Il feticismo del voto

Il feticismo del voto in un paese che fino a ieri assegnava percentuali a una cifra alla fiducia nelle istituzioni è un paradosso che andrà approfondito da chi guarderà a quest’era politica e sociale da sufficientemente lontano per comprenderla davvero. Ma è affascinante quanto l’equazione voto-democrazia abbia attecchito perfino in un contesto dove a mostrarsi più di ogni altra cosa sono le rovine. Potrebbe essere un buono o un cattivo segno. Io propendo per la seconda ipotesi. Dire se non voti non ti puoi lamentare, se non voti lasci che gli altri decidano per te, se non voti non sei un cittadino a tutti gli effetti rivela infatti, credo, un’ipocrisia fondamentale, più che un attaccamento alle forme democratiche che conosciamo. Sta nell’idea che la partecipazione alla vita pubblica del paese si compendi e definisca nell’esercizio del proprio diritto di voto, che sia quello il gesto per eccellenza o, quantomeno, il grado zero della vita democratica: la condicio sine qua non, l’irrinunciabile. Perché sì, sappiamo che è costituzionalmente rinunciabile, ma è segno di sciatteria, di snobismo radical-chic, di qualunquismo, di perfidia addirittura nei confronti della nostra cara e amata patria. Sciocchezze. Non c’è né alterità né menefreghismo nel gesto di rinunciare al proprio diritto/dovere di voto. È una scelta che significa nessuno mi rappresentail livello dell’offerta politica – quale, poi – è talmente basso, o vago, da risultare inaccettabile. Soprattutto, non è una abdicazione al proprio senso critico, né una sospensione del giudizio, né tantomeno – ecco il punto – un modo per rinunciare alla partecipazione alla vita democratica del paese. Perché, e qui sta l’ipocrisia, se si sostiene che il voto riassuma in sé e vi faccia culminare l’esperienza partecipativa del cittadino abbiamo tutti già perso: la democrazia vive anche e soprattutto nei 363 giorni l’anno – e nei 365 degli anni senza urne – in cui non si vota. Per cui il non votante può chiedere al votante: che hai fatto in tutti quei giorni per dare significato al voto che hai espresso? Hai controllato i tuoi rappresentanti? Ti sei preso cura della cosa pubblica? Hai rispettato le regole della convivenza civile? Se così fosse, non saremmo giunti alla crisi economica, culturale e civile di cui siamo testimoni. E non avremmo raggiunto un punto di rottura tale per cui l’unico partito che scalda gli animi davvero è un non partito che rigetta le fondamenta della democrazia rappresentativa e vi propone, in sostituzione, una utopia di democrazia diretta dal basso che si propone, nella sua essenza, proprio di ristabilire un diverso rapporto tra cittadinanza e vita politica e democratica quotidiana. Che poi è quanto rende tanto appetibile e affascinante tutta la retorica sulla trasparenza radicale, la democrazia digitale o liquida, e tanto concrete le istanze che da tutto il mondo sono provenute in quella direzione (dagli Indignados a Occupy Wall Street). Andare al seggio è una scelta precisa: non solo di campo, di partito, di fede, ma anche e soprattutto di legittimazione delle forme democratiche che paiono avere esaurito la loro capacità di raccordare cittadino e istituzioni. E di farlo magari quando fino al giorno prima le si è ricoperte di insulti. L’alternativa sarebbe dare fiducia al progetto di Grillo, che quantomeno è di superamento di questa architettura istituzionale (che poi è il dibattito pubblico di cui ci sarebbe realmente bisogno), di questa fase decadente della nostra vita pubblica, una visione che si propone di ridefinirla alle fondamenta. Ma, quanto a me, non ci credo, non penso sia un’utopia fondata su un misto di assemblearismo, digitale, protesta e improvvisazione a poter cambiare in meglio la situazione attuale. In cosa credo? Non lo so. So, montalianamente, in cosa non credo: nella capacità di questa offerta politica di dare la scossa di cui il paese avrebbe bisogno. E questo vale certamente per il centrodestra, che ha dimostrato di non valere assolutamente nulla come compagine di governo; ma anche per un centrosinistra di cui non scorgo lo slancio ideale né – e questo è perfino peggio – la compattezza necessaria a portare una ventata di concretezza nel disastro di policy-making che sta sotto i nostri occhi. Ancora, so che l’unica alternativa, il grillismo, ha tutta l’aria di portare con sé conseguenze perfino più pericolose, come ho più volte argomentato. Per questo non voto, e al contempo mi riservo il diritto e l’arroganza di giudicare, criticare, intervenire, osservare. Lo faccio per lavoro nei 363 giorni in cui non si vota; continuerò a farlo. E credo valga più di qualunque scheda nell’urna.

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12 pensieri su “Il feticismo del voto

  1. Capisco…..però l’astensione, come la scheda bianca o nulla, và comunque in percentuale a favore della maggioranza….molto meglio allora esercitare il legittimo diritto al non voto, recandosi alle urne, facendosi registrare, e rifiutando la scheda chiedendo che venga messo a verbale il rifiuto in quanto non ci sente rappresentati da nessuno…..così non favorisci nessuno 🙂

  2. Condivido in parte, in parte no.
    Mi restano dei forti dubbî sulla scarsa rilevanza di questa tornata elettorale che, anche se non compiutamente, è comunque una sorta di referendum sul grillismo; sicuramente lo sarà la prossima.
    Certo, l’astensionismo rimane comunque una scelta possibile per esprimere un dissenso forte.

    Mi permetto di sollevare un sopracciglio alla citazione di Occupy Wall Street, movimento dalla consistenza numerica non certo così eclatante come si vorrebbe credere. Penserei piuttosto, come fenomeno di massa in terra d’America, al Tea Party.

  3. Perfetto. Se per te l’esercizio democratico da controllore (quale tu ti ritieni) si riduce a lamentarsi dell’inadeguatezza generica anzichè sostenere le eccellenze all’interno delle loro case, hai perso un lettore, dato che non credo tu possa trasmettermi più nulla.

    Au revoir

  4. Complimenti, mi piace molto. Mi sono avvicinata a questo blog proprio grazie agli ultimi post sul non voto, prima non lo conoscevo e me ne dispiaccio, spero di rimediare in futuro.

  5. Sono pienamente daccordo quasi in ogni punto ma… questo ragionamento che sintetizzo con “voto non uguale a democrazia” può essere fatto da persone non lobotomizzate e che abbiano fatto almeno matematica fino alla quarta elementare… in Italia sono pochissime…

    http://my.opera.com/aid85/blog/elezioni2013

    Aggiornerò il mio post dopo le elezioni col solito commento post elettorale : #stranamatematica #stranademocrazia

    Per il resto quoto in toto fino all’ultima virgola…

  6. Pingback: Sul non voto (con un messaggio subliminale) - I Blog di Panorama - I blog di Panorama

  7. Pingback: Tiritere di uno scemo e di un orbo cui Grillo non sa rispondere | ilNichilista

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