi di Casaleggio dopo l’ottimo risultato alle amministrative 2012, per cui «le prossime elezioni si vincono in Rete»5. Prima di tutto, nessuno dei tanti (troppi) analisti dei flussi conversazionali e di presenza sui social media è riuscito a predire il risultato delle urne, né per «i partiti» né per Grillo6.

Si prenda per esempio la mappa delle menzioni su Twitter per Grillo prodotta da Tycho Big Data per La Stampa (lanciata sotto l’ambizioso cappello «perché ha vinto chi vincerà stasera le elezioni»), e la si confronti con quella dei voti realmente ottenuti dal M5S.

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Se in regioni come la Liguria e il Lazio i risultati sembrano sovrapponibili (rispettivamente, il 32,1 e il 28% di preferenze cui si associano una frequenza di menzione «alta» e «molto alta»), altrettanto non si può dire per Marche (32,1% di consensi reali, con picchi del 33,5 a Pesaro e Urbino – ma la frequenza in regione è «bassa»), Friuli (27,2%, frequenza «bassa») e soprattutto Sicilia. Dove, a fronte di una frequenza di menzioni su Twitter «bassa», il M5S ha raccolto il 33,5% dei voti con punte addirittura del 40% a Trapani, del 39,3% a Ragusa e del 37% a Siracusa. Ancora, i dati non si correlano se non marginalmente con la mappa del digital divide7 – cioè la difficoltà di accedere a Internet – nel Paese, che in ogni caso è agli ultimi posti per connettività tra quelli sviluppati.

Difficile dunque spiegare il successo elettorale in termini unicamente dell’uso più o meno «perfetto» di Internet da parte di Grillo e dei suoi. Non a caso, gli analisti più attenti delle cause della loro affermazione dicono altro. Prima di tutto, contrariamente a quanto sostiene Casaleggio, la Rete non sta «sostituendo» gli altri mezzi di comunicazione. Secondo l’istituto Cattaneo, anzi, perfino tra i Cinque Stelle il principale strumento di informazione resta la televisione8.

Ancora, Biorcio e Natale – osservando la lenta ascesa dei consensi del M5S, paragonabile a quella della Lega di Bossi piuttosto che a quella di Forza Italia e Berlusconi – scrivono che «soltanto quando si afferma il tema centrale, la critica feroce alla classe politica (…) inizia realmente l’ascesa». Per precisare poco dopo: «Sono la crisi delle tradizionali forme di partito», giunte dopo l’esperienza del governo Monti ai minimi storici, «e la feroce alterità nei confronti dei politici contemporanei (…) a rimanere i due tasselli fondamentali del successo di Beppe Grillo». Ilvo Diamanti aggiunge: «Il successo del M5S, nell’ultimo anno, dipende, in larga misura, dal sostegno e dal consenso di elettori che non frequentano il suo blog, non partecipano ai Meetup né alle manifestazioni promosse dal leader»9Insomma, se avesse vinto le elezioni «in Rete», non si capisce perché l’abbia fatto solo ora e non già prima. E, soprattutto, non si capisce perché altri partiti presenti in Rete con modalità di coinvolgimento perfino più avanzate di quelle – sostanzialmente ‘broadcast’, unidirezionali – di Grillo10 non ne abbiano beneficiato affatto.

***

Non c’è dunque nessun automatismo nella corrispondenza tra il primato del M5S online e nelle urne. Ma, per capirlo a fondo, bisogna chiedersi: cos’è «la Rete» secondo Grillo e Casaleggio? Dalla lettura del loro vero e proprio manifesto politico, Siamo in guerra (2011, Chiarelettere), emerge la visione di una entità radicalmente rivoluzionaria (la sua comparsa nella storia è un evento unico), dotata di leggi sue proprie, immutabili (a cui le norme sociali – per prime, quelle che regolano la convivenza democratica – devono piegarsi, piuttosto che viceversa), il cui cammino è destinato a portare con sé una promessa millenaristica e salvifica (si vedano i proclami di Casaleggio nel video ‘Gaia: the future of politics’) e, soprattutto, che sta al centro sia della definizione che della soluzione di ogni problema.

Caratteristiche che, utilizzando la terminologia impiegata dallo scienziato politico bielorusso Evgeny Morozov nel recente volume To Save Everything, Click Here (2013, Penguin Books), possono essere definite «epocalismo» (l’idea che Internet rappresenti una rivoluzione «inedita», un primum nella storia umana), «Internet-centrismo» (tutti i problemi vanno definiti e affrontati attraverso Internet) e «soluzionismo» (la convinzione che la politica sia fatta di bug che abbisognano di un aggiustamento, fix, ottenibile – sempre – tramite un numero finito, algoritmico, di passi).

Fare ricorso all’armamentario concettuale di Morozov non è un vezzo accademico, ma il modo per ricondurre l’ideologia di Casaleggio e Grillo a radici che affondano nella storia del pensiero tecnologico e – soprattutto – degli evangelisti e intellettuali di Silicon Valley dell’ultimo ventennio. E, una volta compiuta questa operazione, applicare all’«iperdemocrazia» a Cinque Stelle le critiche che Morozov applica a quella tradizione.

Prima di tutto, per dire che «la Rete» abbia in realtà dato luogo agli stessi (eccessivi) proclami di rivoluzione democratica scaturiti dall’invenzione della stampa, del telefono e della televisione; che non sia dotata di alcuna legge di natura intrinseca e necessaria, come dimostrato dalle aspre battaglie politiche necessarie a mantenerne la regolamentazione a livelli compatibili con la libertà di espressione11; e che decisioni come quella di dare il proprio voto a Pietro Grasso per la presidenza del Senato o affidare la fiducia al Pd nella formazione di un nuovo governo siano tutte politiche, e non certo risolvibili con un algoritmo che esegua la sommatoria di qualche migliaio di click online.

Ancora, per sostenere che «la Rete» di cui parlano i due ideologi del M5S non esiste. E del resto, non è difficile crederlo leggendo alcuni passaggi del già citato Siamo in guerra. La Rete, scrivono i due, «è francescana, anticapitalista» («nel web le idee e la loro condivisione valgono più del denaro»; Mark Zuckerberg annuisce); «permette all’ignaro investitore di comprendere i misteri della Borsa» (sarà per questo che brancoliamo nel buio rispetto a come regolare il trading algoritmico12 e risolvere la crisi economica in atto dal 2008); darà i natali a «nuovi Dostoevskij del digitale», «renderà i politici del futuro più intelligenti», e noi tutti più onesti. Perché «non rubi attraverso la Rete».

Ancora e soprattutto, la Rete «assomiglierà a un genio della lampada che ci risponderà su qualunque argomento». Ed è questo il fulcro del problema qualora si osservi il movimento non come catalizzatore di una protesta diffusa contro i partiti e l’attuale classe dirigente, ma come motore di un cambiamento radicale del nostro sistema istituzionale. È grazie all’«intelligenza collettiva» sviluppata su Internet mettendo in connessione i «terminali» a Cinque Stelle, questa l’idea, che ogni problema trova magicamente soluzione13. Una panacea per ogni male. Le agenzie interinali per collocare i lavoratori che usufruiranno del reddito di cittadinanza propagandato nel programma del M5S? Saranno la Rete, ha detto e ripetuto Grillo nei suoi comizi. Le parti mancanti del programma stesso? Ci pensa la Rete. Allo stesso modo, sarà la Rete a eliminare – pur gradualmente – ogni menzogna e falsità (nel frattempo, si apra la caccia ai ‘troll’, i disturbatori sul blog di Grillo14) e «gran parte delle strutture gerarchiche» che le diffondono. Tra cui, gli odiati giornali, ma anche gli esperti, gli intellettuali e chiunque anteponga sostanzialmente l’«io» al «noi». Nelle parole del neo-eletto Andrea Cioffi all’incontro romano all’Hotel Universo, «dobbiamo demolire il nostro ego per metterlo al servizio dell’Idea complessiva».

‘Internet-centrismo’ e ‘soluzionismo’ allo stato puro, per dirla con Morozov. Che hanno la sgradevole conseguenza di ridurre i cittadini a consumatori (che, come tali, «hanno sempre ragione»), i politici a «dipendenti» costretti a obbedirvi in ogni caso (e se la maggioranza fosse in errore?) e la politica a un contrattare continuo che tuttavia si risolve sempre e necessariamente nella decisione dei pochi che hanno tempo e capacità per stare sempre a contrattare15, e nel «mi piace» tramite referendum istantanei permanenti di tutti gli altri.

Ci sarebbe l’istituto della delega «liquida» che deriva da sistemi informatici come «Liquid Feedback», utilizzato dai Pirati Tedeschi e che consente di affidare e revocare la delega in maniera selettiva e temporanea a seconda dell’argomento trattato. Ma, come ricorda Morozov, siamo sicuri lo sforzo necessario a capire di chi fidarsi sia inferiore rispetto a quello che serve per decidere da sé? E ancora: siamo sicuri che la «democrazia liquida» non dia solamente l’impressione di una maggiore partecipazione alla vita democratica? Dopotutto, alle parlamentarie del M5S hanno preso parte poco più di 32 mila attivisti – quando la base elettorale è di oltre otto milioni di italiani.

Nel movimento si è tanto discusso, e molto si discute, rispetto alla «democrazia interna»; e i critici non mancano di osservare che l’ideale della trasparenza assoluta – incarnato nello streaming, più o meno rispettato, di ogni riunione a contenuto politico del movimento e non solo – è terribilmente controproducente per la natura della politica stessa, che è compromesso e non può fare di un metodo (la trasparenza, appunto) un fine. Eppure poco o nulla si discute se, come scrive Riccardo Luna in Cambiamo tutto!, sia vero che «questo dell’intelligenza collettiva non è più solo un mito per tecno-utopisti: è un fatto». E se invece non lo fosse? La domanda è lecita in un Paese in cui un italiano su due non ha letto alcun libro negli ultimi dodici mesi e sette su dieci hanno difficoltà a comprendere un testo di media complessità scritto in lingua italiana.

Ancora, se è in Rete che questa «intelligenza» deve prodursi, va considerato il fatto che l’Italia – come detto – è tra i paesi sviluppati con maggiori problemi in termini non solo di carenze infrastrutturali per accedere a Internet (e come si esprime, nell’«iperdemocrazia», chi non è connesso?), ma anche e soprattutto dove il digital divide si coniuga in termini di deficit culturali e di genere.

Da ultimo, possibile produrre «intelligenza collettiva» nell’ecosistema web che ha in mente Grillo, dove l’anonimato è bandito (le regole per commentare al suo blog lo vietano), migliaia di commenti scompaiono senza capire bene perché e, soprattutto, c’è sempre il rischio che un non ben identificato «staff» equipari un commento critico a «trolling», cioè molestia digitale, e dunque faccia di ogni dissenziente un dissidente a rischio espulsione?

***

Date tutte queste condizioni, l’idea centrale su cui si regge la parte propositiva e di metodo dell’offerta politica del M5S – quella che lo distingue essenzialmente da tutti gli altri, i «partiti» – potrebbe rovesciarsi nel suo opposto, in «demenza collettiva». Un movimento che catalizza il consenso di un italiano su quattro avrebbe il dovere di porre all’ordine del giorno un simile problema, e discuterlo – se davvero crede si tratti di una questione risolvibile con un dibattito collettivo in Rete – proprio sulle piattaforme online che dovrebbero distinguerlo dalla «vecchia» politica.

Se Grillo e Casaleggio hanno ragione, del resto, una risposta – e decisiva – non tarderà ad arrivare. Che non lo facciano rivela un pregiudizio o, peggio, una contraddizione fondamentale: che non basti dotarsi della migliore struttura tecnologica disponibile per produrre idee buone abbastanza da guidare un Paese popoloso e complesso come l’Italia (quali ha prodotto finora?), e che perfino loro lo sospettino.

E del resto, al cuore della critica morozoviana sta proprio l’idea che la politica non debba per forza somigliare alle sue riduzioni tecnologiche, e che la ricerca della perfezione algoritmica nella gestione della cosa pubblica possa addirittura diventare controproducente. Si pensi a quanto affermava Grillo il 25 gennaio 2012: «Io con un click, semplicissimo, decido se fare la guerra o non fare la guerra, se uscire dalla Nato, se essere padroni in casa nostra, se avere una sovranità monetaria, una sovranità economica». Che si pensi che decisioni simili, le cui conseguenze in termini diacronici non possono essere certo valutate istantaneamente dagli elettori dell’ipotetica «iperdemocrazia» a Cinque Stelle, si prendano premendo un bottone dovrebbe essere sufficiente a farci considerare con maggiore attenzione se il nuovo che avanza sia davvero migliore del vecchio che vogliamo, e dobbiamo, cambiare.

Note:

1 «Quando c’è un partito si instaura la corruzione. Noi vogliamo una cosa nuova. Una ‘iper-democrazia senza i partiti’ con al centro i cittadini. Metteremo in rete tutto. Anche le discussioni del movimento. È difficilissimo lo so ma noi ci vogliamo riuscire» (Beppe Grillo a Sette del Corriere della Sera, 30 maggio 2012).

2 Natale, P. e Biorcio, R., Politica a 5 Stelle, 2013, Feltrinelli.

3 Si vedano in proposito P. Corbetta, E. Gualmini (a cura di), Il partito di Grillo, 2013, il Mulino; l’analisi dei flussi elettorali per le politiche 2013 dell’Istituto Cattaneo; e lo stesso Politica a 5 Stelle.

4 E anche questa è una forma di quello che in seguito definiremo «soluzionismo».

6 Come ho dimostrato in questa analisi per Valigia Blu: http://www.valigiablu.it/elezioni-2013-non-ha-vinto-internet-abbiamo-perso-noi/

7 http://tg24.sky.it/tg24/economia/mappe/internet_digital_divide_italia.html Da cui si evince, per esempio, che in Friuli il digital divide è alto, ma lo sono anche i consensi di Grillo; in Lombardia basso, così come i consensi di Grillo.

8 «Internet è religione nelle parole del Movimento, eppure la televisione è il primo mezzo usato dai grillini», ha detto Elisabetta Gualmini a Huffington Post Italia, http://www.huffingtonpost.it/2013/01/30/beppe-grillo-ricerca-cattaneo_n_2581558.html. Ne Il partito di Grillo, da lei curato, si legge che la televisione è considerata dal 71% degli elettori del M5S tra i «primi due canali di informazione più utilizzati per intenzione di voto».

9 Diamanti, I., Una mappa della crisi della democrazia rappresentativa, in Comunicazione Politica, XIII, 1, aprile 2013.

10 Si pensi alla piattaforma collaborativa utilizzata da Scelta Civica di Mario Monti, per esempio, cui ha corrisposto una débâcle– e non un successo – elettorale.

11 Si vedano le campagne di attivismo necessarie a contrastare norme liberticide come le statunitensti SOPA e PIPA, le prime versioni del trattato anticontraffazione ACTA, il nuovo sistema di governance inizialmente proposto da alcuni Paesi in occasione dell’ultima conferenza mondiale delle telecomunicazioni (WCIT) e, in Italia, le polemiche infinite sul cosiddetto «comma ammazzablog».

12 Si veda in proposito Steiner, C., Automate This, 2012, Portfolio.

13 Non a caso i due primi capigruppo a Senato e Camera nei video di auto-candidatura al Parlamento sostenevano: «Il nostro ruolo di portavoce dovrebbe essere quello di farci collettori di una intelligenza collettiva» (Vito Crimi). «La Rete e l’intelligenza collettiva che a essa è sottesa devono formare una nuova idea di stato e di cittadinanza» (Roberta Lombardi).

14 Chiusi, F., Se il troll si nasconde in casa tua, pubblicato sui quotidiani locali del gruppo Espresso il 4 aprile 2013.

15 Le élite «casuali» di cui parla Stefano Rodotà in Tecnopolitica (2004, Laterza). Per un approfondimento sul tema, si legga Formenti, C., Cybersoviet, 2008, Raffaello Cortina Editore.

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21 pensieri su “La Rete di Grillo non esiste

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  3. davvero complimenti, sia per l’informazione che per la precisione.

    ti pongo una domanda , spero tu riesca a leggerla e non faccia come i commenti di Grillo ( joke): ci sono dati sull’elettorato grillino che indichino quanta parte di questo sia formata da persone che stanno solo mettendo alla prova i loro partiti tradizionali, PD o Lega che siano?
    Per spiegarmi meglio: è fuori discussione che i partiti stiano veramente dando il peggio di sè, anche in un momento in cui si vedono risicare quote da chi incanala il mal di pancia. Sono senza pudore, sembra vogliano confermare tutto il peggio che Grillo dice di loro … eppure tanti di noi nella loro struttura, nelle loro parole, in quella che era la loro anima, hanno sempre creduto e vorrebbero disperatamente credere ancora. Allora magari si da il voto a Grillo, sperando che il D’Alema di turno (e non il Berlusconi, che è fuori scala) capisca che sta facendo male al paese , agli italiani, e si tolga ( o lo tolgano) di mezzo.
    Non so se ci sono dati in merito, ad ogni modo io rientro nella categoria.
    Saluti e buon lavoro

    • il mio commento ha fatto la stessa fine di quelli sul blog di Grillo alla fine …

      Ad ogni modo, dopo aver visto le proposta per la legge sui rimborsi ai partiti e che addirittura stanno discutendo di cazzate come l’elezione diretta del Presidente della Repubblica, credo che continuerò a votare Grillo.
      Mi fa ridere chi scrive “SVEGLIAAAA!!111!!!” e da del “piddino prezzolato” a tutti, ma veramente i partiti sono oltre i limiti dell’indecenza.
      Speriamo di esplodere come paese forse, dalle macerie si esce meglio. E in fondo ce lo meritiamo.

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  7. La sua attenta analisi parrebbe tanto ragionevole quanto è documentata. Però, a me pare che lei non tenga conto di due cose che a me paiono assai importanti: 1) della pancia degli elettori – che agisce come un vero secondo cervello; 2) dell’assoluta mancanza di una offerta politica che possa dare la speranza di un modello di società migliore di quello che stiamo vivendo. Infine, senza alcun ombra di dubbio la rete ha cambiato la vita di ogni individuo – lei per esempio non avrebbe un blog tanto interessante – e allora non si capirebbe perché non dovrebbe cambiare anche la maniera di concepire la democrazia. Forse potrebbe non bastare l’orizzonte temporale della vita di un essere umano – e non sarà certamente Casaleggio a fissarne i limiti – per vederne le conseguenze ma mi risulta intellettualmente veramente difficile pensare che ciò non accadrà. Forse noi non sapremo come perché solo all’alba di un nuovo umanesimo. Infatti, lei riduce la proposta M5S solo alla maniera di come verrebbe declinata la democrazia verso la “iperdemocrazia” omettendo che le idee del movimento si fondano sopratutto su una diversa concezione della società che vede l’uomo al centro del progetto di una nuova società.

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  10. Laddove un gruppo di persone prende parte alle attività che dovrebbero determinare modi di fare diversi da quelli attuati fino alla nascita di quel gruppo, scegliendo alcune istanze piuttosto che altre o determinando scalette di priorità proprie di quel gruppo, si sarà fondato un partito.
    Per entrare in un gruppo di governo è necessario adeguarsi alle metodologie che determinano proprio le modalità da seguire per poter essere eletti e solamente dopo aver raggiunto il numero predeterminato di voti si può andare ad occupare gli scranni a disposizione nel Parlamento, dividendo spazi fisici e decisionali con altri partiti per, a quel punto a pieno diritto, decidere se compartecipare a determinare cambiamenti corrisposti o a contrastarli o a chiedere di apportarne di diversi.
    Questo è ciò che fa un partito e affermare di non esserlo solamente per cavalcare quell’onda antipartitica che anima la maggior parte delle persone non attive politicamente rappresenta il populismo che solitamente gli stessi grillini ritengono deteriore.
    In nessun posto più che nel grillismo, viene attuata la famosa pratica della distribuzione di polli che fa della media la determinazione di possederne tutti la stessa quantità.
    I grillini che hanno votato il M5S sono circa 2 milioni, alle varie grilliniadi partecipano circa 30 mila votanti, quindi mi domando, quale potere rappresentativo ha quel 6% sapendo tra l’altro che chi vota in rete magari non vota nei seggi o viceversa?
    Il continuo negare, da parte dei grillini, di far parte di un partito è un gioco destinato a far durare poco il M5S proprio perché si basa sul continuo perpetrare una menzogna, quel tipo di menzogna che da anni ormai diffonde il comodo antipartitismo tanto seguito da chi ama Grillo e Casaleggio che, per paura del dissidio che sempre fa traballare il pensiero unico, determinano regole sull’appartenenza al loro gruppo che puzzano tremendamente di dittatura.
    Io così sento e seguo un partito, SEL.

  11. Pingback: Fact-checking del discorso di Casaleggio a Cernobbio | Valigia Blu

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