Sulla democrazia senza partiti

L’incipit di Democrazia senza partiti di Adriano Olivetti (1949, ora ristampato da Edizioni di Comunità) è folgorante, attualissimo. «All’alba di un mondo che speravamo nuovo, in un tempo difficile e duro», si legge, «molte illusioni sono cadute, molte occasioni sfuggite perché i nostri legislatori hanno guardato al passato e hanno mancato di coerenza o di coraggio. L’Italia procede ancora nel compromesso, nei vecchi sistemi del trasformismo politico, del potere burocratico, delle grandi promesse e delle modeste realizzazioni. Riconosciamo francamente una mancanza di idee, una carenza di uomini, una crisi di partiti». È la situazione che Marco Revelli ha brillantemente riassunto con il titolo Finale di partito, e che echeggia nei proclami di Beppe Grillo (e nel loro successo elettorale), nelle ristampe del Manifesto per l’abolizione dei partiti politici di Simone Weil e in altre analisi più o meno valide che si leggono in libreria o sui giornali.

Insomma, è lo spirito del tempo: i partiti sono morti, è tempo di chiedersi cosa verrà in seguito. Il testo di Olivetti, a tal proposito, ha il merito di ricordare che «i pericoli, gli inconvenienti e le debolezze dei partiti politici apparivano già nell’Europa liberale dell’Ottocento». Così, cita Antonio Rosmini. «Ciò che impedisce la giustizia e la morale sociale sono i partiti politici», scriveva il filosofo e sacerdote, facendo aleggiare lo spettro della natura totalitaria, irrimediabilmente corrotta ab origine dei partiti che incombe nelle pagine di Weil. E ancora, per porre il problema dei problemi (anche dell’attualità, tra «tecnici», «saggi» e «movimenti»): ovvero «se sia possibile un Governo parlamentare senza partiti».

Già il presidente del Consiglio del Regno d’Italia, l’esponente della destra storica Marco Minghetti (il primo a raggiungere il pareggio di bilancio, scrive Wikipedia), cercava una risposta al problema posto da Rosmini. Per Minghetti sì, è possibile, e l’esempio è la Svizzera. Dove il governo è libero dai partiti – argomentava – perché l’esecutivo non è eletto dall’assemblea, «ma direttamente dal popolo». Sarebbe insomma la democrazia diretta a garantire l’indipendenza dai partiti e la contestuale governabilità: servono «decentramento amministrativo» e «autogoverno». Perché «il Governo parlamentare è un Governo di partito», scriveva Minghetti, e ha «la tendenza a favorire gli amici e opprimere gli avversari». La conclusione non è dichiarare che il governo parlamentare sia incompatibile con una «più matura civiltà», ma «che la durata e l’efficacia del sistema parlamentare dipenderanno molto dal suo collegamento con ordini tali, i quali salvino la giustizia e l’amministrazione dall’ingerenza dei partiti politici». Interessante, ma di difficile applicazione a una realtà di 60 milioni di abitanti.

Per Olivetti, piuttosto, si tratta di passare dal «regime parlamentare» alla «democrazia integrata». Cioè porre «il primato dello spirito sulla materia e la conseguente sottomissione dell’economia e della tecnica ai fini e ai criteri politici» (anche se echi di epocalismo determinismo tecnologico si scorgono quando scrive che «per la prima volta nella storia della tecnica» i mezzi materiali a disposizione dell’uomo lo possono «liberare forse (…) dalla sua condanna», il lavoro), più l’idea di una «Comunità concreta, a base territoriale, con l’ordine funzionale». Autogoverno e federalismo, dunque, ma sulla base di una visione organicistica del Paese e delle sue articolazioni sociali (dalle unità di base, le «cellule democratiche» rappresentate dai «Centri comunitari», alle Comunità cui daranno vita insieme fino alla loro somma, lo Stato) che risponde a un imperativo di fondo: «tutto il potere alle Comunità».

«Quali le conseguenze di questo nuovo tipo di regime rappresentativo in relazione al nostro tema? È possibile una vita politica senza partiti? Come si trasformerà in tal caso la politica?», chiede Olivetti. Risposta: «Il compito dei partiti politici sarà esaurito e la politica avrà un fine quando sarà annullata la distanza tra i mezzi e i fini, quando cioè la struttura dello Stato e della società giungeranno a un’integrazione, a un equilibrio per cui sarà la società e non i partiti a creare lo Stato. Questo è il compito che si è assunto il Movimento Comunità (un movimento politico a tutti gli effetti a partire dal 1953 a livello locale, e dal 1958 a quello nazionale, ndr): tracciare una via atta a dimostrare che è possibile uno Stato senza partiti».

Si giunge così a «una nuova idea di sovranità, che si distacca sostanzialmente dagli immortali principi della rivoluzione del 1789 che legava l’idea di sovranità all’idea di suffragio universale». Non a caso è proprio il tema della sovranità, e di come muti in un’epoca in i partiti hanno il 4% di fiducia da parte dei cittadini, a rappresentare il cardine anche della riflessione di Revelli. In crisi è l’istituto stesso della delega. Si veda quanto scrive il docente di Scienze Politiche per i referendum di giugno 2011 su acqua e nucleare: segno, si legge, di una «rivendicazione di ri-appropriazione di ciò che è comune, da parte della comunità: dei cittadini che ne rivendicano l’inalienabilità, al di là di ciò che possono decidere i loro rappresentanti politici».

È un «ricupero di sovranità», scrive Revelli, l’indicatore che la sfera pubblica è più ampia di quella politica. Come sancisce la Corte Costituzionale (sentenza 199/2012, 20 luglio 2012) in una «prospettiva di integrazione degli strumenti di democrazia diretta nel sistema di democrazia rappresentativa delineato dal dettato costituzionale». E, per evitare l’esito della volontà popolare sia vanificato (art. 75 Cost.), si afferma l’esistenza di «una sfera di decisione pubblica ‘protetta’ dall’intrusione della stessa rappresentanza parlamentare (dai protagonisti esclusivi della ‘democrazia rappresentativa’) qualora su di essa si fosse manifestata nelle forme costituzionali previste una esplicita ‘volontà popolare’ (del soggetto principe della ‘democrazia diretta’)». Peccato che poi l’esito referendario venga disatteso (come per il finanziamento ai partiti), e la volontà espressa nelle leggi di iniziativa popolare (vedi ‘Parlamento pulito‘) ignorata.

Olivetti ricorda che il problema, in sostanza, si riduce a un’unica questione: «non chiedete nulla, ma solo e soltanto che l’unica libertà che lo Stato e i partiti vi riconoscono a parole, quella di scegliervi i vostri rappresentanti, non sia una mistificazione. Giacché il mandato politico, nella sua vera essenza, è solo e soltanto un atto di fiducia degli uomini in un uomo». E invita a trovare una via mediana tra la rappresentanza come la conosciamo oggi e la dittatura della maggioranza in tempo reale che vorrebbe Grillo. Revelli situa il tutto nel contesto più ampio di una democrazia «oltre» i partiti, ricordando che «il nesso tra la democrazia e la ‘forma-partito’ così come essa si è struttura nell’ultimo sessantennio non è affatto (…) esclusivo e indissolubile». Se ne discuta, insomma: è tempo.

La soluzione di Olivetti è vaga, e terribilmente impregnata della «supremazia della Chiesa nel dominio dei valori spirituali», cui anche il laico dovrebbe volontariamente piegarsi. E, tuttavia, ha il pregio – insieme all’inquadramento storico-critico di Revelli – di ricordarci che se la democrazia rappresentativa è agonizzante, gettarsi nelle braccia della «democrazia istantanea» imbevuta di tecnoutopismo di cui si fa portavoce il duo Grillo-Casaleggio (che forse, quando cita il testo di Olivetti nel suo blog lo fa più per nobilitare la «guerra» ai partiti che rendendosi conto che si tratta di una alternativa al loro stesso modello) non è l’unica soluzione. Perché il problema è più ampio, e ne ammette svariate (per quanto mi riguarda, resto dell’opinione che all«’iperdemocrazia» a Cinque Stelle sia comunque preferibile la partitocrazia; ma non per questo ignoro che il problema c’è, eccome). E valutarle una a una, nel dettaglio, è indispensabile prima di ritrovarci con una democrazia tutta nuova, certo, ma perfino peggiore di quella attuale.

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2 pensieri su “Sulla democrazia senza partiti

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