Critica della democrazia diretta istantanea di Wolff

In difesa dell’anarchia è un bel testo di Robert Paul Wolff del 1970 in cui si indaga la questione – attualissima – del conflitto tra autorità (dello Stato) e autonomia (dell’individuo). Il filosofo dedica pagine lucidissime a enucleare il problema. Che, più chiaramente, è esposto a pagina 22: «Il solo modo per preservare l’autonomia e nel contempo l’autogoverno collettivo è la democrazia diretta unanime. In altre parole, l’autonomia può essere preservata nel processo legislativo solo se ogni persona vincolata dalla legge partecipa direttamente alla determinazione della legge stessa, e inoltre se ogni persona è vincolata solo da quelle leggi per le quali ha direttamente votato. Ogni genere di regola maggioritaria è un compromesso con l’autonomia. E la rappresentanza, come fece notare Jean-Jacques Rousseau molto tempo fa, non è molto meglio di un autoasservimento volontario».

Discorso di straordinaria importanza, nell’epoca della crisi delle democrazie rappresentative o, per alcuni, addirittura delle postdemocrazie. La soluzione, suggerisce l’autore, è  la democrazia diretta unanime. Che tuttavia, prosegue, è un ideale, un limite che ha una funzione teorica (dire come dovrebbe essere uno Stato perfettamente legittimato dal rispetto dell’autonomia dei suoi cittadini – un discorso dunque normativo) e pedagogica. Ma non è realizzabile nei fatti: «L’unica proposta che sembra risolvere genuinamente il conflitto (tra autorità legittima dello Stato e autonomia morale dell’individuo, ndr) – la democrazia diretta unanime – è così restrittiva nelle sue applicazioni da non offrire alcuna seria speranza di poter essere tradotta in uno Stato effettivo. Anzi, dato che essa raggiunge il successo solo escludendo proprio i conflitti di opinione che la politica è designata a risolvere, potrebbe essere considerata un caso limite di soluzione più che un esempio veritiero di Stato legittimo» (p. 109).

La democrazia diretta unanime tradizionale non è praticabile. E tuttavia, Wolff dice che con l’innesto del digitale è tutto diverso (Morozov lo taccerebbe, giustamente, di epocalismo, Internet-centrismo e soluzionismo insieme – tutti termini che spiego qui): «Quando ho scritto In difesa dell’anarchia la rivoluzione dei computer era ancora nella sua infanzia», scrive nella Prefazione alla Seconda Edizione, datata febbraio 1998. E ancora: «Quando evocavo l’idea di una democrazia diretta tecnologicamente avanzata, il massimo che potevo concepire era l’uso di apparecchi televisivi e di analizzatori di impronte digitali» (alcuni ribattezzano l’idea «democrazia televisiva», dice). «Ma ora che siamo entrati nell’era dell’informatica, dovrebbe apparire ovvio a tutti che gli ostacoli tecnici a una democrazia diretta – o plebiscitaria – sono stati risolti» (puro soluzionismo).

E chi ne dubita? Rivela di non essere un vero democratico: «La forza e l’immediatezza con cui la forza e le obiezioni alla democrazia diretta emergono ogniqualvolta l’argomento viene tirato in ballo dimostrano, se ancora ce ne fosse bisogno, che ben pochi studiosi di scienze politiche credono davvero nella democrazia» (pp. 26-27).

Ma in che cosa consiste la proposta di una «democrazia diretta istantanea»? La risposta è alle pagine 69-73. L’ipotesi è doppia: «Attualmente gli ostacoli che si frappongono a una democrazia diretta sono solamente tecnici» (IPOTESI 1, di cui non si capisce la fondatezza – a meno che non si identifichino democrazia diretta istantanea e democrazia diretta unanime, ossia non si sostenga che il problema sia ‘solamente’ di come ottenere una democrazia funzionante attraverso l’unanimità e non la regola – definita non giustificata dal punto di vista dell’autorità morale dello Stato che la usa sul singolo – della maggioranza); «e possiamo quindi supporre che in questi tempi di progresso tecnologico pianificarli sia possibile eliminarli» (IPOTESI 2, che rientra perfettamente nelle critiche di Morozov, come del resto l’«iperdemocrazia» di Casaleggio, di cui rappresenta una sorta di antesignano, ma con la televisione al posto della «Rete»).

Wolff abbozza anche come dovrebbe essere il cuore pulsante della nuova democrazia elettronica: «Propongo che per promuovere gli ostacoli a una democrazia diretta sia messo a punto un sistema di congegni elettorali a domicilio. In ogni abitazione si dovrebbe installare sul televisore un dispositivo che registri elettronicamente i voti e li trasmetta a un elaboratore che si trova a Washington». Per chi non ha la tv, serve un «aiuto finanziario federale». I brogli? Nessun problema: il dispositivo sarà attrezzato per «registrare le impronte digitali».

«Ogni sera, all’ora in cui si trasmette il notiziario, ci sarebbe un programma, in collegamento nazionale su tutte le stazioni, dedicato al dibattito delle varie questioni davanti a tutti i cittadini». Qualunque progetto di legge presentato al «Congresso» (come diremmo oggi) sarebbe dibattuto dai rappresentanti di tutte le diverse posizioni. Verrebbero naturalmente fornite istruzioni sulle questioni tecnicamente difficili e vi sarebbero dibattiti formali, interrogazioni e così via. A dei comitati di esperti (ma non era una democrazia diretta?) verrebbe dato l’incarico di raccogliere dati (quindi sarebbero loro a formulare i quesiti e dettare l’agenda – non si scappa dai problemi evidenziati dalla letteratura recente per esempio in psicologia cognitiva e scienza politica sul framing e le sue conseguenze sulle decisioni individuali e aggregate), raccomandare nuove misure o preparare schemi di leggi. Si potrebbe inoltre istituire la funzione di Pubblico Dissidente per garantire che vengano ascoltati i dissidenti e chi ha posizioni poco comuni (sì, ma come si compongono le posizioni comuni e quelle non comuni se non tramite la regola della maggioranza, anche in democrazia diretta istantanea?). Ogni venerdì, dopo una settimana di discussioni e dibattimenti, si procederebbe alle votazioni. Le misure da adottare sarebbero sottoposte al pubblico, una per una, e la nazione registrerebbe istantaneamente le sue preferenze grazie ai congegni elettronici (in sostanza, è una forma di click democracy aumentata da una fase precedente di discussione per una deliberazione informata: ma quanto tempo e coinvolgimento da parte dei cittadini richiede? Una quota compatibile con le nostre vite attuali? Restano poi valide tutte o quasi le critiche applicabili a una click-democracy). Così prevarrebbe la regola della maggioranza semplice», ammette poi Wolff, che passa le successive trenta pagine a smontarne l’autorità morale, v. p. 94.

L’autore stesso dice che la soluzione non è perfetta, ma «una comunità politica che amministrasse i suoi affari per mezzo della «democrazia diretta istantanea» è incommensurabilmente più vicina a realizzare l’ideale di una democrazia autentica che non le cosiddette nazioni democratiche oggi esistenti» (contestabile: dipende 1. dalla reale efficacia e capacità di funzionamento del nuovo ordinamento istituzionale; 2. dai risultati ottenuti in termini di bene comune: come essere certi che le decisioni prese unicamente dal popolo nella sua interezza siano necessariamente migliori di quelle prese dai suoi rappresentanti, se sappiamo come funzionano in pratica le democrazie rappresentative ma non quelle dirette, specie se istantanee?).

Wolff non è preoccupato dagli esiti di una dittatura della maggioranza istantanea: «gli uomini imparerebbero molto presto – cosa che oggi è pura chimera – che i loro voti possono produrre un cambiamento nel mondo, un cambiamento immediato e visibile» (e per i cambiamenti non immediatamente visibili, questa soluzione sarebbe benefica?). «Non c’è niente di meglio di questa consapevolezza per suscitare rapidamente un senso di responsabilità» (e perché mai non dovrebbe essere invece la ragione migliore per fare spudoratamente i propri interessi, e cercare di vederli realizzati tramite campagne di disinformazione, corruzione degli esperti che pongono le questioni, le dibattono in tv – o in rete, nelle piattaforme liquide di oggi – e formulano le proposte di legge, attività di lobbying e tutto l’armamentario di strumenti di pressione sull’opinione pubblica che conosciamo in atto nelle democrazie rappresentative?). Ancora: «Come si potrebbe non riconoscere che la democrazia diretta istantanea genererebbe un livello di interesse e di partecipazione agli affari politici oggi impensabile?» (inoltre, «la giustizia sociale prospererebbe come non è mai accaduto finora» – di nuovo, e perché mai? L’autore non lo dice).

Insomma, la questione da porre a Wolff è: se non resta che l’anarchismo (questo l’esito della disanima teorica del rapporto inconciliabile tra autorità statale e autonomia dell’individuo), perché la democrazia diretta istantanea? Ne è un esempio? E se non lo è (e del resto ha delle sue regole vincolanti per il singolo, già nell’embrionale proposta), da dove trae la legittimità teorica per sottrarvisi? Dal suo essere, ammesso lo sia, una forma di democrazia diretta unanime realizzata? Questioni valide a maggior ragione oggi che gli esperti – per esempio, Steven Johnson – si interrogano sull’opportunità di promuovere forme di «democrazia liquida» basate su concetti non molto differenti da quelli di Wolff.

3 pensieri su “Critica della democrazia diretta istantanea di Wolff

  1. Reblogged this on Can Botella. and commented:
    Quest’articolo di Chiusi sul rapporto tra democrazia, epoca digitale, e le categorie più classiche del pensiero politico (democratico e non) è particolarmente illuminante. In chiave critica e quasi provocatoria, la bibliografia dei personaggi coinvolti (Wolff e Morozov su tutti) appare sempre più essenziale per poter intraprendere in primo luogo con se stessi un dialogo consapevole sulla struttura della politica e della società contemporanee, per sapere da dove afferrarle o da dove è più conveniente uscirne.

  2. Uhm… anche il linciaggio è un’applicazione (in scala ridotta) di una democrazia diretta unanime, e per di più istantanea.
    Sono abbastanza scettico in quanto la questione si basa sul presupposto che a tutti interessi occuparsi della comunità, e che ognuno di noi sappia prendere delle decisioni di buon senso su due piedi. In realtà, almeno nel mio caso, sono sempre dubbioso e propenso a contraddirmi, e spesso mi trovo circondato da orde di menefreghisti, da ignavi sempre pronti a lamentarsi e, nei casi migliori, da abili calcolatori del loro benessere particolare.
    Suppongo che tale ideale sia figlio del positivismo che tanti danni ha fatto e ancora ha da fare, una visione del progresso sociale e politico come un flusso uniforme e inarrestabile, mentre esso assomiglia più all’andatura incerta di un ubriaco, associata a conati di vomito, abbrutimento e biascicamenti incomprensibili.
    Isaac Asimov, nel suo racconto “Diritto di voto” ambientato nel 2008, immaginava che per decidere le sorti della nazione sarebbe bastato una persona sola scelta da Multivac, un singolo elettore al quale il supercomputer avrebbe posto delle domande specifiche dalle quali ricavare le intenzioni di voto di tutto il corpo elettorale. Una distopia, una previsione pessimistica o al contrario troppo ottimistica, un’ipotesi assurda? Non saprei, ma di certo, mascherata sotto qualche architettura paraprogressista, sono certo che qualcuno ci sta pensando…
    Bye

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